Cosa si dovrebbe vedere guardando un’opera d’arte è materia per esperti, professori, filosofi, curatori d’arte, esperti d’arte. Prima però bisognerebbe capire cosa sia un’opera d’arte, ma anche questa è domanda cui dovrebbero rispondere gli esperti. Se è vero che molto dipende dalle epoche e dalle culture, l’opera d’arte è riconoscibile perchè rimane tale nei secoli anche se se ne modifica la percezione e la considerazione nel tempo.

Per me arte è tutto ciò che abbia un rapporto dialettico con tutto quel che l’ha preceduto, anche non evidente, ipoteticamente innovativo, rivoluzionario, anche se di difficile comprensione, anche se non sempre l’opera si compie. Il tentativo stesso quindi è arte. Libri, spettacoli di ogni genere, mettere in scena una nuova lettura del Macbeth dopo il gioco di bambini di 30 anni fa e anche raccontare uno alla volta i suoi personaggi, così come fa in questi giorni Giovanni Lombardo Radice, anche un pieghevole pubblicitario, un flyer, una locandina, una copertina di rivista, un’etichetta, un manifesto, un’illustrazione, uno spot, una fotografia, un quadro, una scultura, un’architettura, una manovra a vela, una sinfonia e una canzone, una giocata a pallone, un bel colpo alla lippa, un sorriso e la capacità di sopravvivere. Un gesto. In ogni caso un’opera dell’uomo. Ovunque ci sia un pensiero che determini un’azione. Il resto, come la natura, sono fenomeni.

Dato che io non so cosa un’opera d’arte sia, mi limiterò a considerare solo l’opera, il gesto. Poi se sarà arte lo si vedrà.

Quel che io cerco è ristoro per l’anima.

Non che la mia sia un’anima più tormentata di quella di chiunque altro. Però di fronte ad un’opera io cerco di leggerne la drammaturgia, non una storia, non la trama che mi rompe anche un po’ le scatole, ma il dialogo sviluppato dal conflitto, la differenza di potenziale tra due poli (lì contenuti o tra il mio sguardo esterno e l’opera stessa) che scatena la scintilla con il passaggio dell’elettricità, l’incastro dei piani di lettura, l’incastro dei piani di sviluppo, il conflitto, l’origine di quel conflitto e la sua riproposizione. Lo sviluppo del conflitto è l’unica trama possibile e sensata. La ragione dell’autore. La ragione degli altri. Certo non la mia che fatico a trovare. Cerco ciò che mi sorprende. Ciò che io non so fare. Se trovo qualcuna di queste cose, la considero opera d’arte e me ne lascio incantare.

Cerco il gesto dell’autore che deve avere origine in un pensiero anche non meditato, un gesto immediato, come un taglio ben assestato che duri in eterno, anche solo nella memoria o nella carne. Anche un gesto lungo, lunghissimo a compiersi come nelle opere di Bill Viola. Davanti ad un’opera d’arte voglio sentire il bisogno di interrogarmi su cosa mi colpisca di quel gesto. Non è mai l’immediata comprensione dell’opera stessa a colpirmi o a permettermi di definirla Arte. Certo, anche il colpo d’occhio e l’emozione subitanea hanno senso, accendono l’attenzione. Ma tanto più tempo l’opera mi chiede per intenderla, per penetrarla, tanto più godo. Niente a che fare con l’incomprensibile, con il gesto a cazzo, la scritta sui muri che offende. Eppure anche tra i taggisti ci sono capolavori (un tempo il taggista segnava con la sua firma l’aver raggiunto un luogo irraggiungibile. Essere arrivati a superare il divieto era Arte. Altro è firmare a sproposito una parete pubblica). Il tempo che ci metto a comprenderla è piacere puro, è affidargli la mente, il corpo e l’anima. Poco tempo, se del tutto emotivo, tanto se cerco le ragioni degli incastri dei piani che determinano il conflitto. Tantissimo tempo anche se non trovo spiegazioni, ma ci penso, è piacere. Come nei quadri astratti di Picasso, come nei quadri di Futurballa che si starebbe le ore a decomporli e cercarne le origini per comprenderne l’incastro e la composizione. Lasciandosi turbinare.

Insomma, chiedo che di fronte a qualsiasi opera artistica o tendente all’arte, si usino pure se proprio si vuole le terribili categorie del mi piace-non mi piace, ma almeno ci si interroghi prima o dopo su ciò che l’autore abbia fatto, cosa abbia voluto dire, come e dove abbia avuto origine il suo gesto. E fino a che, anche sbagliando, non se ne sia rintracciata l’origine, immaginati la direzione e il percorso, si taccia.

Si deve, credo, provare a leggere quel che si vede, dai più disparati punti di vista. Possibilmente non riducendo l’interpretazione al mero naturalismo o almeno non solo al naturalismo, alla somiglianza con la realtà visibile a tutti, la riproduzione della superficie naturale delle cose, perchè di fronte alla riproduzione priva di interpretazione si scopre tutt’al più una buona mano, ma non un punto di vista. Per intenderci, le vedute di van Wittel, Vanvitelli, sono indubbiamente arte non perchè riproducono il reale, ma il particolare, il dettaglio, il movimento, la vita e lo scorrere di questa. Cose che io non vedrei guardando gli stessi scorci e che quindi lui mi indica. Forse, nell’arte, non sempre l’orizzonte è al centro, la terra sotto e il cielo sopra.  Talvolta l’orizzonte è solo un’ambizione, una tendenza o un tentazione. Talvolta tutto vortica pericolosamente anche nell’immobilità.

La drammaturgia non è presente solo nel racconto, ma ogni gesto è un racconto che ha la propria drammaturgia. Cerchiamola.

Perché sia chiaro, non ho nessuna mia opera di cui rivendicare la comprensione. Ma solo la richiesta per tutti e ciascuno di interrogarsi sull’opera degli altri prima di giudicare. Poi, ben venga il giudizio.

Sì, recentemente ho visto opere sorprendenti, disegni, semplici disegni, spettacoli, libri, film, azioni, ai quali non smetto di pensare. E ne sono felice.

P.S. ho usato 4 volte la parola incastro nelle sue variazioni. Sì, anche l’incastro a coda di rondine delle pareti di un cassetto, mi esalta. Lì si risolve un conflitto. Quello di stare insieme. E così sono sei volte che uso la parola incastro. E con questa fanno sette, il mio numero preferito. Anche la parola conflitto con questa l’ho scritta sette volte. Perché? Boh. Ne avevo bisogno, forse. Come dell’Arte.



3 Commenti to “Cosa vedo quando guardo un’opera d’arte, cosa cerco”

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