Un coltello nella schiena

22 Febbraio 2015

Un coltello nella schiena di Gassman. Era una foto profetica che annunciava un cambiamento. Ronconi avrebbe ucciso il mattatore.

Oh diomio, quanto mi hanno preso per il culo Sergio Castellitto e Ennio Coltorti, seduti al bar di Santa Maria in Trastevere, quando io di ritorno da un periodo di prove dell’Uccellino azzurro a Gubbio, a casa di Ronconi, nel raccontare quelle giornate mi ostinavo a chiamarlo Luca. Con feroce sarcasmo l’uno, con una risata diretta l’altro. E io che mi giustificavo affermando che ce lo aveva detto lui di dargli del tu, di chiamarlo per nome.

Raccontai come il suo iracondo pastore maremmano di allora, rispose al mio entusiasmo di essere arrivato a casa di Ronconi, aggredendomi appena provai a metter piede all’interno, salvato in extremis da Franco Branciaroli che lo afferrò al volo. Certamente il pastore aveva intuito che uno più cane di lui avrebbe potuto insidiargli l’affetto del proprietario.

Luca Ronconi, arruolatomi per diversi ruoli tra i quali un Pioppo, mi mandò a guardare quegli alberi nella sua tenuta, ma io non sapevo neanche quali fossero i pioppi e quindi mi aggirai in lungo e largo facendo solo attenzione che non si avvicinasse il pastore famelico e iracondo. Nulla imparai degli alberi, ma tanto di un altro modo di leggere i testi che non fosse quello stantio. Imparai, insomma ebbi l’illusione che avrei imparato, ma non fu così. Io mica lo capivo perché si dovessero fare quegli accenti e quelle cesure così inconsuete che avevano fatto grande Marisa Fabbri nelle sue Baccanti. E infatti non era per niente obbligatorio. Mi aiutarono tutti, Mauro Avogadro e Giancarlo Prati in particolare, e la stessa Fabbri, ma si intuiva che quest’ultima non riponeva speranze in me. Fatto sta che grandissimi attori li usano come preferiscono e altrettanto grandi attori li rifiutano, tutti accolti dall’immensa generosità e creatività del grande regista.

Io che affronto i ruoli dando uguale peso alla razionalità e alla comprensione fisica attraverso il corpo, 100% a ciascuna strada, mica lo capivo cosa significasse che la Felicità di star bene in salute, fosse una felicità sporca, meschina, piccola, volgare. Mi ci sono voluti 40 anni e tantissime sconfitte per capire, forse, il guaio di illudersi di godere di una salute fisica, non accompagnata da altrettanta comprensione intellettuale. Perverso! dovevo apparirgli perverso evidentemente, ma io che ancora non mi conoscevo così, io che ancora oggi credo di essere una persona abbastanza pulita, se non del tutto, abbastanza ingenua, se non del tutto, abbastanza stùpida, se non del tutto, abbastanza stupìta, del tutto, come avrei dovuto fare a capire che lui mi vedeva profeticamente nella mia perversione e ambiguità che si sarebbero svelate anche ai miei occhi troppe decine d’anni dopo?

A Lui, Luca Ronconi, devo una gioia infinita, quella di aver creduto almeno per un poco di far parte, di essere entrato, di aver avuto accesso a quel mondo che credevo sarebbe stato la mia vita. A lui devo la gioia di aver visto quel Teatro da dentro. A lui devo l’amicizia irrinunciabile e insuperata con alcuni attori meravigliosi, con una comunità di artisti tanto semplici quanto grandi. A lui devo la gioia di spettacoli fiume come fu Ignorabimus di Arno Holz, visto nella versione di 12 ore e la gioia per tutti quei “Romanzi Sceneggiati” che ha portato mirabilmente in scena. A lui devo il calore di quegli abbracci che mi ha regalato le poche volte che ci siamo incontrati nel tempo seguente e mai concluso. A lui devo l’aver creduto nel Teatro e aver apprezzato le diversità, le grandezze, i fallimenti.

A lui devo/

A Manrico Gammarota

14 Febbraio 2015

La malattia lunga o improvvisa mi addolora, mi sorprende, mi annichilisce soprattutto se incurabile e accompagnata da dolore, decadimento della carne, perdita di dignità, ma il suicidio, che pure è malattia talvolta improvvisa tal’altra lungamente meditata, mi sgomenta. Nell’uno e nell’altro caso ci vuole un coraggio infinito. Dell’una facciamo finta di saperne le ragioni, lo stile di vita, la genetica, la sfortuna. Del secondo anche in presenza di notizie, biglietti, addii, le ragioni non le sapremo mai. Io ancor meno di altri perché non ero intimo di Manrico Gammarota e nemmeno amico e nemmeno conoscente. Lo conoscevo di fama come persona squisita e ottimo attore.

E poi servirebbe conoscerne le ragioni quando ormai tutto è stato?

Inarritu rispondendo in una intervista sul suo ultimo film (vivilcinema n. 1, 2015, pag. 08) dice: “Che sia potere politico, mediatico, economico, il problema è sempre lo stesso: l’esasperazione dell’Ego che può portare alla disperazione, alla distruzione. E non riguarda solo gli attori, come recentemente Philip Seymour Hoffman e Robin William, ma anche banchieri, politici, giornalisti e altri ancora: il suicidio, purtroppo, è un’opzione.” Inarritu parla del suo film e io non posso permettermi di contraddirlo sullo specifico, ma non credo, mi permetto di non credere che per Manrico e per altri, ricordo Gigi Pistilli, Giampiero Bianchi, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, si sia trattato di esasperazione dell’Ego, ma forse di una più comune fatica di vivere che li accomuna alla disperazione di tanti, di ogni mestiere e disoccupazione. Desidererei sperare che non debba seguirne una lunga inarrestabile serie. Viviamo un tempo di cambiamento, di rivoluzione di regole e condizioni non necessariamente migliorativi. Un tempo di preguerra. Constato la difficoltà di vivere di tantissimi e questa difficoltà trasformarsi in malattia di vivere. Non un muro da sfondare, non una quarta parete da varcare, ma una barriera non altrimenti affrontabile se non con un gesto estremo. Desidero pensare che almeno per un attimo, quel tempo dilatatatissimo che la letteratura narra possa seguire il gesto e precedere la fine; una volta compiuto il suo gesto, prima che se ne realizzassero le conseguenze, Manrico, abbia potuto godere di una serenità nuova per traghettarsi di sua volontà con il gesto ormai compiuto e ormai irreversibile. Una serenità che spero lo accompagni per sempre. Se c’è un sempre.

Francesco Apolloni gli ha dedicato alcuni magnifici versi di Amleto, a me sembra che anche questi celeberrimi gli siano dovuti:

”                                                        Morire, dormire

Nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine

Al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

Di cui è erede la carne: è una conclusione

Da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo.

Quali sogni potranno assalirci in questo sonno di morte

Quando ci saremo scrollati di dosso questa spoglia mortale

Deve farci esitare. E’ questo lo scrupolo

Che dà alla sventura una vita così lunga”

 

Manrico non ha avuto scrupolo.

P.S. perdonami se mi sono permesso di scriverti.

Ma non dico però che quella moltitudine in senso contrario al mio stia sbagliando. Anzi, ha ragioni da vendere. Tuttavia non sono d’accordo con l’opposizione al Cirque du Soleil. Semmai avrei proposto il Théâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine, ma al di là dei nomi e vedo se ne pronunciano molti, desidererei ricordare che quando per le Olimpiadi Invernali di Torino, intorno al progetto straordinario di Ronconi si raccolse un grandissimo budget, ci furono proteste analoghe a quelle di oggi: perché solo a lui, perché dimenticare le realtà artistiche locali e nazionali, quanti soldi sprecati e così via.

A parte il fatto che quel budget si raccolse intorno al suo nome e che quel che lui fece fu, al di là degli incidenti, assolutamente straordinario. Sottolineo che non mancarono le polemiche. Così come ci sarebbero se il progetto affidato al Cirque du Soleil fosse stato invece affidato ad una componente del ricco mondo artistico italiano. Ma a chi? Ricci-Forte? perché no. Emma Dante? magari. Ancora Ronconi? ne sarei stato felice. La Scala? sì, magari con la regia di Arias o Konchalovsky? per carità, no, sono registi stranieri, avreste detto?

No, non mi piace questa petizione.

Amici carissimi che mi salvate la vita schivandomi mentre guido in senso contrario, desidererei anche ricordare che l’esposizione internazionale è un’occasione per esporre il meglio di ogni nazione. Per le nostre attitudini artistiche spero che nel padiglione italiano compariranno scelte di vero prestigio, ma ancora non so chi sarà chiamato per le arti. Ciò che è stato affidato al Cirque du Soleil è uno spettacolo colossale che interpreti il tema dell’Expo 2015. Per di più dichiarano di utilizzare artisti e collaboratori italiani, cosa c’è di male?

Dal sito dell’Expo: “Le competenze di alta qualità disponibili in Italia saranno di grande beneficio per il team del Cirque Du Soleil”, ha dichiarato Yasmine Khalil, Presidente Eventi e Progetti Speciali del Gruppo Cirque Du Soleil.

Leggo fra le righe delle proteste una, sicuramente involontaria, tentazione di spartizione del capitale, e questa poi, fatta solo tra le grandi istituzioni artistiche italiane. Infatti non si vede tra i citati un solo nome che rappresenti la ricerca italiana in campo internazionale, come per esempio la Societas Raffaello Sanzio, per dirne una, Barberio Corsetti per dirne un’altra.

Viviamo tempi durissimi in tutti i campi e in particolare per le arti. Ma la soluzione o il tentativo di migliorare le cose non può passare per un’occasione che deve essere internazionale, ma per la stabilità di leggi e finanziamenti organici cui possano far riferimento tutte quelle realtà artistiche che operino sul nostro territorio, e non solo le grandi istituzioni artistiche quali il Piccolo, la Scala e via dicendo. Pur ribadendo tutta l’ammirazione per queste ultime.

Alla concretezza di una realtà legislativa stabile, tanti tra coloro i quali protestano, hanno anche lavorato seriamente, ma questa ribellione mi appare sinceramente, molto provinciale, piccolina, modesta.

No, non firmerò la petizione contro artisti che possono piacere o non piacere, non è qui il punto, ma artisti che si sono conquistati una grande credibilità. Non firmerò anche perché ormai le petizioni sono così tante, ce ne sarà sicuramente presto una per l’abolizione della legge di Mendel, immagino, sono così tante che lasciano il tempo che trovano, temo.

Soprattutto sono contrario al suo senso profondo, pur condividendone le ragioni all’origine. Il disagio che viviamo.

Lo so, sono io contromano, e me ne scuso. Al primo svincolo esco.

Meticci

25 Novembre 2014

Ancora sui cani neri con la macchia bianca.

Certo Enrico Alleva difficilmente potrà condividere la mia ricerca.

Io però posso affermare che i cani neri con la macchia bianca sono i più antichi del mondo.

 Dal Sanscrito, Diluvio Universale, l’Arca di Noè:

 (trad. e poi venne  la coppia di due cani neri maschio e femmina, con la macchia bianca sul petto).

Il problema di Noè caricando l’Arca era evidentemente quello di tutti gli stivatori, farci entrare tutto e tutti perché poi passato il diluvio, di nuovo tutto e tutti dessero vita a tutto e tutti.

Ovviamente non poteva caricare una coppia per ogni razza e una coppia per ogni variazione di razza.

Così caricò una mucca e un toro per tutte le mucche e i tori, un bufalo e una bufala per tutte le bufale, un bue e un asinello per tutti i presepi e così via.

Ma Noè, pochi lo sanno, era un informatico ante litteram.

Zippò le razze e in ciascuna coppia concentrò tutte le variazioni, così che fosse sufficiente poi decomprimerle e ritrovarle tutte.

Ciò è meravigliosamente evidente nel caso del cane nero con la macchia bianca. Avrete certamente notato come quando qualunque razza si accoppi con una razza diversa ne escano fuori sempre cani neri con la macchia bianca? Non importa quale razza vi sia all’origine. Tant’è vero che quando due cani neri con la macchia bianca si accoppiano, non fanno altro che decomprimere le razze in essi contenute, infatti nelle loro cucciolate si possono trovare esempi di ogni origine, ogni carattere, ogni umore, ogni qualità.

Magari ci si potrebbe chiedere perché il file zippato risultasse proprio nero e bianco, ma è facile dedurlo. Noè non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, tanta luce forse, tanto buio forse, era necessario per lui e per la ciurma, poter individuare i cagnolini di giorno per il manto nero e di notte per la macchia bianca, per poterli sfamare.

Ci si potrebbe chiedere ancora perché proprio i cani indossassero una livrea così straordinariamente elegante, anche questa risposta è facile, perché nel caso, dopo il diluvio, avessero voluto sedersi tutti insieme a festeggiare il ritorno della primavera, sarebbero stati pronti sia per servire a tavola i compagni di ciurma che, per accomodarsi, elegantemente vestiti. Vestiti da cani.

Ma soprattutto per dar l’esempio all’uomo, per invitarlo a mantenere dignità in ogni occasione.

Evviva i meticci che siamo.

A voi capita?

10 Novembre 2014

A voi capita di dire, quando assistete al lavoro di un collega: io quel che fa lui, proprio non lo so fare?

Dato che il 99,9 periodico% dei miei contatti in fb e delle mie frequentazioni reali sono attori, registi, produttori, scrittori, scenografi, costumisti, truccatori, parrucchieri, montatori, doppiatori, tecnici, elettricisti, macchinisti, direttori della fotografia, operatori, informatici, effetti speciali, insomma tutti appartenenti a tutti i reparti dello spettacolo; lo domando a voi, vi succede?

Forse perché ho limitato molto le uscite e vedo solo quello che veramente desidero vedere e nonostante ciò purtroppo, perdo molto anche di questo; a me capita spesso, quasi sempre.

Vedo attori straordinari in scena.

Sì, in Italia ci sono attori pazzeschi e persone straordinarie in tutti i reparti dello spettacolo.

Allora mi chiedo perché si lavori così male, così poco, così malpagati.

Chi è che ruba soldi e talenti?

La questione posta all’inizio la devo al fatto che recentemente mi è capitato più volte di sentirmi veramente piccino di fronte al profluvio di arte di alcuni attori.

Non citerò tutti ché la lista sarebbe lunga.  Mi limiterò a 4 opere viste di recente e solo a quelle italiane, altre che so meravigliose, devo ancora vederle. Ci sono poi anche tanti talenti che lavorano all’estero con attori stranieri e questo privilegio se lo sono conquistato, Caro Carlei, Paolo Sorrentino, Andrea Di Stefano, per citarne solo alcuni diversissimi tra loro.

Solo pochi giorni fa, al Vascello di Roma, per “le vie dei Festival”, encomiabile iniziativa di Natalia Di Iorio, ho visto, ahinoi programmato per un solo giorno, “Dolore sotto chiave e Pericolosamente” di Eduardo, per la regia di Francesco Saponaro con interpreti strepitosi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano. E i meriti vanno all’intera compagine, regia compresa, ovviamente.

Al Teatro i di Milano si replica il terzo episodio della trilogia di Massimo Sgorbani “Innamorate dello spavento” (di cui ho visto gli assaggi all’auditorium della Rai di Via Asiago in Roma) per la regia di Renzo Martinelli, il regista di Teatro, non quello del cinema. Progetto magnifico in cui l’autore cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich” (io direi alcune femmine, perché la prima è Blondi, il pastore tedesco di Hitler), oltre ad una regia raffinatissima con citazioni a mio parere e spero di non sbagliare, anche di cinema espressionista, direttamente proposte dal vivo come in un film di Murnau, oltre alla strepitosa avventura sonora eseguita dal vivo da Fabio Cinicola, alle luci coraggiosissime di Mattia De Pace, la drammaturgia di Francesca Garolla, vede in scena due veri mostri, non i personaggi certamente mostruosi, interpretati come super marionette, ma i due eccellenti interpreti Milutin Dapcevic e Federica Fracassi. Veramente inarrivabili. Si producono in una prova estenuante. Decisamente da non perdere.

Per non dire della diretta televisiva dal San Ferdinando di Napoli di Le voci di dentro, ancora Eduardo, Sorentino, Servillo e tutta la compagnia, Betti Pedrazzi in testa. Che bella prova di Teatro.

E ieri, Il giovane favoloso di Mario Martone. Magnifico film da tutti i punti di vista. Eccellente in ogni aspetto. E, limitando l’osservazione agli attori, direi, strepitosi. Attori, tutti con rigorosa formazione Teatrale che dividono con il Cinema e in un caso anche con la Danza, Raffaella Giordano, che piacere rivederla, potente e severa come lo è stata Pina Bausch in E la Nave va di Fellini. Di Elio Germano che dire, lascia senza parole.

Ho volutamente trascurato la TV della quale però direi che quando è fatta da professionisti consolidati in Teatro e Cinema, la differenza si vede. A qualcuno dà fastidio. A me esalta.

Ma non sarà che essersi formati e continuare a studiare siano cose buone e giuste?

Non sarà che la divisione tra attori di Cinema e di Teatro sia ormai decaduta e quindi le due un tempo diverse scuole siano converse in un unica categoria che però e per fortuna, ancora si distingue dall’altra dei parvenu?

Insomma, vedendo i signori di cui sopra, mi sono sentito piccino piccino picciò.

Allora, far le cose fatte bene si può.

Dunque, ripeto: perché a parte le eccezioni citate, si lavora così male, così poco, così malpagati?

Chi è che ruba soldi, talenti e sogni?

(The answer is blowing in the wind)

Io certamente sì. Lo sono, tanto. Fortunato. In tutti gli aspetti della mia vita.

Nello specifico cui mi riferisco, dico che è meglio accudire una persona pensante e senziente che ancora comunica piuttosto bene, invece che una pianta carnivora, un vegetale di carne. Ma lei? mia madre? cosa preferirebbe? aver smarrito completamente la mente o l’averne conservato, come di fatto è, quel po’ che basti a ricordare tanti infiniti particolari della sua vita passata e presente e soffrire come un cane smarrito? sì, smarrita lei, nella sua mente, nei suoi lunghi dormiveglia, sognando cibi e luoghi e salute e forse amori. O smarrita come quel cane che perso il proprietario non trova più la via di casa e vaga seguendo tracce interrotte di un odore domestico?

La differenza è che lei è stata, è e vuole giustamente essere, irrinunciabilmente, padrona di se stessa. Quel cane cerca invece un padrone che lei non vuole. Rifiuta.

Allora. Questa è la vita. Ma è vita, questo lungo declino, questo declivio che certamente non può migliorare, arrestarsi, se non in una frenata sulla sabbia, uno sbandamento, un fermo immagine?

Portatemi in montagna, sulle Alpi, fatemi prendere una polmonite.

Solo una socratica considerazione che illumina la sua vita d’immenso come il sole le montagne all’alba. Certi della fine del mondo. Quello conosciuto.

L’alba di che?

L’alba di una lunga scorreggia che fisserà il rilassamento dei muscoli. La cessione di quel fabbricato del corpo lungo molto più di Corviale, animato di nemici silenti che la faranno esplodere in una nuvola di profumo.

Sì, sono sensibile agli odori. Mi penetrano nei tessuti della pelle e dei vestiti, non mi abbandonano per giorni e quando finalmente svaniscono è già da un pezzo l’ora di ricominciare.

Lo so mamma che a te fa ben meno piacere di me. Dimmi tu cosa io debba fare.

So solo che io devo prevedere per tempo quel che io, a me, dovrò fare. Ma per te, certamente, solo aspettare. Alleviarti, cercare di alleviarti, i dolori e le fatiche.

Cucino per te e non ti va mai bene un cazzo. Ti piace che ti porti l’orribile zucchina ripiena, l’orata sfilettata, il salmone a trance, poi lo cucino e a te non piace. Sbaglio sempre qualcosa. Non eseguo a misura le tue ricette. Eppure cucino abbastanza bene. E’ il tuo palato che si è fatto severo e contraddittorio o è la mia passione che si spegne? Senti gli stessi sapori di un tempo? nello stesso modo? quando mi dici che le patate arrosto sono bruciate e non rosolate hai ragione, ma perché si bruciano nella loro breve vita, invece che insaporirsi nell’olio abbondante insieme alle cipolle che si sfanno come in Maremma la Pia dei Tolomei, Siena mi fe’, disfecemi/ come il tuo corpo? Disfatemi, sembri dire. Come il mio corpo. Come l’amore filiale. Come il nostro Paese.

Disfacimento. Disfacciamoci. Disfiamoci. Amore e corpo. E italiche speranze.

L’unico rimpianto che so non avrai, forse, è quello del mondo che lentamente abbandoni che hai strenuamente lottato per migliore e che non sai quanto brutto si sia fatto. Quanto è brutta questa Italia che lasci. Che avresti voluto migliore per i tuoi figli. Per tutti. Quanto vani siano stati il tuo sacrificio e la tua dedizione alla lotta. Per le donne. Per gli uomini. Per le sorelle e fratelli vittime di leggi e sentenze ingiuste. Quelle che hai combattuto da donna della Polis. Perfettamente consapevole. Non so se sai che quelle battaglie le hai perdute.

Io non te lo dirò.

Divinare humanum est

6 Giugno 2014

Divinare humanum est.

sembra un ossimoro e forse almeno un po’ lo è. Mi piacciono gli ossimori, mi riconducono al reale. Concreto. Tutto ciò che sembra qualcosa è anche il suo contrario. Esattamente il contrario di quel che credevo a scuola. Un’immagine riflessa nel suo contrario. Con la crisi straordinaria che ci attanaglia, le tasse sono aumentate, le bollette sono aumentate, il costo della vita è aumentato. Tutto il contrario di ciò che sarebbe necessario. Il consiglio d’Europa accetta per l’Italia il rinvio al 2016 per il pareggio di bilancio, ma ci chiede ulteriori sacrifici. Ulteriore austerità. Tutto il contrario di ciò di cui avremmo bisogno. Dal 2009 i nostri governanti ci dicono che la ripresa sarà l’anno successivo, il ’10, l’11, il ’12, il ’13, il ’14, il ’15 and so on (e via così). Li ascolto e capisco che non mentono, si esprimono per ossimori. Gli ossimori di un paese irrimediabilmente in crisi che spera in una impossibile ripresa aumentando il costo della vita in modo uguale e contrario alla diminuzione progressiva del lavoro e dei compensi. Renzi, con la richiesta alla Rai di pagare con 150 milioni di Euro, parte della somma a lui necessaria a restituire 80,00 € a 10.000.000 di lavoratori ha dato l’ultimo colpo di grazia all’industria della cultura come nemmeno Berlusconi aveva osato fare. Forse la Rai ridurrà gli sprechi, sicuramente ridurrà i budget per le produzioni, quindi sempre noi pagheremo questo debito. Cercare di risolvere la crisi aumentandola. Che soluzione! Riduzione quindi di una qualsiasi speranza. Di una Speranza di ripresa. La Speranza appunto.

La Speranza magari non nella Provvidenza manzoniana, ma anche solo una piccola speranza quotidiana, ci stimola, almeno me, a cercare e interpretare dei segni premonitori. Non solo in TV.

L’oroscopo non lo leggo più da un’infinità di anni. Che gliene frega alle stelle di me. Sperimento qualche piccola ridicola scaramanzia. Evito accuratamente che le posate si incrocino, non solo sulla tavola apparecchiata, ma anche nel lavandino quelle sporche. Evito che gli strumenti del trucco di Teatro, pennelli e matite, formino una croce sul tavolo del camerino, me lo suggerì un attore che diceva di essere un po’ stregone lui stesso o forse se ricordo bene, un veggente il suo compagno. Un tempo, per propiziare un debutto, indossavo per la prima di ogni spettacolo, almeno un elemento di vestiario usato alla prova generale, ma siccome la scelta cadeva inevitabilmente sulle mutande o boxer, perché magari le magliette non entravano sotto un costume settecentesco, trovando la cosa un po’ ripugnate, ho cominciato a fregarmene e cambiarmi completamente anche gli indumenti intimi, per essere in scena completamente nuovo ogni sera, per portere solo me stesso e il personaggio su quelle tavole. Le mie mutande non particolarmente sporche mi ripugnavano se indossate per due giorni, quelle di altri indossate dal primo giorno d’accademia 3 anni prima, conservavano le mitiche strisciate di piscio di quelle da bambini, e speravo che i loro proprietari e indossatori non se le sfilassero, per evitare che finissero inevitabilmente sui vestiti o costumi miei o di altri. Non so se quelle fossero di buon augurio, certo riferivano di scarsa igiene personale o di una tale difficoltà di vivere che nemmeno le mutande quei giovani attori potevano permettersi. E non era una profezia, ma una certezza.

Divinare humanum est.

Ora che l’Oracolo di Delfi è divenuto per me troppo lontano, ora che è meta di turismo industriale e di suv del mare e comunque solo di quelli che se lo possano ancora permettere, i quali quando scoprono che è lontano dalla costa, probabilmente rinunciano ad interpellare la Pythia, loro che il dono di qualcosa da sacrificare lo potrebbero concedere. Ora che le profezie non si scrivono più su foglie abbandonate al vento, ora che profeti catodici sperperano le loro parole nell’etere, ora che il volo degli uccelli dice poco a quasi tutti, ora che non pratico più la lettura dei fondi di caffè, nella quale mi ero specializzato al punto di non riuscire nemmeno a capire i libri che leggevo, perché invece di ascoltare le parole dell’autore, cercavo immagini e disegni che mi suggerissero il mio futuro, rendendomi spesso incomprensibile il libro stesso. Ora che non ho più un orizzonte marino da interpretare per capire cosa succederà del vento sulla nostra rotta di naviganti a vela, ora che le nuvole mi suggeriscono al massimo di prendere l’ombrello, ora che la carta da parati con gli schizzi di gesso non si usa più e che tante storie mi raccontava da bambino, ora che le macchie sul muro non le vedo nemmeno, per abitudine.

Ora cerco di prevedere il futuro dalla tranquillità o meno con la quale il mio cane riesce ad esprimere i suoi bisogni quotidiani.

Se rapidamente trova la sua ispirazione in un ciuffo d’erba ed esegue la sua fisiologia in pace, bene, forse sarà una giornata tranquilla, ma se come oggi, appena cominciato ad esibire la sua necessità, proprio lì arriva un grosso furgone rumoroso, dal quale scende un conducente a dire il vero anche simpatico che si scusa dichiarando certo i bisogni sono bisogni, ma tuttavia pensa anche ai propri e spalanca con gran fracasso lo sportellone di carico sul muso del mio cucciolo, capisco che la giornata sarà dura, a cominciare dalla ricerca di un altro filo d’erba sul quale lasciar defecare il mio timido animaletto. Ma se poi succede che appena trovato un altro angolo questa volta sterrato e rimessosi al lavoro intestinale, il mio cane fiuti dall’altra parte della strada, un maschio che lo odia chissà perché, allora la funzione nuovamente interrotta diventerà un vero problema, come forse la mia giornata, come forse la mia settimana. Non mi resta che sperare che la profezia sia, come dicono i profeti televisivi, a breve termine. Tanto è sempre e comunque un problema di cacca. Di stare nella cacca. Io, noi, il nostro altrimenti bellissimo Paese. L’importante è raccoglierla. Chissà che non se ne possa fare una start-up.

Cosa si dovrebbe vedere guardando un’opera d’arte è materia per esperti, professori, filosofi, curatori d’arte, esperti d’arte. Prima però bisognerebbe capire cosa sia un’opera d’arte, ma anche questa è domanda cui dovrebbero rispondere gli esperti. Se è vero che molto dipende dalle epoche e dalle culture, l’opera d’arte è riconoscibile perchè rimane tale nei secoli anche se se ne modifica la percezione e la considerazione nel tempo.

Per me arte è tutto ciò che abbia un rapporto dialettico con tutto quel che l’ha preceduto, anche non evidente, ipoteticamente innovativo, rivoluzionario, anche se di difficile comprensione, anche se non sempre l’opera si compie. Il tentativo stesso quindi è arte. Libri, spettacoli di ogni genere, mettere in scena una nuova lettura del Macbeth dopo il gioco di bambini di 30 anni fa e anche raccontare uno alla volta i suoi personaggi, così come fa in questi giorni Giovanni Lombardo Radice, anche un pieghevole pubblicitario, un flyer, una locandina, una copertina di rivista, un’etichetta, un manifesto, un’illustrazione, uno spot, una fotografia, un quadro, una scultura, un’architettura, una manovra a vela, una sinfonia e una canzone, una giocata a pallone, un bel colpo alla lippa, un sorriso e la capacità di sopravvivere. Un gesto. In ogni caso un’opera dell’uomo. Ovunque ci sia un pensiero che determini un’azione. Il resto, come la natura, sono fenomeni.

Dato che io non so cosa un’opera d’arte sia, mi limiterò a considerare solo l’opera, il gesto. Poi se sarà arte lo si vedrà.

Quel che io cerco è ristoro per l’anima.

Non che la mia sia un’anima più tormentata di quella di chiunque altro. Però di fronte ad un’opera io cerco di leggerne la drammaturgia, non una storia, non la trama che mi rompe anche un po’ le scatole, ma il dialogo sviluppato dal conflitto, la differenza di potenziale tra due poli (lì contenuti o tra il mio sguardo esterno e l’opera stessa) che scatena la scintilla con il passaggio dell’elettricità, l’incastro dei piani di lettura, l’incastro dei piani di sviluppo, il conflitto, l’origine di quel conflitto e la sua riproposizione. Lo sviluppo del conflitto è l’unica trama possibile e sensata. La ragione dell’autore. La ragione degli altri. Certo non la mia che fatico a trovare. Cerco ciò che mi sorprende. Ciò che io non so fare. Se trovo qualcuna di queste cose, la considero opera d’arte e me ne lascio incantare.

Cerco il gesto dell’autore che deve avere origine in un pensiero anche non meditato, un gesto immediato, come un taglio ben assestato che duri in eterno, anche solo nella memoria o nella carne. Anche un gesto lungo, lunghissimo a compiersi come nelle opere di Bill Viola. Davanti ad un’opera d’arte voglio sentire il bisogno di interrogarmi su cosa mi colpisca di quel gesto. Non è mai l’immediata comprensione dell’opera stessa a colpirmi o a permettermi di definirla Arte. Certo, anche il colpo d’occhio e l’emozione subitanea hanno senso, accendono l’attenzione. Ma tanto più tempo l’opera mi chiede per intenderla, per penetrarla, tanto più godo. Niente a che fare con l’incomprensibile, con il gesto a cazzo, la scritta sui muri che offende. Eppure anche tra i taggisti ci sono capolavori (un tempo il taggista segnava con la sua firma l’aver raggiunto un luogo irraggiungibile. Essere arrivati a superare il divieto era Arte. Altro è firmare a sproposito una parete pubblica). Il tempo che ci metto a comprenderla è piacere puro, è affidargli la mente, il corpo e l’anima. Poco tempo, se del tutto emotivo, tanto se cerco le ragioni degli incastri dei piani che determinano il conflitto. Tantissimo tempo anche se non trovo spiegazioni, ma ci penso, è piacere. Come nei quadri astratti di Picasso, come nei quadri di Futurballa che si starebbe le ore a decomporli e cercarne le origini per comprenderne l’incastro e la composizione. Lasciandosi turbinare.

Insomma, chiedo che di fronte a qualsiasi opera artistica o tendente all’arte, si usino pure se proprio si vuole le terribili categorie del mi piace-non mi piace, ma almeno ci si interroghi prima o dopo su ciò che l’autore abbia fatto, cosa abbia voluto dire, come e dove abbia avuto origine il suo gesto. E fino a che, anche sbagliando, non se ne sia rintracciata l’origine, immaginati la direzione e il percorso, si taccia.

Si deve, credo, provare a leggere quel che si vede, dai più disparati punti di vista. Possibilmente non riducendo l’interpretazione al mero naturalismo o almeno non solo al naturalismo, alla somiglianza con la realtà visibile a tutti, la riproduzione della superficie naturale delle cose, perchè di fronte alla riproduzione priva di interpretazione si scopre tutt’al più una buona mano, ma non un punto di vista. Per intenderci, le vedute di van Wittel, Vanvitelli, sono indubbiamente arte non perchè riproducono il reale, ma il particolare, il dettaglio, il movimento, la vita e lo scorrere di questa. Cose che io non vedrei guardando gli stessi scorci e che quindi lui mi indica. Forse, nell’arte, non sempre l’orizzonte è al centro, la terra sotto e il cielo sopra.  Talvolta l’orizzonte è solo un’ambizione, una tendenza o un tentazione. Talvolta tutto vortica pericolosamente anche nell’immobilità.

La drammaturgia non è presente solo nel racconto, ma ogni gesto è un racconto che ha la propria drammaturgia. Cerchiamola.

Perché sia chiaro, non ho nessuna mia opera di cui rivendicare la comprensione. Ma solo la richiesta per tutti e ciascuno di interrogarsi sull’opera degli altri prima di giudicare. Poi, ben venga il giudizio.

Sì, recentemente ho visto opere sorprendenti, disegni, semplici disegni, spettacoli, libri, film, azioni, ai quali non smetto di pensare. E ne sono felice.

P.S. ho usato 4 volte la parola incastro nelle sue variazioni. Sì, anche l’incastro a coda di rondine delle pareti di un cassetto, mi esalta. Lì si risolve un conflitto. Quello di stare insieme. E così sono sei volte che uso la parola incastro. E con questa fanno sette, il mio numero preferito. Anche la parola conflitto con questa l’ho scritta sette volte. Perché? Boh. Ne avevo bisogno, forse. Come dell’Arte.

Attori che scrivono libri, 6° (sarebbe il 7°, ma il primo non l’ho numerato).

Amo la Memoria degli attori. Le loro Memorie.

Il primo, per me, fu Carlo Goldoni. Le sue Memorie, un libro straordinario. Sì, Goldoni era anche attore e avvocato, non solo il grande drammaturgo che conosciamo o dovremmo conoscere, se alle medie e al liceo non ce lo avessero fatto odiare. Per fortuna ho avuto modo di vedere suoi testi messi in scena da Giorgio Strehler, da Luca Ronconi, da Ugo Gregoretti (con Proietti appunto) e io stesso desidererei metterne in scena uno, non dico quale, con una compagnia di vecchi attori, cioè miei coetanei, ma questa è un’altra storia. A Goldoni dobbiamo anche l’invenzione del diritto d’autore, del resto come già detto era anche avvocato, oggi esteso anche alla nostra immagine rivenduta nei programmi televisivi, un diritto che se ci arrivasse puntuale permetterebbe a chi, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente lavora meno o non più, di stare un po’ meno male. Ma anche questa è un’altra storia.

Goldoni andava da Chioggia a Venezia con un barcone a vela latina, navigava con i suoi bauli e le carte di credito, sì, esistevano anche allora, ma non c’erano i bancomat e per scontarle ci volevano anche settimane di attesa per essere ricevuti dal direttore di banca locale. Scriveva con pennino e calamaio, al freddo, per Teatri freddi, eppure ci fu un anno in cui scrisse ben 16 commedie, tra le quali alcuni capolavori. Finì la sua vita in Francia. Le sue monumentali Memorie le scrisse in francese, infatti. Fuga di cervelli allora come oggi.

Sono costretto a ripetere, sebbene i miei pochissimi lettori già lo sappiano, semmai ce ne fosse uno nuovo, che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma solo il piacere di rimanere a pensare al bel libro appena letto e alle sue conseguenze.

Proietti ha navigato e naviga ogni esperienza di Teatro con le vele piene di vento. E qui ce lo racconta, il Teatro.

Così come Carlo Goldoni, Antonin Artaud e tanti altri con le loro opere disegnano il rigore di una vita dedicata al Teatro, anche Proietti con queste sue Memorie dà una lezione di rigore, raccontando con entusiasmo il mare da lui percorso, dalle prime esperienze come musicista e cantante, al Teatro universitario, dalle compagnie di giro al one man show, la televisione, il cinema e il doppiaggio, fino alle più recenti, attraverso ogni genere di spettacolo. Quello su cui le generazioni successive si sono formate, hanno magari sfiorato e ora è completamente cambiato.

Il mondo dei musicisti di night club e di locali da ballo nel quale Proietti ha cominciato ad esibirsi, non lo conosco che pochissimo, direi più che altro dai suoi racconti entusiasmanti e divertenti.

Quello del Teatro lo conosco decisamente meglio, ma mai abbastanza.

La mia frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica coincise con l’apertura della sua mitica scuola al Teatro Brancaccio. Così che tutti noi allievi di recitazione dell’una e dell’altra scuola, noi un po’ più seriosi, loro divertentissimi, ci incontravamo e passavamo le sere e le notti insieme, proprio con quasi tutti coloro i quali lui cita nel suo bel libro. Certo parlavamo di quel che studiavamo, confrontavamo metodi ed esperienze, ma soprattutto facevamo un sacco di cagnara, sfogavamo in strada, magari davanti a quei buonissimi e dannosi cornetti caldi notturni che allora andavano tanto di moda, quello che ancora non ci era dato di sfogare in palcoscenico. Si andava a vedere gli uni gli spettacoli degli altri e poi si faceva baldoria, dopo esserci congratulati per le belle cose cui avevamo assistito (non sempre, sigh!), discutendo del bene e del male, della messa in scena e della recitazione, lodando e criticando, parlando e straparlando di recitazione, scene, costumi, regia, luci, cose di cui capivamo abbastanza poco, ma che cominciavamo a conoscere, affermando verità crollabilissime e bugie perfette, indossando quella che chiamavamo la necessaria faccia di tolla. Non si esitava ad andare da una città all’altra in una specie di tournée preparatoria al futuro cui aspiravamo, per vedere un amico già diventato attore che lavorava magari proprio con lui, per conoscerlo, per farsi vedere. Fu così per esempio per il Bugiardo di Goldoni con la regia di Ugo Gregoretti e Gigi Proietti protagonista che andai a vedere a Genova. In questo modo studiando e imparando la vita del Teatro e dello Spettacolo, dentro e fuori il palcoscenico.

Nel suo racconto di una vita di spettacolo, non una biografia, ma “quattro chiacchiere sul passato”, non c’è un milligrammo di autocommiserazione, di insistenza sulle difficoltà, ma solo quell’entusiasmo per la sua Arte che vediamo sgorgare come una sorgente fresca in ogni sua interpretazione, ma anche semplicemente la mattina quando arriva sul set sfoggiando un sorriso e una battuta che alleggerisce il lavoro e rallegra.

Le fasi della sua esperienza sono talmente tante che è difficile citarle tutte, dal CUT con Giancarlo Cobelli al gruppo 101 con Antonio Calenda, da Roberto Lerici a Ugo Gregoretti, passando per i più grandi registi che tutti abbiamo amato e amiamo come Scola e Fellini, Altman. Ma anche Sergio Citti, mai abbastanza lodato, un genio del cinema che aveva ricevuto l’arte dalle mani di Pasolini e ce l’ha restituita in una cinematografia personalissima, con capolavori indimenticabili, come Casotto che Proietti cita, rievocando l’irresistibile scena dei piedi “zozzi” per le scarpe che stingevano. Proietti, concludendo il suo libro, dice che vorrebbe ancora fare uno spettacolo intitolato “Cartoni animati”, incentrato sui barboni. Colgo io la coincidenza, quello fu anche il titolo di un film di Citti che purtroppo nessuno o pochissimi videro. Ne chiesi notizia a Ninetto Davoli quando anni fa ebbi il piacere di lavorare con lui, mi disse che evidentemente non era venuto bene o non ne era stato soddisfatto lo stesso Sergio Citti. Auguro a Proietti miglior fortuna.

Proietti rievoca la mirabile stagione del Teatro Tenda di Molfese. Anni indimenticabili, entravamo gratis con la tessera dell’Accademia o invitati da amici. Lì ho visto grandi attori, Proietti appunto, Vittorio Gassman all’asta, Eduardo De Filippo, Jango Edwards, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il famoso Masaniello di Armando Pugliese con Mariano Rigillo e Lina Sastri. Il Teatro insomma.

I miei personali ricordi poco hanno a che fare con le intensissime avventure teatrali di Gigi Proietti, ma lui me li ha evocati con le sue Memorie. L’unicità della sua storia artistica diventa universale quando ce la racconta e ci fa sognare almeno una piccola identificazione con lui. Difficilissimo riassumere il suo libro, composto di mille e mille citazioni, occasioni, avventure teatrali. Ne cito una per tutte, tra le più recenti, l’avventura del Globe Theatre, costruito dalla famiglia Toti da un’idea, dal desiderio di Proietti che ci fosse magari anche un piccolo palcoscenico all’aperto, a Villa Borghese, per fare spettacoli estivi e che è diventato quel magnifico Teatro, luogo di riferimento a vocazione strettamente shakespeariana, sempre esaurito in ogni ordine di posti.  Il libro è da leggere per intero, con la voracità che lui ha messo e mette nella sua Arte, per provare a saziarsene ben sapendo che è impossibile. Il Teatro dal vivo, ma anche raccontato, specie se da lui, è cosa che più ne mangi, più ne respiri e più ne mangeresti e respireresti, comunque vi si assista, sia in scena (preferibilmente), sia in platea, specialmente davanti a quella carica vitale che lui mette in ogni suo “gesto” artistico, sia esso una canzone, uno spettacolo, un aneddoto, una barzelletta, una storia. Guardate e ascoltatene una, http://www.youtube.com/watch?v=qYY4HERByd8, “Il cavaliere bianco e il cavaliere nero”.

Incontrai una prima volta Gigi Proietti appena diplomato all’Accademia. Per guadagnare, ma soprattutto per stare in Teatro, quell’estate lavoravo come aiuto coreografo di Lydia Biondi per le Nuvole di Aristofane che stava mettendo in scena il grande Tino Buazzelli. Proietti mi ricevette in un piccolo studio al Teatro Brancaccio. Cercava un giovane attore, non so come o chi gli avesse fatto il mio nome. In quell’occasione, ahimè, dissi una di quelle mie scemenze poco meditate e che non ripeto, perché ancora me ne vergogno e non so come possa allora essermi venuta in mente, ma ricordo la sua espressione esterrefatta, così che tutto finì lì.

Ho avuto per fortuna l’occasione di rincontrarlo proprio qualche mese fa per un ruolo in una serie televisiva, per la regia di Luca Manfredi, di cui lui è protagonista. Già la scorsa estate al provino su parte, quando Pino Pellegrino, il casting, mi disse che si trattava di una serie con lui, impallidii per il timore di lavorarci, il timore del confronto. Feci in modo di non pensarci, il provino andò bene e mi scritturarono. E, desidero dirlo, in un cast completamente composto da Attori di provata esperienza teatrale, cosa rara e bellissima. Ho letto il copione ed ho ricominciato a tremare. Finalmente un personaggio diverso dai miei “cattivi” che pure amo molto, per una volta un personaggio sfortunato, incompreso e offeso, però in una delle scene con Proietti c’era una mia battuta che avrebbe potuto trasformare la situazione da tragica in comica. Mi sono detto, e se gli autori non mi autorizzassero a cambiarla? e se Proietti non volesse cambiarla e se ne approfittasse con la sua celeberrima ironia, io e il mio personaggio che fine faremmo? Non avevo fatto i conti con il suo genio e la sua delicatezza, quella delicatezza che hanno solo coloro che testimoniano rispetto assoluto per il mestiere e la condizione dell’attore con il quale si trovano a lavorare. Lui certo non aveva bisogno di quella battuta per prendersi la scena, l’abbiamo leggermente variata e abbiamo lavorato benissimo insieme. Un’ulteriore lezione di sensibilità per l’arte della recitazione e per i colleghi, di cui gli sono grato.

Insomma, caro Gigi (mi hai autorizzato tu a darti del “tu”, semplicemente girandoti a guardare chi altro ci fosse intorno, ogni volta che io rivolgendomi a te dicevo “lei” e tu “ma chi è ‘sta lei?”), del tuo libro ho detto ben poco, ma me lo sono proprio gustato.

Grazie Gigi, per la tua Memoria, ricordi tutto, proprio tutto e grazie per la tua Arte.

 

“Tutto sommato – qualcosa mi ricordo” di Gigi Proietti, Rizzoli editore, 241 pagine di insuperabile memoria, € 19,50 ottimamente spesi.

 Scrittori che scrivono Libri (finora mi ero occupato solo di Attori che scrivono Libri).

Come uno studente di liceo, leggendo il libro ho sottolineato una moltitudine di frasi che vorrei ricordare o che almeno farò poca fatica a ritrovare.

Dovrei citarle tutte, ma sarebbe come trascrivere il libro che invece bisogna comprare e leggere.

 ”La casa sulla roccia” se avesse un difetto sarebbe quello che purtroppo finisce, mentre invece lo si vorrebbe tenere ancora con noi dopo l’ultima pagina. E così faccio, scrivendo queste poche parole.

I miei pochissimi lettori già lo sanno, ma semmai ce ne fosse uno nuovo devo ripetere che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma appunto il piacere di rimanere a pensare al bel romanzo appena letto.

E’ un romanzo chiuso, completo, finito. L’esatto contrario di “Regate di terra” di Paolo Montevecchi di cui ho scritto la settimana scorsa che invece è aperto e mai finito, forse infinito, il cui seguito addirittura viene annunciato di volta in volta dall’ultimo codice QR. Eppure un giorno anche questo si chiuderà, immagino.

“La casa sulla roccia” è un libro completo, a suo modo circolare. Diversissimi, eppure li amo tutti e due questi libri, allo stesso modo. Quando leggo desidero trovare stile, originalità, narrazione, struttura. Quel che io non so fare. Qualsiasi cosa purché sia diversa da me, altrimenti che noia sarebbe!

Tutto del resto si chiude, finisce e il compimento di qualsiasi cosa è quanto di più soddisfacente possa esserci sia per l’autore come per il lettore. Ciò vale per esempio anche per un ponte, per il suo architetto, per chi lo attraverserà, come per tutto quel che facciamo e che siamo, compreso l’amore, compresa la vita. Così per questo libro, il compimento è esaustivo, come un ponte appunto che da oggi ci porta al 1961 e lentamente, accuratamente ritorna a noi, qui ed ora. Almeno così io l’ho interpretato. Cosa c’è di più bello di un ponte che si libra leggero sul fiume talvolta impetuoso e unisce due rive?

Come il ponte della Musica di Santiago Calatrava a Roma che guardo e ammiro ogni volta che ci capito vicino, senza mai avere il coraggio di percorrerlo, per quanto è bello, per quanto è leggero, per quanto di quel ponte ho sentito la mancanza fin dalla mia infanzia, quando ne parlavo con mio padre, con le mie prime parole, al tempo dei miei primi ragionamenti, mentre crescevo in quel quartiere allora privo del salto che unisce le rive. Nei primi anni sessanta appunto, avevo 5 anni e guardavo le due sponde del fiume dal balconcino del nostro soggiorno oppure dal Lungotevere, spostando qualche ramo della siepe d’alloro le cui foglie talvolta rubavo perché mia madre ci condisse e cucinasse i fegatini con la rete.

Con il libro di Monda ho avuto più coraggio, l’ho letto subito, l’ho divorato in privato. Tutto in privato è più facile. L’ho attraversato così come il ponte invita a fare. Guidato dal ricordo, dal monologo interiore della protagonista.

Come un ponte, il libro di Monda, mi ha permesso di percorrere non solo gli avvenimenti accuratamente riportati da lui stesso, ma quella miriade di sensazioni, sogni, speranze e necessarie conclusioni, scelte giuste e sbagliate, sperimentate fino ad oggi. La ricerca di una solidità che ancora mi manca. Appunto “una casa costruita sulla roccia e non sulla sabbia”, come il Vangelo* ci invita a fare, tutti, anche me che credente non sono, credo. Mi ha risvegliato il mio privato mondo interiore che pur diversissimo da quello di Elisabeth-Liz-Beth, è la chiave dell’identificazione con lei, necessaria al godimento di un libro la cui leggerezza è il compimento della prima lezione americana di Calvino.

E qui sta il paradosso più riuscito dell’autore, un altro atto compiuto. Il protagonista, l’io narrante è femminile, direi femmina, donna, nella sua pienezza dei sensi. Non c’è in questo presunzione, ma straordinaria abilità narrativa.

E’ un compendio del pensiero americano, della cultura americana dominante, del comportamento americano, del pragmatismo di cui sono maestri gli americani.

Conosco Antonio da almeno 35, forse 38 anni, da venti vive a New York, ma fu il primo tra le mie conoscenze ad andarci. Il suo pragmatismo lo potei constatare al mio primo tentativo di partenza per l’America, più o meno 33 anni fa, gli chiesi dei consigli e lui stampò e mi diede un suo compendio, un baedeker per vivere la città che aveva preparato per gli amici.

Da allora, ma sarebbe più giusto dire da sempre, Antonio fa e si occupa di mille cose. Oltre quelle citate nel risvolto di copertina ha anche una bella e numerosa famiglia cui non fa certo mancare ogni umana attenzione, concreta e spirituale.

Rimane un dubbio che mi sconquassa: ma come fa Antonio Monda a fare, e bene, tutto quello che fa? Le sue giornate non durano come le mie? Evidentemente conserva un segreto che spero un giorno vorrà rivelarci. Intelligenza, curiosità, organizzazione e pragmatismo, forse?

 

“La casa sulla roccia” di Antonio Monda, edizioni Mondadori, 138 preziose pagine. 17 €.

 

*Per quegli intervistatori che sbagliano il titolo del libro o non ne capiscono il riferimento, direi che non ci sarebbe nemmeno bisogno di aver letto il Vangelo, ma basterebbe informarsi un poco, prima di un’intervista, magari anche solo leggendo le note editoriali che si trovano facilmente in internet.