Attori che scrivono libri. Capitolo 5° (sarebbe il 6°, ma il primo non l’ho numerato). 

La mia memoria di regate risale agli anni ’90, ancora con la classe IOR (niente a che fare con la banca vaticana), l’ultima cui partecipai si combatté tra Talamone e la Giraglia, andata e ritorno. Tempo previsto per compiere il tragitto 3 gg. Tempo impiegato dal primo e unico che riuscì a circumnavigare la Giraglia prima che il vento e il mare si gonfiassero esageratamente, 2 gg. Mare altissimo e 50 nodi di vento di bolina all’andata e altrettanti di poppa a ritorno. Quando arrivammo in vista della Giraglia, il mare stretto tra l’isola e la costa della Corsica era così gonfio e il vento così forte che ci vennero in mente tutte le rappresentazioni pittoriche conosciute di naufragi, tanto belle ed esaltanti da vedere nei musei, ma così poco confortevoli da vedere da dentro che ci parve troppo pericoloso fare il giro dell’isola, la Giraglia appunto, con il rischio di non poter manovrare la barca e trovarci in balia di correnti e venti indomabili così che, come tutti gli altri che ci precedevano e seguivano, voltammo la prua in direzione del porto sicuro di ritorno, lo stesso della partenza, con la coda fra le gambe e lo scafo continuamente inerpicato sulle cime di onde altissime e immediatamente precipitato nelle conseguenti valli profonde, per un tempo, una notte e un giorno che a me parve esagerato da sopportare in quelle condizioni. Da allora il mare desidererei vederlo solo da una bella finestra magari vicino alla spuma da cui vergine nacque Venere, possibilmente con un’isola più o meno lontana che spezzi l’infinito, o a passeggio su una scogliera o spiaggia selvaggia. Andrebbe bene anche Ostia o Castelporziano, magari Gaeta, a Serapo o sul lungomare Ammiraglio Caboto. Anche d’inverno. Ma da posizione protetta e ferma, senza scossoni.

Le regate si svolgono per quel che posso ricordare, o a bastone, andata di bolina e ritorno di poppa, o a triangolo tra boe opportunamente posate dalla giuria di gara o tra isole che fungano da boe, per poche ore ed anche per percorsi di giorni e notti e settimane o mesi. Non sarebbe il caso di ricordare qui, ma tant’è, quando durante i campionati italiani, all’alba, nel golfo di Napoli, neanche in una brutta posizione sul campo di regata, cercando il vento migliore, ci avvicinammo così pericolosamente alla costa di Ischia che ci arenammo, con comprensibile perdita di tempo e posizione e seri rischi per il bulbo, la deriva e lo scafo che però per fortuna risultarono integri, permettendoci di giungere buoni ultimi dopo 24 ore di percorso. Poi ci sono le coppe internazionali, la Coppa America, i Round Robin ad eliminazione, il magnifico Circling, la sfida per la partenza per conquistare il lato più a favore del vento, molto affascinante, un’aggressione continua, una fuga e uno scontro sempre evitato o cercato.

A bordo di un’imbarcazione a vela da regata e durante la competizione, succedono cose incredibili, nascono amicizie con la stessa facilità con la quale si spaccano irrimediabilmente quelle stesse amicizie consolidatissime.

Ecco, tutto quel che precede ha poco a che fare con il libro in questione, ma molto con ciò che quel libro ha evocato in me, come una madeleinette.

 

Citazioni.

Sequenza del Fanculo:

Il Pagliaccio Elettrico – Fanculo (omissis). Fanculo a chi scambia la sofferenza per debolezza. A chi pensa che ciò che vale per sé debba valere per tutti. A chi pensa che ciò che vale per sé e per molti debba valere per tutti. Fanculo (omissis)”.

L’omissis non è per censura, ma perché se si vuole leggere il libro bisogna comprarlo e appunto leggerlo.

” (omissis) In acqua magari ci si insulta pure durante una regata. Può succedere di tutto. Si urla animatamente. A volte sbagliando ci si offende anche. Ci sta tutto. Magari ci si picchia pure, se si è un po’ fuori di testa come noi. Ma se c’è chi riporta a terra la sua rabbia e il suo risentimento, vuole dire che è troppo pieno di sé per essere un uomo di mare e con il mare non avrà mai nulla da spartire. (omissis)”

“(omissis) Ma la gente cosa ne sa delle tue promesse non mantenute, di quella lotta anche contro te stesso per un amico. La gente non lo sa. (omissis)”

Paulo e Flavio, all’inizio del libro, il loro personale Circling lo hanno già eseguito. L’aggressione c’è già stata. Ora davanti al comitato di regata costituito da loro stessi e poi da un paio di avvocati, cercano di venire a capo dei prodromi e delle conseguenze di quell’aggressione. La particolarità è che sì, i due hanno navigato insieme, ma le regate di cui narra il bel romanzo sono appunto a terra, “bastoni” lungo la spiaggia, “triangoli” tra le rispettive residenze e il circolo velico. Scontri e sfide condotte di bolina, virando quando l’altro vira, coprendosi il vento, ingannando con manovre repentine l’avversario, facendogli credere di andare in una direzione quando invece se ne prende un’altra che sorprenda.

Tutti i marinai si raccontano le regate appena svolte con quei gesti un po’ ridicoli e un po’ teneri delle due mani accostate in verticale a simulare l’andatura delle barche, la direzione del vento, le scelte fatte e quelle che si sarebbero dovute fare.

Paulo e Flavio nello stesso modo combattendosi dialetticamente si raccontano le posizioni e le scelte, le conseguenze delle andature e delle manovre – andature e manovre nella e della vita – anche ricordando, ma poco, quel che accadde in mare, con Paulo esposto al trapezio del catamarano di Flavio, mentre quest’ultimo con acido colpo di timone quasi affoga il primo. Ma le regate di cui discutono, amo immaginare anche mimando con le mani i corpi delle barche, i loro stessi corpi, sono appunto regate di terra, sono il loro amore e il disamore. La loro amicizia. Sono dialoghi che si sviluppano apparentemente registrati dal vivo. E se così fosse non ci sarebbe nulla di male. Sarebbe anzi giustificato narrativamente da ciò che scopriremo verso la fine della sfida, cioè che entrambi i protagonisti, l’uno all’insaputa dell’altro, uno direttamente ed uno per interposta persona, appunto registrano i loro dialoghi. Che ciò sia o meno la confessione dell’autore riguardo il metodo di scrittura utilizzato, è decisamente poco importante. Più importante è la stupefacente linearità con la quale l’autore Paolo Montevecchi lascia dipanarsi e scioglie dialoghi assai contorti, come sono quelli della vita, quelli della strada, quelli dell’amore, dell’amicizia, i dialoghi presi dal vero o, al vero perfettamente assimilabili.

Certamente invece è un outing di genere continuamente affrontato e rimandato e negato e proposto dai due protagonisti. Un’amicizia continuamente accettata e rifiutata, contesa e contestata.

Io non sono un critico e questa non è una recensione, ma solo il piacere di pensare ancora al bel libro appena letto che si divora senza mai stancare, pieno di inversioni di marcia e colpi a sorpresa nonostante il tema sia chiaro: un duello all’arma bianca come non solo la spada o il fioretto invitano a fare, ma anche il mare e tutte le tensioni che su quella superficie si scatenano per poi riflettersi e ripetersi sulla terra ferma. Il mare tempestoso e imprevedibile della vita.

Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere e lavorare con Paolo Montevecchi proprio nell’estate del ’96. Indimenticabile il passo alla Michael Jackson che impose al suo personaggio del soldato nello spettacolo Romolo il grande di Dürrenmatt, a Spoleto, protagonista l’indimenticabile, grande attore e maestro Mario Scaccia. Sì, Paolo è attore e anche musicista, ha infatti composto le musiche per altri spettacoli di Scaccia, ma è anche paroliere e compositore come per esempio della bellissima Ayrton che volle cantare Lucio Dalla.

Questo libro delizioso, Regate di terra, i cui protagonisti sono spesso preceduti dal bizzarro corifeo Il Pagliaccio Elettrico che si fa voce narrante, offre anche la possibilità di ascoltare l’autore stesso leggere interi passi attraverso la app per la lettura del codice Q-R. Io me ne rammarico assai, ma non l’ho utilizzato, perché quando ho provato a scaricare l’applicazione, l’avrei anche dovuta autorizzare a fare dei miei dati e della mie altre applicazioni quali macchina fotografica e galleria fotografica, rubrica forse e altro, ciò che essa stessa (l’applicazione di lettura del codice) a sua propria sintetica ed informatica volontà, avrebbe deciso di farne. Pensierino: non mi piace il collegamento diretto e incontrollabile tra tutti i cloud e google+ e device di ogni tipo per il quale se ti scatti una foto alla punta del naso, subito viene postata in FB o su twitter o su linkedin che subito a sua volta si preoccupa di girarla a tutta la tua rubrica. Un po’ di riservatezza, diomio. Peccato avrei desiderato ascoltare la voce di Paolo.

Eppure questo Regate di terra che molto ho amato, appare anche come un diario intimo che dopo stampato e diffuso, conserva poco di privato, così come si conviene a dei personaggi la cui funzione è, credo, esattamente quella di svelarsi, altrimenti poco senso avrebbe la loro vita letteraria.

Ultimo rammarico: già un anno fa cercai di comprare il libro a Milano, ma anche nelle grandi librerie, compresa le Feltrinelli, non riuscii a trovarlo e nel caso l’avessi ordinato, i tempi di consegna avrebbero superato i miei tempi di permanenza in quella città dovuti alla mia tournée teatrale, ma ora ce l’ho e ne consiglio la lettura.

Regate di terra di Paolo Montevecchi, pagine 221, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 13,00 € (ben spesi).

Ordinatelo nelle vostre librerie o scrivete a: Lucia Malatesta, regatediterra@libero.it, vi dirà come fare ad ottenerlo.

 

P.S. Mi sono lasciato convincere dalla curiosità ed ho scaricato l’app i-nigma per la lettura del codice QR, beh, funziona e i filmati sono imperdibili, fatelo anche voi.



5 Commenti to ““Regate di terra” di Paolo Montevecchi”

  1.   Alessandra Scrive:

    In certi punti mi hai ricordato il Canto XXVI dell’Inferno, l’indomito Ulisse, dal verso 85 alla fine; ma anche l’Albatro di Baudelaire, ma anche l’Ulisse di Saba e le insidie di un mare tanto bello e tanto pericoloso. Anche il tuo articolo è stato evocativo. Le evocazioni rimbalzano di testo in testo. Suggestiva la bella immagine foscoliana e la paura dei naufraghi della Zattera. E’ sempre un piacere leggere le riflessioni di chi legge i libri con passione.

  2.   federico pacifici Scrive:

    “Le evocazioni rimbalzano di testo in testo.” che bella frase. Grazie.
    Si dovrebbe leggere così, passando di libro in libro seguendo quel che ciscuno evoca. Per il resto è la tua generosa cultura a vedere tutte quelle meraviglie nel mio articolo, quindi sono merito tuo più che mio. Grazie ancora cara Alessandra.
    Nei libri cerco certamente una storia, un conflitto e qui ce ne sono tanti, ma soprattutto desidero essere sorpreso dallo stile, devo trovare nella scrittura una necessità che mi coinvolga. E qui c’è tutta.

  3.   federico pacifici Scrive:

    P.S. Mi sono lasciato convincere dalla curiosità ed ho scaricato l’app i-nigma per la lettura del codice QR, beh, funziona e i filmati sono imperdibili, fatelo anche voi.

  4.   Lucia Scrive:

    Gentilissimo Federico Pacifici, ho appena terminato di leggere sul suo blog le sue impressioni ed i suoi
    commenti al libro “Regate di Terra” e devo riconoscere che lei abbia avuto una notevole
    sensibilità nel sottolineare alcuni aspetti del romanzo che esulando dalla
    vicenda in se, motivando a mio parere anche le scelte stilistiche e giustificandone
    appieno anche il titolo. A prima vista infatti “Regate di Terra” potrebbe sembrare
    semplicemente un “bel titolo” di facile impatto evocativo. Invece è proprio il titolo, a mio avviso, l’esatta sintesi di quello che il libro racconta e dello stile utilizzato da Paolo per raccontare questa storia: dialoghi che somigliano più a onde di un mare nero in tempesta, storie legate a doppio filo ad altre
    storie, che nonostante la loro caotica apparenza, dettata da un vento fortissimo
    e dalla povertà d’animo di chi vive conflittualmente le proprie emozioni e i propri affetti,
    trovano pur sempre una via di fuga per dipanarsi e distendersi, per poi andare ad
    alimentare ulteriori onde gigantesche in arrivo, che come vede anche lei ha
    conosciuto molti anni fa. Mi è piaciuto molto il suo commento, la sua critica, il parallelo che anche lei fa con le tattiche di regata, gli attacchi, le coperture di vento ed i cambi di rotta improvvisi impostati e pensati per sorprendere l’equipaggio avversario a cui il libro chiaramente si ispira nello stile.
    Mi è piaciuto molto anche il modo che ha scelto per parlarne con semplicità. Inoltre ho avuto
    l’onore di essere stata citata anche io sul suo blog per cui la ringrazio di cuore. Mi spiace soltanto che lei a suo tempo non sia riuscito a circunnavigare l’isola per via dello stesso mare in tempesta. Forse però ha ragione lei: il mare ci induce a confrontare costantemente i nostri limiti con la sua sconfinata potenza. Occorre avere rispetto e timore del mare, ricordandoci sempre però, come scrive anche Giobbe nel passo della Bibbia citato anche nel libro, che Il Leviatan in agguato, pur essendo imbattibile dall’uomo, ci ammalierà ancora inducendoci astutamente a cercarlo di nuovo e a cacciarlo ancora, giocando sulle nostre umane debolezze e sui nostri limiti.
    Grazie.
    Lucia Malatesta

  5.   federico pacifici Scrive:

    Grazie cara Lucia, per le sue belle parole e le sue osservazioni che confortano l’anima e i sentimenti. La cito: “il mare ci induce a confrontare costantemente i nostri limiti con la sua sconfinata potenza.” Sì, è proprio così. Grazie