Attori che scrivono libri, 6° (sarebbe il 7°, ma il primo non l’ho numerato).

Amo la Memoria degli attori. Le loro Memorie.

Il primo, per me, fu Carlo Goldoni. Le sue Memorie, un libro straordinario. Sì, Goldoni era anche attore e avvocato, non solo il grande drammaturgo che conosciamo o dovremmo conoscere, se alle medie e al liceo non ce lo avessero fatto odiare. Per fortuna ho avuto modo di vedere suoi testi messi in scena da Giorgio Strehler, da Luca Ronconi, da Ugo Gregoretti (con Proietti appunto) e io stesso desidererei metterne in scena uno, non dico quale, con una compagnia di vecchi attori, cioè miei coetanei, ma questa è un’altra storia. A Goldoni dobbiamo anche l’invenzione del diritto d’autore, del resto come già detto era anche avvocato, oggi esteso anche alla nostra immagine rivenduta nei programmi televisivi, un diritto che se ci arrivasse puntuale permetterebbe a chi, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente lavora meno o non più, di stare un po’ meno male. Ma anche questa è un’altra storia.

Goldoni andava da Chioggia a Venezia con un barcone a vela latina, navigava con i suoi bauli e le carte di credito, sì, esistevano anche allora, ma non c’erano i bancomat e per scontarle ci volevano anche settimane di attesa per essere ricevuti dal direttore di banca locale. Scriveva con pennino e calamaio, al freddo, per Teatri freddi, eppure ci fu un anno in cui scrisse ben 16 commedie, tra le quali alcuni capolavori. Finì la sua vita in Francia. Le sue monumentali Memorie le scrisse in francese, infatti. Fuga di cervelli allora come oggi.

Sono costretto a ripetere, sebbene i miei pochissimi lettori già lo sappiano, semmai ce ne fosse uno nuovo, che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma solo il piacere di rimanere a pensare al bel libro appena letto e alle sue conseguenze.

Proietti ha navigato e naviga ogni esperienza di Teatro con le vele piene di vento. E qui ce lo racconta, il Teatro.

Così come Carlo Goldoni, Antonin Artaud e tanti altri con le loro opere disegnano il rigore di una vita dedicata al Teatro, anche Proietti con queste sue Memorie dà una lezione di rigore, raccontando con entusiasmo il mare da lui percorso, dalle prime esperienze come musicista e cantante, al Teatro universitario, dalle compagnie di giro al one man show, la televisione, il cinema e il doppiaggio, fino alle più recenti, attraverso ogni genere di spettacolo. Quello su cui le generazioni successive si sono formate, hanno magari sfiorato e ora è completamente cambiato.

Il mondo dei musicisti di night club e di locali da ballo nel quale Proietti ha cominciato ad esibirsi, non lo conosco che pochissimo, direi più che altro dai suoi racconti entusiasmanti e divertenti.

Quello del Teatro lo conosco decisamente meglio, ma mai abbastanza.

La mia frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica coincise con l’apertura della sua mitica scuola al Teatro Brancaccio. Così che tutti noi allievi di recitazione dell’una e dell’altra scuola, noi un po’ più seriosi, loro divertentissimi, ci incontravamo e passavamo le sere e le notti insieme, proprio con quasi tutti coloro i quali lui cita nel suo bel libro. Certo parlavamo di quel che studiavamo, confrontavamo metodi ed esperienze, ma soprattutto facevamo un sacco di cagnara, sfogavamo in strada, magari davanti a quei buonissimi e dannosi cornetti caldi notturni che allora andavano tanto di moda, quello che ancora non ci era dato di sfogare in palcoscenico. Si andava a vedere gli uni gli spettacoli degli altri e poi si faceva baldoria, dopo esserci congratulati per le belle cose cui avevamo assistito (non sempre, sigh!), discutendo del bene e del male, della messa in scena e della recitazione, lodando e criticando, parlando e straparlando di recitazione, scene, costumi, regia, luci, cose di cui capivamo abbastanza poco, ma che cominciavamo a conoscere, affermando verità crollabilissime e bugie perfette, indossando quella che chiamavamo la necessaria faccia di tolla. Non si esitava ad andare da una città all’altra in una specie di tournée preparatoria al futuro cui aspiravamo, per vedere un amico già diventato attore che lavorava magari proprio con lui, per conoscerlo, per farsi vedere. Fu così per esempio per il Bugiardo di Goldoni con la regia di Ugo Gregoretti e Gigi Proietti protagonista che andai a vedere a Genova. In questo modo studiando e imparando la vita del Teatro e dello Spettacolo, dentro e fuori il palcoscenico.

Nel suo racconto di una vita di spettacolo, non una biografia, ma “quattro chiacchiere sul passato”, non c’è un milligrammo di autocommiserazione, di insistenza sulle difficoltà, ma solo quell’entusiasmo per la sua Arte che vediamo sgorgare come una sorgente fresca in ogni sua interpretazione, ma anche semplicemente la mattina quando arriva sul set sfoggiando un sorriso e una battuta che alleggerisce il lavoro e rallegra.

Le fasi della sua esperienza sono talmente tante che è difficile citarle tutte, dal CUT con Giancarlo Cobelli al gruppo 101 con Antonio Calenda, da Roberto Lerici a Ugo Gregoretti, passando per i più grandi registi che tutti abbiamo amato e amiamo come Scola e Fellini, Altman. Ma anche Sergio Citti, mai abbastanza lodato, un genio del cinema che aveva ricevuto l’arte dalle mani di Pasolini e ce l’ha restituita in una cinematografia personalissima, con capolavori indimenticabili, come Casotto che Proietti cita, rievocando l’irresistibile scena dei piedi “zozzi” per le scarpe che stingevano. Proietti, concludendo il suo libro, dice che vorrebbe ancora fare uno spettacolo intitolato “Cartoni animati”, incentrato sui barboni. Colgo io la coincidenza, quello fu anche il titolo di un film di Citti che purtroppo nessuno o pochissimi videro. Ne chiesi notizia a Ninetto Davoli quando anni fa ebbi il piacere di lavorare con lui, mi disse che evidentemente non era venuto bene o non ne era stato soddisfatto lo stesso Sergio Citti. Auguro a Proietti miglior fortuna.

Proietti rievoca la mirabile stagione del Teatro Tenda di Molfese. Anni indimenticabili, entravamo gratis con la tessera dell’Accademia o invitati da amici. Lì ho visto grandi attori, Proietti appunto, Vittorio Gassman all’asta, Eduardo De Filippo, Jango Edwards, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il famoso Masaniello di Armando Pugliese con Mariano Rigillo e Lina Sastri. Il Teatro insomma.

I miei personali ricordi poco hanno a che fare con le intensissime avventure teatrali di Gigi Proietti, ma lui me li ha evocati con le sue Memorie. L’unicità della sua storia artistica diventa universale quando ce la racconta e ci fa sognare almeno una piccola identificazione con lui. Difficilissimo riassumere il suo libro, composto di mille e mille citazioni, occasioni, avventure teatrali. Ne cito una per tutte, tra le più recenti, l’avventura del Globe Theatre, costruito dalla famiglia Toti da un’idea, dal desiderio di Proietti che ci fosse magari anche un piccolo palcoscenico all’aperto, a Villa Borghese, per fare spettacoli estivi e che è diventato quel magnifico Teatro, luogo di riferimento a vocazione strettamente shakespeariana, sempre esaurito in ogni ordine di posti.  Il libro è da leggere per intero, con la voracità che lui ha messo e mette nella sua Arte, per provare a saziarsene ben sapendo che è impossibile. Il Teatro dal vivo, ma anche raccontato, specie se da lui, è cosa che più ne mangi, più ne respiri e più ne mangeresti e respireresti, comunque vi si assista, sia in scena (preferibilmente), sia in platea, specialmente davanti a quella carica vitale che lui mette in ogni suo “gesto” artistico, sia esso una canzone, uno spettacolo, un aneddoto, una barzelletta, una storia. Guardate e ascoltatene una, http://www.youtube.com/watch?v=qYY4HERByd8, “Il cavaliere bianco e il cavaliere nero”.

Incontrai una prima volta Gigi Proietti appena diplomato all’Accademia. Per guadagnare, ma soprattutto per stare in Teatro, quell’estate lavoravo come aiuto coreografo di Lydia Biondi per le Nuvole di Aristofane che stava mettendo in scena il grande Tino Buazzelli. Proietti mi ricevette in un piccolo studio al Teatro Brancaccio. Cercava un giovane attore, non so come o chi gli avesse fatto il mio nome. In quell’occasione, ahimè, dissi una di quelle mie scemenze poco meditate e che non ripeto, perché ancora me ne vergogno e non so come possa allora essermi venuta in mente, ma ricordo la sua espressione esterrefatta, così che tutto finì lì.

Ho avuto per fortuna l’occasione di rincontrarlo proprio qualche mese fa per un ruolo in una serie televisiva, per la regia di Luca Manfredi, di cui lui è protagonista. Già la scorsa estate al provino su parte, quando Pino Pellegrino, il casting, mi disse che si trattava di una serie con lui, impallidii per il timore di lavorarci, il timore del confronto. Feci in modo di non pensarci, il provino andò bene e mi scritturarono. E, desidero dirlo, in un cast completamente composto da Attori di provata esperienza teatrale, cosa rara e bellissima. Ho letto il copione ed ho ricominciato a tremare. Finalmente un personaggio diverso dai miei “cattivi” che pure amo molto, per una volta un personaggio sfortunato, incompreso e offeso, però in una delle scene con Proietti c’era una mia battuta che avrebbe potuto trasformare la situazione da tragica in comica. Mi sono detto, e se gli autori non mi autorizzassero a cambiarla? e se Proietti non volesse cambiarla e se ne approfittasse con la sua celeberrima ironia, io e il mio personaggio che fine faremmo? Non avevo fatto i conti con il suo genio e la sua delicatezza, quella delicatezza che hanno solo coloro che testimoniano rispetto assoluto per il mestiere e la condizione dell’attore con il quale si trovano a lavorare. Lui certo non aveva bisogno di quella battuta per prendersi la scena, l’abbiamo leggermente variata e abbiamo lavorato benissimo insieme. Un’ulteriore lezione di sensibilità per l’arte della recitazione e per i colleghi, di cui gli sono grato.

Insomma, caro Gigi (mi hai autorizzato tu a darti del “tu”, semplicemente girandoti a guardare chi altro ci fosse intorno, ogni volta che io rivolgendomi a te dicevo “lei” e tu “ma chi è ‘sta lei?”), del tuo libro ho detto ben poco, ma me lo sono proprio gustato.

Grazie Gigi, per la tua Memoria, ricordi tutto, proprio tutto e grazie per la tua Arte.

 

“Tutto sommato – qualcosa mi ricordo” di Gigi Proietti, Rizzoli editore, 241 pagine di insuperabile memoria, € 19,50 ottimamente spesi.

 Scrittori che scrivono Libri (finora mi ero occupato solo di Attori che scrivono Libri).

Come uno studente di liceo, leggendo il libro ho sottolineato una moltitudine di frasi che vorrei ricordare o che almeno farò poca fatica a ritrovare.

Dovrei citarle tutte, ma sarebbe come trascrivere il libro che invece bisogna comprare e leggere.

 ”La casa sulla roccia” se avesse un difetto sarebbe quello che purtroppo finisce, mentre invece lo si vorrebbe tenere ancora con noi dopo l’ultima pagina. E così faccio, scrivendo queste poche parole.

I miei pochissimi lettori già lo sanno, ma semmai ce ne fosse uno nuovo devo ripetere che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma appunto il piacere di rimanere a pensare al bel romanzo appena letto.

E’ un romanzo chiuso, completo, finito. L’esatto contrario di “Regate di terra” di Paolo Montevecchi di cui ho scritto la settimana scorsa che invece è aperto e mai finito, forse infinito, il cui seguito addirittura viene annunciato di volta in volta dall’ultimo codice QR. Eppure un giorno anche questo si chiuderà, immagino.

“La casa sulla roccia” è un libro completo, a suo modo circolare. Diversissimi, eppure li amo tutti e due questi libri, allo stesso modo. Quando leggo desidero trovare stile, originalità, narrazione, struttura. Quel che io non so fare. Qualsiasi cosa purché sia diversa da me, altrimenti che noia sarebbe!

Tutto del resto si chiude, finisce e il compimento di qualsiasi cosa è quanto di più soddisfacente possa esserci sia per l’autore come per il lettore. Ciò vale per esempio anche per un ponte, per il suo architetto, per chi lo attraverserà, come per tutto quel che facciamo e che siamo, compreso l’amore, compresa la vita. Così per questo libro, il compimento è esaustivo, come un ponte appunto che da oggi ci porta al 1961 e lentamente, accuratamente ritorna a noi, qui ed ora. Almeno così io l’ho interpretato. Cosa c’è di più bello di un ponte che si libra leggero sul fiume talvolta impetuoso e unisce due rive?

Come il ponte della Musica di Santiago Calatrava a Roma che guardo e ammiro ogni volta che ci capito vicino, senza mai avere il coraggio di percorrerlo, per quanto è bello, per quanto è leggero, per quanto di quel ponte ho sentito la mancanza fin dalla mia infanzia, quando ne parlavo con mio padre, con le mie prime parole, al tempo dei miei primi ragionamenti, mentre crescevo in quel quartiere allora privo del salto che unisce le rive. Nei primi anni sessanta appunto, avevo 5 anni e guardavo le due sponde del fiume dal balconcino del nostro soggiorno oppure dal Lungotevere, spostando qualche ramo della siepe d’alloro le cui foglie talvolta rubavo perché mia madre ci condisse e cucinasse i fegatini con la rete.

Con il libro di Monda ho avuto più coraggio, l’ho letto subito, l’ho divorato in privato. Tutto in privato è più facile. L’ho attraversato così come il ponte invita a fare. Guidato dal ricordo, dal monologo interiore della protagonista.

Come un ponte, il libro di Monda, mi ha permesso di percorrere non solo gli avvenimenti accuratamente riportati da lui stesso, ma quella miriade di sensazioni, sogni, speranze e necessarie conclusioni, scelte giuste e sbagliate, sperimentate fino ad oggi. La ricerca di una solidità che ancora mi manca. Appunto “una casa costruita sulla roccia e non sulla sabbia”, come il Vangelo* ci invita a fare, tutti, anche me che credente non sono, credo. Mi ha risvegliato il mio privato mondo interiore che pur diversissimo da quello di Elisabeth-Liz-Beth, è la chiave dell’identificazione con lei, necessaria al godimento di un libro la cui leggerezza è il compimento della prima lezione americana di Calvino.

E qui sta il paradosso più riuscito dell’autore, un altro atto compiuto. Il protagonista, l’io narrante è femminile, direi femmina, donna, nella sua pienezza dei sensi. Non c’è in questo presunzione, ma straordinaria abilità narrativa.

E’ un compendio del pensiero americano, della cultura americana dominante, del comportamento americano, del pragmatismo di cui sono maestri gli americani.

Conosco Antonio da almeno 35, forse 38 anni, da venti vive a New York, ma fu il primo tra le mie conoscenze ad andarci. Il suo pragmatismo lo potei constatare al mio primo tentativo di partenza per l’America, più o meno 33 anni fa, gli chiesi dei consigli e lui stampò e mi diede un suo compendio, un baedeker per vivere la città che aveva preparato per gli amici.

Da allora, ma sarebbe più giusto dire da sempre, Antonio fa e si occupa di mille cose. Oltre quelle citate nel risvolto di copertina ha anche una bella e numerosa famiglia cui non fa certo mancare ogni umana attenzione, concreta e spirituale.

Rimane un dubbio che mi sconquassa: ma come fa Antonio Monda a fare, e bene, tutto quello che fa? Le sue giornate non durano come le mie? Evidentemente conserva un segreto che spero un giorno vorrà rivelarci. Intelligenza, curiosità, organizzazione e pragmatismo, forse?

 

“La casa sulla roccia” di Antonio Monda, edizioni Mondadori, 138 preziose pagine. 17 €.

 

*Per quegli intervistatori che sbagliano il titolo del libro o non ne capiscono il riferimento, direi che non ci sarebbe nemmeno bisogno di aver letto il Vangelo, ma basterebbe informarsi un poco, prima di un’intervista, magari anche solo leggendo le note editoriali che si trovano facilmente in internet.

 

 

 

Attori che scrivono libri. Capitolo 5° (sarebbe il 6°, ma il primo non l’ho numerato). 

La mia memoria di regate risale agli anni ’90, ancora con la classe IOR (niente a che fare con la banca vaticana), l’ultima cui partecipai si combatté tra Talamone e la Giraglia, andata e ritorno. Tempo previsto per compiere il tragitto 3 gg. Tempo impiegato dal primo e unico che riuscì a circumnavigare la Giraglia prima che il vento e il mare si gonfiassero esageratamente, 2 gg. Mare altissimo e 50 nodi di vento di bolina all’andata e altrettanti di poppa a ritorno. Quando arrivammo in vista della Giraglia, il mare stretto tra l’isola e la costa della Corsica era così gonfio e il vento così forte che ci vennero in mente tutte le rappresentazioni pittoriche conosciute di naufragi, tanto belle ed esaltanti da vedere nei musei, ma così poco confortevoli da vedere da dentro che ci parve troppo pericoloso fare il giro dell’isola, la Giraglia appunto, con il rischio di non poter manovrare la barca e trovarci in balia di correnti e venti indomabili così che, come tutti gli altri che ci precedevano e seguivano, voltammo la prua in direzione del porto sicuro di ritorno, lo stesso della partenza, con la coda fra le gambe e lo scafo continuamente inerpicato sulle cime di onde altissime e immediatamente precipitato nelle conseguenti valli profonde, per un tempo, una notte e un giorno che a me parve esagerato da sopportare in quelle condizioni. Da allora il mare desidererei vederlo solo da una bella finestra magari vicino alla spuma da cui vergine nacque Venere, possibilmente con un’isola più o meno lontana che spezzi l’infinito, o a passeggio su una scogliera o spiaggia selvaggia. Andrebbe bene anche Ostia o Castelporziano, magari Gaeta, a Serapo o sul lungomare Ammiraglio Caboto. Anche d’inverno. Ma da posizione protetta e ferma, senza scossoni.

Le regate si svolgono per quel che posso ricordare, o a bastone, andata di bolina e ritorno di poppa, o a triangolo tra boe opportunamente posate dalla giuria di gara o tra isole che fungano da boe, per poche ore ed anche per percorsi di giorni e notti e settimane o mesi. Non sarebbe il caso di ricordare qui, ma tant’è, quando durante i campionati italiani, all’alba, nel golfo di Napoli, neanche in una brutta posizione sul campo di regata, cercando il vento migliore, ci avvicinammo così pericolosamente alla costa di Ischia che ci arenammo, con comprensibile perdita di tempo e posizione e seri rischi per il bulbo, la deriva e lo scafo che però per fortuna risultarono integri, permettendoci di giungere buoni ultimi dopo 24 ore di percorso. Poi ci sono le coppe internazionali, la Coppa America, i Round Robin ad eliminazione, il magnifico Circling, la sfida per la partenza per conquistare il lato più a favore del vento, molto affascinante, un’aggressione continua, una fuga e uno scontro sempre evitato o cercato.

A bordo di un’imbarcazione a vela da regata e durante la competizione, succedono cose incredibili, nascono amicizie con la stessa facilità con la quale si spaccano irrimediabilmente quelle stesse amicizie consolidatissime.

Ecco, tutto quel che precede ha poco a che fare con il libro in questione, ma molto con ciò che quel libro ha evocato in me, come una madeleinette.

 

Citazioni.

Sequenza del Fanculo:

Il Pagliaccio Elettrico – Fanculo (omissis). Fanculo a chi scambia la sofferenza per debolezza. A chi pensa che ciò che vale per sé debba valere per tutti. A chi pensa che ciò che vale per sé e per molti debba valere per tutti. Fanculo (omissis)”.

L’omissis non è per censura, ma perché se si vuole leggere il libro bisogna comprarlo e appunto leggerlo.

” (omissis) In acqua magari ci si insulta pure durante una regata. Può succedere di tutto. Si urla animatamente. A volte sbagliando ci si offende anche. Ci sta tutto. Magari ci si picchia pure, se si è un po’ fuori di testa come noi. Ma se c’è chi riporta a terra la sua rabbia e il suo risentimento, vuole dire che è troppo pieno di sé per essere un uomo di mare e con il mare non avrà mai nulla da spartire. (omissis)”

“(omissis) Ma la gente cosa ne sa delle tue promesse non mantenute, di quella lotta anche contro te stesso per un amico. La gente non lo sa. (omissis)”

Paulo e Flavio, all’inizio del libro, il loro personale Circling lo hanno già eseguito. L’aggressione c’è già stata. Ora davanti al comitato di regata costituito da loro stessi e poi da un paio di avvocati, cercano di venire a capo dei prodromi e delle conseguenze di quell’aggressione. La particolarità è che sì, i due hanno navigato insieme, ma le regate di cui narra il bel romanzo sono appunto a terra, “bastoni” lungo la spiaggia, “triangoli” tra le rispettive residenze e il circolo velico. Scontri e sfide condotte di bolina, virando quando l’altro vira, coprendosi il vento, ingannando con manovre repentine l’avversario, facendogli credere di andare in una direzione quando invece se ne prende un’altra che sorprenda.

Tutti i marinai si raccontano le regate appena svolte con quei gesti un po’ ridicoli e un po’ teneri delle due mani accostate in verticale a simulare l’andatura delle barche, la direzione del vento, le scelte fatte e quelle che si sarebbero dovute fare.

Paulo e Flavio nello stesso modo combattendosi dialetticamente si raccontano le posizioni e le scelte, le conseguenze delle andature e delle manovre – andature e manovre nella e della vita – anche ricordando, ma poco, quel che accadde in mare, con Paulo esposto al trapezio del catamarano di Flavio, mentre quest’ultimo con acido colpo di timone quasi affoga il primo. Ma le regate di cui discutono, amo immaginare anche mimando con le mani i corpi delle barche, i loro stessi corpi, sono appunto regate di terra, sono il loro amore e il disamore. La loro amicizia. Sono dialoghi che si sviluppano apparentemente registrati dal vivo. E se così fosse non ci sarebbe nulla di male. Sarebbe anzi giustificato narrativamente da ciò che scopriremo verso la fine della sfida, cioè che entrambi i protagonisti, l’uno all’insaputa dell’altro, uno direttamente ed uno per interposta persona, appunto registrano i loro dialoghi. Che ciò sia o meno la confessione dell’autore riguardo il metodo di scrittura utilizzato, è decisamente poco importante. Più importante è la stupefacente linearità con la quale l’autore Paolo Montevecchi lascia dipanarsi e scioglie dialoghi assai contorti, come sono quelli della vita, quelli della strada, quelli dell’amore, dell’amicizia, i dialoghi presi dal vero o, al vero perfettamente assimilabili.

Certamente invece è un outing di genere continuamente affrontato e rimandato e negato e proposto dai due protagonisti. Un’amicizia continuamente accettata e rifiutata, contesa e contestata.

Io non sono un critico e questa non è una recensione, ma solo il piacere di pensare ancora al bel libro appena letto che si divora senza mai stancare, pieno di inversioni di marcia e colpi a sorpresa nonostante il tema sia chiaro: un duello all’arma bianca come non solo la spada o il fioretto invitano a fare, ma anche il mare e tutte le tensioni che su quella superficie si scatenano per poi riflettersi e ripetersi sulla terra ferma. Il mare tempestoso e imprevedibile della vita.

Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere e lavorare con Paolo Montevecchi proprio nell’estate del ’96. Indimenticabile il passo alla Michael Jackson che impose al suo personaggio del soldato nello spettacolo Romolo il grande di Dürrenmatt, a Spoleto, protagonista l’indimenticabile, grande attore e maestro Mario Scaccia. Sì, Paolo è attore e anche musicista, ha infatti composto le musiche per altri spettacoli di Scaccia, ma è anche paroliere e compositore come per esempio della bellissima Ayrton che volle cantare Lucio Dalla.

Questo libro delizioso, Regate di terra, i cui protagonisti sono spesso preceduti dal bizzarro corifeo Il Pagliaccio Elettrico che si fa voce narrante, offre anche la possibilità di ascoltare l’autore stesso leggere interi passi attraverso la app per la lettura del codice Q-R. Io me ne rammarico assai, ma non l’ho utilizzato, perché quando ho provato a scaricare l’applicazione, l’avrei anche dovuta autorizzare a fare dei miei dati e della mie altre applicazioni quali macchina fotografica e galleria fotografica, rubrica forse e altro, ciò che essa stessa (l’applicazione di lettura del codice) a sua propria sintetica ed informatica volontà, avrebbe deciso di farne. Pensierino: non mi piace il collegamento diretto e incontrollabile tra tutti i cloud e google+ e device di ogni tipo per il quale se ti scatti una foto alla punta del naso, subito viene postata in FB o su twitter o su linkedin che subito a sua volta si preoccupa di girarla a tutta la tua rubrica. Un po’ di riservatezza, diomio. Peccato avrei desiderato ascoltare la voce di Paolo.

Eppure questo Regate di terra che molto ho amato, appare anche come un diario intimo che dopo stampato e diffuso, conserva poco di privato, così come si conviene a dei personaggi la cui funzione è, credo, esattamente quella di svelarsi, altrimenti poco senso avrebbe la loro vita letteraria.

Ultimo rammarico: già un anno fa cercai di comprare il libro a Milano, ma anche nelle grandi librerie, compresa le Feltrinelli, non riuscii a trovarlo e nel caso l’avessi ordinato, i tempi di consegna avrebbero superato i miei tempi di permanenza in quella città dovuti alla mia tournée teatrale, ma ora ce l’ho e ne consiglio la lettura.

Regate di terra di Paolo Montevecchi, pagine 221, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 13,00 € (ben spesi).

Ordinatelo nelle vostre librerie o scrivete a: Lucia Malatesta, regatediterra@libero.it, vi dirà come fare ad ottenerlo.

 

P.S. Mi sono lasciato convincere dalla curiosità ed ho scaricato l’app i-nigma per la lettura del codice QR, beh, funziona e i filmati sono imperdibili, fatelo anche voi.

Le vite si incrociano

3 Maggio 2013

 

 

e si perdono.

Come tutte le mattine e tutte le sere e come ogni volta che posso, esco a spasso con il mio cane, Buio. Spesso, per le vie del mio quartiere devastato dall’incuria dei visitatori notturni.

I soliti Kilim di cocci rotti, encausti di vomito, una città devastata dalla vita che si crede vita e che a me appare attesa di qualcosa che non viene. Non Godot, né un cataclisma, né una soluzione, né economica né morale. Inutile attendere, ma almeno si ammazza il tempo che tanto di coltellate ne ha già avute un’infinità. Una più, una meno. Tanto che importa! Non fa una grande differenza. Ne portiamo tutti, i segni, nell’amarezza crescente delle nostre vite.

Le nostre vite che si incrociano e subito si separano.

Camminando passo passo, seguendo le evoluzioni di Buio, lasciandomi trainare da lui per le strade e gli angoli che preferisce, capita di incrociare un altra vita o altre vite. Un bambino “marine” che andando a scuola interrompe il suo percorso e torna indietro. La giovanissima cinese che si divide fra la scuola e la cassa del suo ricchissimo emporio. Alcuni reduci della battaglia notturna, né vincitori né sconfitti. Una signora con bambino. Questi ultimi li incrocio dietro l’angolo, percorriamo non più di 10 passi insieme. Sento e ascolto di proposito  quel che dicono durante il tempo della mescolanza delle nostre vite. Per l’esattezza, quel che con accento romano spinto dice la signora, forse mamma forse zia del bimbo di credo 7 anni che invece tace: “ma allora ‘o fai apposta, de mettete a legge’ quando è ora d’anna’ a dormi’ che pure rincojonito come stai manco ce capisci quello che stai a legge’.”

Guardo il bimbo che accortosi della mia presenza, sentendosi investito di un rimprovero, mi guarda con gli occhi di un cucciolo bastonato.

Gli sorrido.

Mi sorride rincuorato.

Lo guardo.

E’ piccolo piccolo, ma tiene in mano un libro, del quale senza riuscirci cerco di leggere il titolo, lo tiene come si tiene un tesoro segreto, che non cada, che non gli sia rubato o strappato, lo tiene come terremmo una pagnotta casereccia appena sfornata, sul petto a riscaldare il cuore e lo stomaco. Non mostra orgoglio per quel tesoro stretto tra le mani, ma lo tiene come il tesoro prezioso che è per lui, conscio del suo valore, alterna lo sguardo contrito alla signora, forse sua madre, allo sguardo di complicità con me.

Si fermano dal giornalaio e al bimbo si illuminano gli occhi, mi lancia un ultimo sorriso.

E le nostre strade si separano forse per sempre.

Ma perché quella signora, forse sua madre, non apprezza e loda il comportamento del giovane lettore? perché non gli chiede cosa abbia letto la notte? perché non gli chiede di raccontarglielo? farebbe bene anche a lei. Preferirebbe che si ammazzasse davanti a qualche partita di calcio televisiva o davanti a qualche video gioco?

Non sa quella madre che fortuna le è toccata in dono ad avere un figlio che legge?

Non sono riuscito a vedere il titolo di quel libro, ma era un romanzo, senza alcun dubbio, non un fumetto, non un albo d’avventure, un libro, un vero libro.

E ora vedo quel bimbo che fa finta di dormire fino a che in casa non senta più alcun rumore, poi sollevate le coperte, lo vedo trascinare sotto il lumino, riprendere il libro e aprirlo lì dove conservava il segnalibro e di nascosto leggere.

Non smettere mai cucciolo d’uomo. Buona fortuna.

Spero di fare in tempo a vederti professore o quel che preferirai, anche calciatore, ma soprattutto lettore.

Attori che scrivono libri. Capitolo 4° (sarebbe il 5°, ma il primo non l’ho numerato).

59 minuti. Più uno all’inizio ed un altro alla fine che ci indirizzano, si collegano, ci invitano per necessità alla lettura.

Una corsa da lasciare senza fiato. Eppure mi sembra di capire che una speranza alla fine ci sia. Ma non credo che conti. Dipende dall’anima con la quale si legge o quella che il libro scatena. La mia è affranta. Confortata solo dalla grande qualità della scrittura, a mio parere. La trama conta forse in ogni cosa, ma credo che conti infinitamente di più il modo in cui le cose si raccontino. Lì, è la differenza tra ciò che piace e ciò che turba, ciò che cambia i nostri sensi anche se solo per 59 minuti.

Sono venuto a sapere di questo libro con 7 anni di ritardo dalla sua uscita, pochi giorni fa per una nota appassionata dello stesso autore in memoria della qualità di donna e attrice che è stata Mariangela Melato.

L’ho cercato in libreria, presso l’editore ed in internet. Niente. L’editore che pure mi dicono essere un’ottima persona, come è tradizione degli editori non ha nemmeno risposto alla mia e-mail.

Ho scritto all’autore che me ne ha voluto regalare la copia che io avrei voluto pagare.

Un privilegio conoscere questo autore/attore/drammaturgo.

Generoso come in scena, come sulla pagina, come nella vita.

Conoscere l’autore di un libro che è piaciuto è un guaio, mi verrebbe voglia per esempio di chiedergli quanto sia autobiografico, ma poi ci penso e conosco la risposta. Certo che lo è, anche se spero che non lo sia. Lo è perché è passata per la sua mente questa storia drammatica, raccontata, meditata, sviluppata nell’arco di un’ora e tre vite. Non lo è e non vorrei che lo fosse, perché troppo dura, troppo tragica, troppo fluida, troppo dentro e fuori il mondo di un’infanzia perduta in un volo per toccare le stelle; in un altro volo per seguire il primo e ancora in uno schianto automobilistico inevitabile. Quindi il coma da cui l’autore ci parla. Non lo è, mi ostino a pensarlo, perché per fortuna conosco la moglie e credo che abbiano 2 bambini. Non gliel’ho chiesto, se hanno bambini, per non dover eventualmente rispondere ad analoga domanda. Con gran perdita di dolore e di gioie.

Ma poi che domanda è la mia? che vergogna. E’ una sorta di prurigine invereconda che vorrebbe investigare il privato di questo autore. No. Che brutta cosa mi è venuta in mente. Ma mi rinfranco sapendo di aver corso con le sue parole una corsa che lascia senza fiato, scritta in un sogno, tra giochi e pupazzi di bambini e responsabilità di adulti.

Tutto ciò che un autore scrive è autobiografico per il solo fatto che lo ha pensato. Ergo/

Non so chi scandisca il tempo, perché il flusso è continuo, forse una macchina cui il narratore è collegato. Che ansia! Ancora una volta però offre riparo alla mia anima in pericolo di lettore, la narrazione pura, perché di questo si tratta, che ci trascina via e dentro, ad un tempo, nella storia e nelle tragedie di un tempo fermo a 2 anni 3 mesi e 21 giorni. Il tempo degli adulti circonda l’altro dell’infanzia. Quante volte scrivo “tempo”. Il tempo, ancora e sempre il tempo come i 59 minuti. Il tempo. Scandito. Ritmato. Cantato. In un canto di dolore.

Un monologo feroce e delicato, delicatissimo, che si scioglie per nostra fortuna nelle due ultime parole del bellissimo libro.

Mi ostino a pensare che non ci sia autore migliore di chi è attore, non tutti magari, ma alcuni sì, di sicuro.

“Cinquantanove minuti” di Lorenzo Gioielli, Michele Di Salvo Editore, 93 pagine, € 9,50.

Attori che scrivono libri. Capitolo 3° (sarebbe il 4°, ma il primo non l’ho numerato).

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo.

E’ un libro in versi? sciolti? sghembi? Strani. E’ un libro bellissimo scritto in una lingua personale, un italiano con un’eco dialettale, forse. Molto spesso l’autore dispone il verbo alla fine delle frasi. Ciò credo, determini un ritmo sincopato, jazz, improvviso e improvvisato, ma accuratamente studiato dall’autore stesso di questa epopea del ’900.

Un’epopea che dal bisnonno procede fino al pronipote di questi giorni – da Andrea ad Alfonso ad Andrea a Fonzino – Walter narra gli eventi come se vi fosse stato presente. Ed infatti lo è stato. Almeno nell’eredità del sangue, sebbene ancora di là da venire (ho scritto questa considerazione mentre leggevo il libro e prendevo appunti, arrivato alla fine ne ho trovato conferma nello stesso autore con una di quelle sue frasi complete ed esaustive che fanno di questo libro un libro speciale).

Non sono un critico e meno che mai letterario, sono solo un lettore e quindi noto anche con piacere quelle occasioni in cui l’autore trasforma un sostantivo in aggettivo, sorprendendomi con una invenzione che aggiunge piacere al piacere della lettura, come per esempio: …si apprestava a scalare un monte con la sua bici, tra sguardi cecchini e il fuoco dei mortai. Moltissime sono le frasi che meriterebbero di esser trascritte, ma appunto, lui ci ha scritto un libro.

Questo libro narra la storia di un secolo, narrata all’autore stesso da un amico del nonno, attraversando tutti gli eventi più rilevanti, dal ritorno del bisnonno da Marsiglia al paese in Italia, la Prima Guerra Mondiale, Caporetto, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza, l’attentato a Togliatti, le intromissioni della Chiesa nella politica italiana, la DC, il terremoto dell’Irpinia e ancora e ancora, ma tutto da un punto di vista straordinariamente originale, il privato di un bravissimo artigiano di paese. Il Ciabattino.

L’autore Walter Da Pozzo è uno splendido attore, diplomato all’accademia Silvio D’Amico, allievo stimato del grande Andrea Camilleri. E il Maestro introduce il libro con una lettera che commuove per delicatezza e affetto, anche lì dove suggerisce una metrica. Che maestro, così umile davanti all’allievo.

Devo essere sincero: che invidia!

Ma l’invidia umana troppo umana non diminuisce di nulla il piacere di questa narrazione fatta per capitoli brevi, chiusi, esaustivi che si cumulano e spalancano, dal particolare, il quadro di un secolo.

Che personalità in questo attore scrittore.

I quattro attori/scrittori (Claudio Bigagli, Luca Di Fulvio, Fabio Bussotti, Walter Da Pozzo) dei quali finora ho scritto, hanno nell’anima una voce propria inestinguibile, irrinunciabile cui non basta il palcoscenico, una voce che preme ed emerge che parla di loro attraverso i loro personaggi, sulla scena e sulla pagina. Hanno insomma una voce personale fortissima che porta anche fuori dal Teatro un loro accordo armonico e personale. Un canto a cappella.

Così mi è parso il romanzo di Walter Da Pozzo, un canto a cappella anche un po’ rap, dedicato ai suoi avi, a questa terra e anche a noi.

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo, Graus editore, pag. 186, € 10,00

Attori che scrivono libri. Capitolo 2°

Da “L’Aleph” di Borges: “Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?”

E ancora: “Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse.”

Fabio Bussotti è un attore di provatissima esperienza professionale in Teatro come in Cinema. In questa occasione letteraria sembra aver messo l’occhio sulla “piccola sfera cangiante”. Sembra che lì possa aver scoperto i meccanismi della storia che ci racconta. Un giallo nelle mani del suo commissario Flavio Bertone che indagando sulla scomparsa di una misteriosa busta, non si sa contenete che cosa, ci porta dall’Esquilino di Roma a Buenos Aires, sfiorando Madrid. Risvegliando nel lettore l’angoscia per i delitti commessi dalla dittatura argentina, ma blandendoci con intrighi d’amore e letterari. Un intrigo ed un rebus che si risolvono nell’intrigo stesso e nel rebus. In una girandola di identità.

Qualche giorno fa durante una bella trasmissione radiofonica del pomeriggio di RAI 3, il dantista Vittorio Sermonti tra le tante cose importanti che diceva ha anche sottolineato come i brevi racconti di Borges fossero in realtà dei veri romanzi di magari solo 18 pagine. Diceva anche che oggi, avendo i romanzi una sponda cinematografica, durano in media un’ora e mezza come un film. Poi l’ingorgo s’è sciolto, il parcheggio si è palesato improvviso e non ho più potuto ascoltare altro, con rammarico sono dovuto scendere dalla radio/macchina.

Questo di Fabio Bussotti invece è, a mio avviso, un romanzo in piena regola, non un romanzo giallo. Non vorrei che la doppia definizione di romanzo e di giallo ne mutilasse l’ampiezza. Fa piacere che Liliana Cavani dica che potrebbe essere un bel film, certo potrebbe esserlo, ma questo romanzo ha la durata che gli compete, che gli necessita, senza sudditanze all’altro nobile media. E un romanzo che si divora, scritto con la classe di chi ha molto studiato i fatti, l’arte della scrittura e le opere di Borges. Ma non è un romanzo erudito, semmai è colto ed anche molto divertente, avvincente. Non una passeggiatina, ma una corsa condotta con estrema leggerezza. Un romanzo che assorbe il lettore.

La formazione teatrale del suo autore si legge in filigrana per piccoli segni, ma qui è narratore nella pienezza delle sue capacità.

Amo pensare che senza la minima intenzione di comporre un saggio, ma appunto solo un bellissimo romanzo, Bussotti abbia con semplicità, ma molto bene interpretato i temi universali cari a Borges, in particolare la personalità ed il suo sdoppiamento.

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti è edito da Perdisapop.

Attori che scrivono libri. Capitolo 1°

Luca Di Fulvio è stato attore (ma non è cosa che si possa smettere di essere, al massimo si può smettere di farlo), ha frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Poi è diventato scrittore e riversa la sua conoscenza dell’essere attore, a piene mani nel suo romanzo “La gang dei sogni”. Credo sia il suo 6°. Vi riversa quella conoscenza senza parlare di Teatro o recitazione se non molto di sponda, ma nella straordinaria capacità di disegnare con tratti essenziali i suo personaggi colmi di umanità. Anche quelli mostruosi. E metterli in conflitto, donando loro alto senso morale come aberranti perversioni. Ma anche queste ultime che a dire il vero fanno realmente paura sono costruite con il dono leggero della narrazione orale che un poco ne stempera la ferocia.

E la narrazione orale, improvvisata, radiofonica è il cuore esaltante del romanzo. Ne è argomento e stile, in un tutt’uno.

E’ un romanzo di sentimenti per nulla sentimentale, di ambizioni da perseguire.

“Quando la pianterai di dir cazzate” è la battuta che il padre di Zip rivolge al figlio, due personaggi del tutto secondari, ma che passano il testimone dal protagonista Christmas battezzato Natale, al probabile futuro narratore. La grande capacità di Christmas è raccontarie storie alle quali si possa credere, che queste siano vere o meno non ha alcuna importanza. Molto più importante è che si riflettano dalla e nella realtà, e che vi si creda.

Stanislavskij, di un’interpretazione si chiedeva: ci credo, o non ci credo? Nella risposta a questa domanda sta il senso del Teatro e di ogni genere di Arte per quanto improbabili possano apparire.

“La gang dei sogni” è un viaggio nella concreta difficoltà di vivere, quanto nell’avventura della realizzazione di un sogno continuamente ostacolato da infinite difficoltà, ma protetto dal talento e dalla determinazione. Il viaggio di uno scrittore, di un attore, sicuramente di un grande narratore, in tutti e tre i casi identificabili con l’autore. Un viaggio nell’anima semplice dei protagonisti buoni, Christmas il narratore narrato, Cetta la prostituta, Sal il pappone, Salvo il gregario di banda, Ruth l’amore inseguito, ma anche Cyril il fonico, Karl il manager, Clarance il fotografo, Rothstein il boss in equilibrio sul confine tra i buoni e i cattivi o i cattivi totali, Bill consapevole della sua malvagità o Arty il regista di porno film spietati. Insieme ad una miriade di altri personaggi i cui tratti distintivi si ricordano perfettamente e si riconoscono immediatamente nel procedere della lunga saga, per tutte le 571 pagine.

Un viaggio dall’Aspromonte del 1906 alla Ellis Island del 1909 per poi cominciare a rimbalzare verso il 1929 e tornare al 1909, dal 1924 al 1911 e così via per chiudere al 1929, tra la Manhattan del Lower East Side e la Harlem dei “negri”, la Hollywood della Metro Goldwyn Mayer e la 42° strada ancora a Manhattan, il Theater District. Un viaggio che attraversa un sogno.

Titolai uno dei miei tanti progetti irrealizzati “I wanna gonna gotta be American” (voglio disperatamente essere americano, o letteralmente: voglio, vado a, devo essere americano), Christmas ci è riuscito e un po’ riscatta anche me.

“La gang dei sogni” di Luca Di Fulvio è edito da Mondadori.

23 Ottobre 2012

Introduzione tardiva

23 Ottobre 2012

Da pochi giorni ospite, gratissimo e riconoscente a Tiscali, del canale tematico “Spettacoli&Cultura” di SocialNews e da altrettanti pochi giorni avendo avviato la sperimentazione di questo mio blog personale, mi accorgo che avrei da tempo dovuto introdurre le mie intenzioni. Certo dovrebbero emergere dalla scrittura, ma quando si scrive di Teatro, di Cinema e spero di trovare presto il coraggio per scrivere anche dei Libri che hanno cambiato e cambiano la mia vita, il pensiero va subito alla “critica”.

Ecco, i miei piccoli articoli, non sono e non vogliono essere critiche, ma occasioni di stupore davanti a quelle opere o a quegli artisti dei quali penso: beh, io non sono capace di far come loro. Non importa che siano scrittori, attori, musicisti. L’importante è che mi stupiscano.

Sì, desidero fissare quell’istante che precede la Sindrome di Stendhal, quando si rischia di perdere la coscienza di sé, sentendosi minuscoli ed inutili davanti alle grandi opere.

Naturalmente ciò non capita sempre a Teatro né al Cinema ed ancor meno con i libri, eppure in ogni espressione artistica credo si possa percepire, anche se non sempre individuare, almeno lo sforzo che qualcuno (gli autori, ciascuno per sé ed a volte insieme) si è posto riguardo il problema dell’interpretazione, il tentativo di valicare con la propria opera il conosciuto e proporcelo con rinnovata bellezza.

Ciò vale sia per gli artisti coinvolti che per gli spettatori, credo. Sì, anche allo spettatore è richiesto lo sforzo interpretativo sia intellettuale che emotivo. Lo richiede lo spettacolo, sia esso teatrale, cinematografico, architettonico o naturale come una valle rigogliosa o un mare in tempesta. E’ l’anima che deve essere mossa a tempesta sempre e comunque. Se ciò non accade, forse, oso, non c’è opera d’arte.

Anche davanti ad uno spettacolo orrendo l’anima potrebbe scuotersi, ma io eviterò per quanto possibile di “parlar male”, per poter citare solo ciò che mi sorprende e certe volte mi annichilisce ricordando a me stesso i limiti delle mie possibilità.

18 Ottobre 2012

1999, credo. “E’ tardi, ma mai troppo per farti dono di quel che ho amato, di quel che mi ha formato” Tuo, F.

Questa la dedica su “Wilhelm Meister, la vocazione teatrale” di Goethe. Firmata da me. Il libro è ancora mio. Me lo devo essere dedicato. Certo, a rileggerla mi pare decisamente confusa.

Fin dagli inizi ancora bambino, quattordicenne, e sempre più crescendo e acquisendo esperienze e mezzi, mi ero anche costruito la convinzione che ci si dovesse dedicare anima e corpo al mestiere del Teatro, della recitazione. E così è stato. Per anni ho guardato a quegli attori che svolgevano un doppio lavoro, spesso nelle assicurazioni, come dei poverini la cui passione evidentemente non era abbastanza forte da spingerli a rischiare. Nemmeno all’inizio quando le cose vanno bene un po’ a tutti perché si costa poco e i giovani servono sempre per far numero.

Nei miei anni americani ho scoperto che quasi tutti gli attori professionisti, bravi e accreditati, mantenevano un secondo lavoro fin dagli anni di scuola, proprio perché coscienti delle incertezze del mercato.

Da un anno o poco più rivedo certe mie convinzioni. Oggi in Italia sono proprio quelli che hanno un secondo lavoro (che può anche essere rappresentato da una famiglia benestante alle spalle) quelli che riescono a fare il teatro. Magari solo nella città di residenza, senza sperimentare le lunghe tournée che tanto non riescono quasi più a nessuno.

Certo ci sono delle eccezioni, ci sono tanti attori che riescono a vivere di Teatro, ma sono sempre meno. Una volta si diceva: chi è bravo comunque a casa non ci resta. Non è più così.

Una volta si diceva: non puoi fare troppe cose, confondi i tuoi interlocutori. Non è più così.

La quasi totalità degli attori che conosco diversificano la propria attività, anche scrivendo, facendo regie, sperimentando nuove tecniche, ma i vincenti sono quelli che riescono anche ad essere produttori di se stessi. Imprenditori.

Sono anni che ci provo anch’io, senza mai riuscire a capire quale sia la porta d’ingresso alla produzione. Scrivere, prendere premi, finanziare il proprio spettacolo, metterlo in scena con enormi sacrifici magari in una piccola rassegna, non basta, bisogna proporlo alle distribuzioni, ai Teatri. E qui il silenzio è totale. Mille le telefonate, le lettere, le spedizioni; insulse le risposte.

Eppure qualcuno ci riesce. Ma come facciano io non riesco a capirlo.

Scomparsi i piccoli finanziamenti che concedeva l’IMAIE e che per 3 anni hanno permesso lo sviluppo esponenziale di tantissime iniziative artistiche teatrali e cinematografiche, oggi rimane una resistenza individuale o di gruppi, ma che certo non garantisce la sopravvivenza.

Alcuni Teatri chiudono, altri non riescono più a fare programmazione.

Chissà se è veramente finita?

Se lo fosse, non saprei cosa fare, ma almeno avrei chiuso in bellezza, finalmente a pochi anni dai 60 un regista, Giancarlo Zanetti, si è accorto che avrei potuto anche affrontare un personaggio comico (prima avevo fatto solo 2 o 3 commedie), un po’ tardi forse, mi rimane però il piacere di aver fatto ridere platee di 1500 spettatori con il mio ultimo spettacolo con Gianfranco Jannuzzo, “Cercasi tenore” di Ken Ludwig che spero si riprenda il prossimo inverno. Che magnifica emozione dominare quello scoppio di risa. E senza claque è ancora più bello.

Una risata mi seppellirà.

8/10/12