“Così come l’umore mi spinge a fare, racconto con qualche parola in più di un normale post, qualcosa che vedo e che sento sia fisicamente che nell’anima. Un appuntamento mensile, o a cadenza leggermente variabile. Ogni commento è gradito.”

 

A Nina, pattinatrice.

 

Odo tintinnar di pasticche. E tremo.

Oh Nina, come sei bella tu che volteggi veloce ed armoniosa sui tuoi pattini taglienti, tu che ti giri, voli, vinci la gravità, ti blocchi t’inchini e riprendi a tempo di musica, contro la musica, libera volteggi nel cielo del tuo ritmo interiore.

Nina, come sei bella tu che disegni la tua costellazione privata legando ogni stella all’altra con il filo pericoloso dei tuoi pattini acuminati.

Nina che tagli il ghiaccio, Nina che disegni dei cerchi come i marziani sul grano e nessuno ti ha visto sfiorarlo.

Nina come sei bella con quei tuoi sguinci dreadlock.

Nina come sei bella nel pieno dei tuoi 15 anni. Nina come sei bella.

Nina come fai a trasformare tutta questa rovina italiana nel tuo mondo liquido, fluido, cui solo tu sai dare forma e grazia?

Nina.

Nina, perché non parli?

Nina quando volteggi in cielo capovolgendo le leggi della fisica, mi ricordi i racconti di un compagnuccio di scuola, Romolo, avevamo anche noi non più di 15 anni, e lui, al suono maestoso superbo e sontuoso dell’organo di Bach sfiorato dalle mani sapienti di Fernando Germani, nella basilica romanica, ma all’interno barocca, dell’Aracoeli, lì, lì dentro dove braccia e piedi spuntano tridimensionali dalle stazioni di una Via Crucis lisergica, lì, accanto al Campidoglio, ma separata da una scala faticosa, bella, romanica come la facciata stessa della chiesa, Romolo mi raccontava come con un triangolino di carta lasciato sciogliere in bocca, poteva volare, poteva vedere villa Borghese ergersi e muoversi, l’acqua delle sue fontane fermarsi e tornare indietro come prima solo il Mar Rosso al passaggio degli esodi, staccarsi i pistilli delle fontane ed allungarsi, cambiare di colore gli alberi come nemmeno le stagioni saprebbero fare, sentire l’aria farsi sostanza, liquida, da attraversare a bracciate o volando come ora sapeva fare, mentre ti invade il corpo, i polmoni e soprattutto lo stomaco che subito se ne libera con un conato per lasciare spazio ad altre fantasmagorie Disneyane, dove non poteva allora la matita e dove ancora oggi non può arrivare nemmeno l’elaborazione informatica sperimentale, arrivavano i suoi occhi a ricomporre il mondo visibile, a capovolgerlo, solarizzarlo come un ritratto di Andy Warhol. A scomporlo in infiniti punti, ciascuno di un colore diverso, in infiniti colori, acidi, appunto, il blu, il verde, il giallo più del sole disegnato ancora tra due colline verdi e marroni, ma che ora si stacca e percorre in un istante il giro quotidiano per ricomparire un istante prima che si sia mosso, lì, proprio lì da dove si era sganciato.

Nina. Tu vedi quei colori, Nina_ tu mi fai vedere quei colori.

Nina! che fai lì ferma, senza scarpe e senza pattini taglienti da indossare? Nina che fai riversa nell’encausto del tuo vomito rancido?

Nina, alzati, vieni via. Nina.

Nina cosa fai con il tuo seno scoperto cui si appende il tuo corpo? E’ bello, lo vedo, ma perché lo tieni al vento? Copriti, Nina.

Nina ci vorrà del tempo, ancora molto tempo prima che possa soggiacere il tuo splendido seno alle accidie del tempo. Nina hai tempo per cedere al tempo. Sei ferma a guardare il tempo scorrere come un fiume impetuoso? tu, Nina, ferma? tu che lo navigavi con la forza delle tue reni, delle tue braccia, Nina che ci fai ferma sulla riva? Nina, tu che viaggiavi?

Nina, perché non parli?

Nina, io non sono Michelangelo, io non ti sferrerò una martellata per protestare il tuo silenzio.

Nina, il tuo silenzio ed i tuoi occhi sbarrati, scavati dall’incauto scalpello di un venditore di sogni mancati, parlano, eccome se parlano: sei tu non la mia, ma la nostra Pietà. Una Pietà trascurata cui né io né altri abbiamo saputo dare una risposta.

Tu non meriti Nina, quel colpo di scalpello.

Hai l’aspetto che ti ha dato Michelangelo, hai l’aspetto della Proserpina rapita del Bernini, dei Prigioni che staccarsi vorrebbero dalla terra per aspirare al cielo dello spirito puro. E te ne stai lì, ferma, zitta, immobile. Catatonica?!

Nina, lo sai che tu che facevi sognare, hai dentro di te la forza per sognare ancora?

Nina, non hai bisogno di angolini di carta impregnati di acido lisergico per sognare. Lo sapevi che si chiama così?

Nina, muoviti. Perché mi guardi senza vedermi?

Nina, cosa vuoi da me, cosa vuoi ottenere da me?

Ho quasi sessant’anni, tu 15, cosa vuoi da me, mostrandomi il trionfo del tuo seno che guarda il cielo? dei soldi? solo dei soldi, vero? Mi prometti amore, mi illudi, ed io coglione che ci credo, che mi lascio illudere ascoltando il racconto del tuo mondo che cambia colore al comando di un chicco di chimica ingoiata per ribellarti alla tua salute di ferro, per ribellarti alla tua immortalità, ma che amore è questo che pago un tanto a tetta? Che amore è quello di un corpo immobile che non sa più godere?

Nina, i tuoi occhi sbarrati pensano al futuro e il tuo futuro si spegne tra pochi istanti, prima ancora del mio inutile piacere, quando ti comprerai con il mio orgasmo una manciata di spugnette lisergiche, per continuare di flash in flash una strada che non diventa cinema, non si fa film, anzi, di flash in flash, si spegne.

Nina, non hai bisogno di inghiottire la chimica, il mondo fluttua come un tempo facevi tu sui pattini. Puoi vederlo lo stesso. Puoi vederlo ancora.

Nina cercando di vedere il segreto del mondo fluido, hai spento la tua capacità di guardare.

Nina non sbarrare gli occhi.

Vuoi l’amore?

No, Nina, non posso dartelo, quello che mi chiedi nel mio mondo invecchiato si chiama ancora stupro, abuso, violenza, violenza su minore.

Che me ne faccio della tua bocca sdentata?! No, nemmeno un pompino.

Eh? come? ma come cazzo parli? Non ti capisco. Grugnisci.

Guardati Nina. Guardati, ma non allo specchio, guardati come sei. Guarda se vedi qualcosa di quel che eri.

Come? eh? non ti capisco, grugnisci. Grugnisci e forse pensi che sia poesia?

Nina, guardati. Guarda quel che sei.

Nina, tu che sei minore solo d’età, tu che hai quegl’occhi che incantano, che incantavano, perché li tieni sbarrati?

Perché ti assordi di una musica che viene da fuori uguale sempre a se stessa come se la combinazione delle note fosse finita e ci aveste rinunciato, tu Nina, tu e i tuoi amici?

Posso smettere quando mi pare. Dici, cioè dicevi.

Va bene Nina, vengo con te, ci voglio provare anch’io. Se tanti di voi e tutti belli e tutti immortali vi ci ammazzate, ci sarà una ragione, Nina, voglio provare, portami con te. Parto, voglio partire con te con il tuo trip, è così che lo chiami vero? provo anch’io, ma solo per i tuoi begl’occhi. Io che sono ormai maturo, forse decrepito, non rischio di perdere altre cellule cerebrali che quelle che naturalmente brucia l’età. Tu ne hai ancora tante e si rigenerano, perché vuoi fermare il loro proliferare in un ultimo lampo? solo per quel flash di un istante? Nina.

Nina, lo sai che i camorristi sperimentano il taglio delle droghe sintetiche, ma ormai sono tutte sintetiche, su quelli come te? lo sai come li chiamano? Zombi. E lo sai perché? perché sono dei morti viventi e se al taglio lisergico o comunque chimico che sia, non resistono e ci lasciano la pelle, va bene lo stesso, tornano al mondo dei morti al quale si sono inconsapevolmente consacrati.

Nina, gli dei non hanno bisogno di un’altra vestale lisergica. Il Pantheon è morto anch’esso, non ci sono gli dei, ci sei solo tu nata dalla spuma del mare.

Posso smettere quando mi pare! Dici. L’hanno detto tutti.

Voglio dirlo anch’io. Posso smettere quando mi pare!

E ora, alla mia prima prova, lo dico anch’io, e se anche non mi fermo che importanza può avere? Poco mi resta da vivere e voglio farlo tra le tue gambe bambine. Sì, ti darò anche dei soldi, se insisti, ma domani mi porti un altro pezzetto di carta impregnata (di lisergico).

Posso smettere quando mi pare.

Con te il mondo mi è sempre parso liquido. Guidami, guidami tu ora, vestale di un dio che non esiste, guidami ora tu sotto la superficie del tuo corpo e del fluido in cui trasformi il mio sangue, portami in viaggio con te sotto la tua epidermide, dentro di te. Ancora un trip. Il biglietto per il viaggio te lo pago io, me lo pago io, ce lo paghiamo noi, con la tua giovane età. Nina, 15 anni!

Nina, cosa hai visto che io non vedo? perché piangi? Ah, ecco, il mondo ti fa paura, ma lo sfidi e ci ridi, ah ecco, non sono lacrime di dolore, ma di riso. Sì ridi Nina, ridi di me che non posso penetrarti, ridi di me che ti penetro nella sostanza liquida di cui è fatto il tuo corpo, ridi mentre mi immergo e soffoco senza più sperare di riemergere.

Ecco Nina, quanto ti avevo promesso? 10? 100, addirittura?!

Va bene, ma domani portamene ancora e porta pure quella tua amica.

Nina cosa fai lì immobile, ferma, con gli occhi sbarrati, vai ora e portamene ancora. Vai!

Sai dove ti porto oggi Nina? alla pista di pattinaggio, dove nessuno volteggia più come tu facesti un tempo, ma con le nostre spugnette di carta sapremo volare.

Nina non ti fermare.

Nina lasciami qui su questa panchina, non ce la faccio più a respirare, ma fra poco l’effetto passerà. Voglio smettere Nina. Io posso smettere quando voglio. Ma non trovo la porta per uscire, tutte le porte danno all’interno. Dove sei Nina, non mi abbandonare, aspetta che sia passato il flusso fragoroso e acido, aspetta Nina, dammi una mano ad alzarmi, Nina, dove cazzo sei, Nina.

Vedo volare il tuo corpo, forse è l’anima, ma non può essere la tua, tu l’hai venduta anni fa Nina. In un pacchetto, l’hai venduta insieme ai tuoi 15 anni ed insieme ai miei sessanta, del resto chi se li sarebbe comprati i miei senza i tuoi. Nemmeno il diavolo, nemmeno il tuo dèmone.

Nina vedo il tuo corpo decrepito, la tua bocca senza denti, le tue parole senza senso, la tua rabbia tardiva. Nina, non puoi più farci niente. L’hai gettata alle ortiche la tua giovane età, Nina, 15 anni!

Ma tu almeno Nina, vedi ancora qualcosa? No?

Di flash in flash hai perduto la vita. Vita e memoria della tua vita. Anche la vista. Anche i tuoi begl’occhi.

Non sono più in vendita i biglietti per partire e meno che mai quelli per tornare.

Nina, sei lontana, aveva la tua vita colori che non hai più.

Aveva la mia vita colori che non ho più*.

*Versi mutuati da una meravigliosa poesia di Sandro Penna.



I commenti sono chiusi