Meticci

25 Novembre 2014

Ancora sui cani neri con la macchia bianca.

Certo Enrico Alleva difficilmente potrà condividere la mia ricerca.

Io però posso affermare che i cani neri con la macchia bianca sono i più antichi del mondo.

 Dal Sanscrito, Diluvio Universale, l’Arca di Noè:

 (trad. e poi venne  la coppia di due cani neri maschio e femmina, con la macchia bianca sul petto).

Il problema di Noè caricando l’Arca era evidentemente quello di tutti gli stivatori, farci entrare tutto e tutti perché poi passato il diluvio, di nuovo tutto e tutti dessero vita a tutto e tutti.

Ovviamente non poteva caricare una coppia per ogni razza e una coppia per ogni variazione di razza.

Così caricò una mucca e un toro per tutte le mucche e i tori, un bufalo e una bufala per tutte le bufale, un bue e un asinello per tutti i presepi e così via.

Ma Noè, pochi lo sanno, era un informatico ante litteram.

Zippò le razze e in ciascuna coppia concentrò tutte le variazioni, così che fosse sufficiente poi decomprimerle e ritrovarle tutte.

Ciò è meravigliosamente evidente nel caso del cane nero con la macchia bianca. Avrete certamente notato come quando qualunque razza si accoppi con una razza diversa ne escano fuori sempre cani neri con la macchia bianca? Non importa quale razza vi sia all’origine. Tant’è vero che quando due cani neri con la macchia bianca si accoppiano, non fanno altro che decomprimere le razze in essi contenute, infatti nelle loro cucciolate si possono trovare esempi di ogni origine, ogni carattere, ogni umore, ogni qualità.

Magari ci si potrebbe chiedere perché il file zippato risultasse proprio nero e bianco, ma è facile dedurlo. Noè non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, tanta luce forse, tanto buio forse, era necessario per lui e per la ciurma, poter individuare i cagnolini di giorno per il manto nero e di notte per la macchia bianca, per poterli sfamare.

Ci si potrebbe chiedere ancora perché proprio i cani indossassero una livrea così straordinariamente elegante, anche questa risposta è facile, perché nel caso, dopo il diluvio, avessero voluto sedersi tutti insieme a festeggiare il ritorno della primavera, sarebbero stati pronti sia per servire a tavola i compagni di ciurma che, per accomodarsi, elegantemente vestiti. Vestiti da cani.

Ma soprattutto per dar l’esempio all’uomo, per invitarlo a mantenere dignità in ogni occasione.

Evviva i meticci che siamo.

A voi capita?

10 Novembre 2014

A voi capita di dire, quando assistete al lavoro di un collega: io quel che fa lui, proprio non lo so fare?

Dato che il 99,9 periodico% dei miei contatti in fb e delle mie frequentazioni reali sono attori, registi, produttori, scrittori, scenografi, costumisti, truccatori, parrucchieri, montatori, doppiatori, tecnici, elettricisti, macchinisti, direttori della fotografia, operatori, informatici, effetti speciali, insomma tutti appartenenti a tutti i reparti dello spettacolo; lo domando a voi, vi succede?

Forse perché ho limitato molto le uscite e vedo solo quello che veramente desidero vedere e nonostante ciò purtroppo, perdo molto anche di questo; a me capita spesso, quasi sempre.

Vedo attori straordinari in scena.

Sì, in Italia ci sono attori pazzeschi e persone straordinarie in tutti i reparti dello spettacolo.

Allora mi chiedo perché si lavori così male, così poco, così malpagati.

Chi è che ruba soldi e talenti?

La questione posta all’inizio la devo al fatto che recentemente mi è capitato più volte di sentirmi veramente piccino di fronte al profluvio di arte di alcuni attori.

Non citerò tutti ché la lista sarebbe lunga.  Mi limiterò a 4 opere viste di recente e solo a quelle italiane, altre che so meravigliose, devo ancora vederle. Ci sono poi anche tanti talenti che lavorano all’estero con attori stranieri e questo privilegio se lo sono conquistato, Caro Carlei, Paolo Sorrentino, Andrea Di Stefano, per citarne solo alcuni diversissimi tra loro.

Solo pochi giorni fa, al Vascello di Roma, per “le vie dei Festival”, encomiabile iniziativa di Natalia Di Iorio, ho visto, ahinoi programmato per un solo giorno, “Dolore sotto chiave e Pericolosamente” di Eduardo, per la regia di Francesco Saponaro con interpreti strepitosi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano. E i meriti vanno all’intera compagine, regia compresa, ovviamente.

Al Teatro i di Milano si replica il terzo episodio della trilogia di Massimo Sgorbani “Innamorate dello spavento” (di cui ho visto gli assaggi all’auditorium della Rai di Via Asiago in Roma) per la regia di Renzo Martinelli, il regista di Teatro, non quello del cinema. Progetto magnifico in cui l’autore cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich” (io direi alcune femmine, perché la prima è Blondi, il pastore tedesco di Hitler), oltre ad una regia raffinatissima con citazioni a mio parere e spero di non sbagliare, anche di cinema espressionista, direttamente proposte dal vivo come in un film di Murnau, oltre alla strepitosa avventura sonora eseguita dal vivo da Fabio Cinicola, alle luci coraggiosissime di Mattia De Pace, la drammaturgia di Francesca Garolla, vede in scena due veri mostri, non i personaggi certamente mostruosi, interpretati come super marionette, ma i due eccellenti interpreti Milutin Dapcevic e Federica Fracassi. Veramente inarrivabili. Si producono in una prova estenuante. Decisamente da non perdere.

Per non dire della diretta televisiva dal San Ferdinando di Napoli di Le voci di dentro, ancora Eduardo, Sorentino, Servillo e tutta la compagnia, Betti Pedrazzi in testa. Che bella prova di Teatro.

E ieri, Il giovane favoloso di Mario Martone. Magnifico film da tutti i punti di vista. Eccellente in ogni aspetto. E, limitando l’osservazione agli attori, direi, strepitosi. Attori, tutti con rigorosa formazione Teatrale che dividono con il Cinema e in un caso anche con la Danza, Raffaella Giordano, che piacere rivederla, potente e severa come lo è stata Pina Bausch in E la Nave va di Fellini. Di Elio Germano che dire, lascia senza parole.

Ho volutamente trascurato la TV della quale però direi che quando è fatta da professionisti consolidati in Teatro e Cinema, la differenza si vede. A qualcuno dà fastidio. A me esalta.

Ma non sarà che essersi formati e continuare a studiare siano cose buone e giuste?

Non sarà che la divisione tra attori di Cinema e di Teatro sia ormai decaduta e quindi le due un tempo diverse scuole siano converse in un unica categoria che però e per fortuna, ancora si distingue dall’altra dei parvenu?

Insomma, vedendo i signori di cui sopra, mi sono sentito piccino piccino picciò.

Allora, far le cose fatte bene si può.

Dunque, ripeto: perché a parte le eccezioni citate, si lavora così male, così poco, così malpagati?

Chi è che ruba soldi, talenti e sogni?

(The answer is blowing in the wind)

Io certamente sì. Lo sono, tanto. Fortunato. In tutti gli aspetti della mia vita.

Nello specifico cui mi riferisco, dico che è meglio accudire una persona pensante e senziente che ancora comunica piuttosto bene, invece che una pianta carnivora, un vegetale di carne. Ma lei? mia madre? cosa preferirebbe? aver smarrito completamente la mente o l’averne conservato, come di fatto è, quel po’ che basti a ricordare tanti infiniti particolari della sua vita passata e presente e soffrire come un cane smarrito? sì, smarrita lei, nella sua mente, nei suoi lunghi dormiveglia, sognando cibi e luoghi e salute e forse amori. O smarrita come quel cane che perso il proprietario non trova più la via di casa e vaga seguendo tracce interrotte di un odore domestico?

La differenza è che lei è stata, è e vuole giustamente essere, irrinunciabilmente, padrona di se stessa. Quel cane cerca invece un padrone che lei non vuole. Rifiuta.

Allora. Questa è la vita. Ma è vita, questo lungo declino, questo declivio che certamente non può migliorare, arrestarsi, se non in una frenata sulla sabbia, uno sbandamento, un fermo immagine?

Portatemi in montagna, sulle Alpi, fatemi prendere una polmonite.

Solo una socratica considerazione che illumina la sua vita d’immenso come il sole le montagne all’alba. Certi della fine del mondo. Quello conosciuto.

L’alba di che?

L’alba di una lunga scorreggia che fisserà il rilassamento dei muscoli. La cessione di quel fabbricato del corpo lungo molto più di Corviale, animato di nemici silenti che la faranno esplodere in una nuvola di profumo.

Sì, sono sensibile agli odori. Mi penetrano nei tessuti della pelle e dei vestiti, non mi abbandonano per giorni e quando finalmente svaniscono è già da un pezzo l’ora di ricominciare.

Lo so mamma che a te fa ben meno piacere di me. Dimmi tu cosa io debba fare.

So solo che io devo prevedere per tempo quel che io, a me, dovrò fare. Ma per te, certamente, solo aspettare. Alleviarti, cercare di alleviarti, i dolori e le fatiche.

Cucino per te e non ti va mai bene un cazzo. Ti piace che ti porti l’orribile zucchina ripiena, l’orata sfilettata, il salmone a trance, poi lo cucino e a te non piace. Sbaglio sempre qualcosa. Non eseguo a misura le tue ricette. Eppure cucino abbastanza bene. E’ il tuo palato che si è fatto severo e contraddittorio o è la mia passione che si spegne? Senti gli stessi sapori di un tempo? nello stesso modo? quando mi dici che le patate arrosto sono bruciate e non rosolate hai ragione, ma perché si bruciano nella loro breve vita, invece che insaporirsi nell’olio abbondante insieme alle cipolle che si sfanno come in Maremma la Pia dei Tolomei, Siena mi fe’, disfecemi/ come il tuo corpo? Disfatemi, sembri dire. Come il mio corpo. Come l’amore filiale. Come il nostro Paese.

Disfacimento. Disfacciamoci. Disfiamoci. Amore e corpo. E italiche speranze.

L’unico rimpianto che so non avrai, forse, è quello del mondo che lentamente abbandoni che hai strenuamente lottato per migliore e che non sai quanto brutto si sia fatto. Quanto è brutta questa Italia che lasci. Che avresti voluto migliore per i tuoi figli. Per tutti. Quanto vani siano stati il tuo sacrificio e la tua dedizione alla lotta. Per le donne. Per gli uomini. Per le sorelle e fratelli vittime di leggi e sentenze ingiuste. Quelle che hai combattuto da donna della Polis. Perfettamente consapevole. Non so se sai che quelle battaglie le hai perdute.

Io non te lo dirò.

Divinare humanum est

6 Giugno 2014

Divinare humanum est.

sembra un ossimoro e forse almeno un po’ lo è. Mi piacciono gli ossimori, mi riconducono al reale. Concreto. Tutto ciò che sembra qualcosa è anche il suo contrario. Esattamente il contrario di quel che credevo a scuola. Un’immagine riflessa nel suo contrario. Con la crisi straordinaria che ci attanaglia, le tasse sono aumentate, le bollette sono aumentate, il costo della vita è aumentato. Tutto il contrario di ciò che sarebbe necessario. Il consiglio d’Europa accetta per l’Italia il rinvio al 2016 per il pareggio di bilancio, ma ci chiede ulteriori sacrifici. Ulteriore austerità. Tutto il contrario di ciò di cui avremmo bisogno. Dal 2009 i nostri governanti ci dicono che la ripresa sarà l’anno successivo, il ’10, l’11, il ’12, il ’13, il ’14, il ’15 and so on (e via così). Li ascolto e capisco che non mentono, si esprimono per ossimori. Gli ossimori di un paese irrimediabilmente in crisi che spera in una impossibile ripresa aumentando il costo della vita in modo uguale e contrario alla diminuzione progressiva del lavoro e dei compensi. Renzi, con la richiesta alla Rai di pagare con 150 milioni di Euro, parte della somma a lui necessaria a restituire 80,00 € a 10.000.000 di lavoratori ha dato l’ultimo colpo di grazia all’industria della cultura come nemmeno Berlusconi aveva osato fare. Forse la Rai ridurrà gli sprechi, sicuramente ridurrà i budget per le produzioni, quindi sempre noi pagheremo questo debito. Cercare di risolvere la crisi aumentandola. Che soluzione! Riduzione quindi di una qualsiasi speranza. Di una Speranza di ripresa. La Speranza appunto.

La Speranza magari non nella Provvidenza manzoniana, ma anche solo una piccola speranza quotidiana, ci stimola, almeno me, a cercare e interpretare dei segni premonitori. Non solo in TV.

L’oroscopo non lo leggo più da un’infinità di anni. Che gliene frega alle stelle di me. Sperimento qualche piccola ridicola scaramanzia. Evito accuratamente che le posate si incrocino, non solo sulla tavola apparecchiata, ma anche nel lavandino quelle sporche. Evito che gli strumenti del trucco di Teatro, pennelli e matite, formino una croce sul tavolo del camerino, me lo suggerì un attore che diceva di essere un po’ stregone lui stesso o forse se ricordo bene, un veggente il suo compagno. Un tempo, per propiziare un debutto, indossavo per la prima di ogni spettacolo, almeno un elemento di vestiario usato alla prova generale, ma siccome la scelta cadeva inevitabilmente sulle mutande o boxer, perché magari le magliette non entravano sotto un costume settecentesco, trovando la cosa un po’ ripugnate, ho cominciato a fregarmene e cambiarmi completamente anche gli indumenti intimi, per essere in scena completamente nuovo ogni sera, per portere solo me stesso e il personaggio su quelle tavole. Le mie mutande non particolarmente sporche mi ripugnavano se indossate per due giorni, quelle di altri indossate dal primo giorno d’accademia 3 anni prima, conservavano le mitiche strisciate di piscio di quelle da bambini, e speravo che i loro proprietari e indossatori non se le sfilassero, per evitare che finissero inevitabilmente sui vestiti o costumi miei o di altri. Non so se quelle fossero di buon augurio, certo riferivano di scarsa igiene personale o di una tale difficoltà di vivere che nemmeno le mutande quei giovani attori potevano permettersi. E non era una profezia, ma una certezza.

Divinare humanum est.

Ora che l’Oracolo di Delfi è divenuto per me troppo lontano, ora che è meta di turismo industriale e di suv del mare e comunque solo di quelli che se lo possano ancora permettere, i quali quando scoprono che è lontano dalla costa, probabilmente rinunciano ad interpellare la Pythia, loro che il dono di qualcosa da sacrificare lo potrebbero concedere. Ora che le profezie non si scrivono più su foglie abbandonate al vento, ora che profeti catodici sperperano le loro parole nell’etere, ora che il volo degli uccelli dice poco a quasi tutti, ora che non pratico più la lettura dei fondi di caffè, nella quale mi ero specializzato al punto di non riuscire nemmeno a capire i libri che leggevo, perché invece di ascoltare le parole dell’autore, cercavo immagini e disegni che mi suggerissero il mio futuro, rendendomi spesso incomprensibile il libro stesso. Ora che non ho più un orizzonte marino da interpretare per capire cosa succederà del vento sulla nostra rotta di naviganti a vela, ora che le nuvole mi suggeriscono al massimo di prendere l’ombrello, ora che la carta da parati con gli schizzi di gesso non si usa più e che tante storie mi raccontava da bambino, ora che le macchie sul muro non le vedo nemmeno, per abitudine.

Ora cerco di prevedere il futuro dalla tranquillità o meno con la quale il mio cane riesce ad esprimere i suoi bisogni quotidiani.

Se rapidamente trova la sua ispirazione in un ciuffo d’erba ed esegue la sua fisiologia in pace, bene, forse sarà una giornata tranquilla, ma se come oggi, appena cominciato ad esibire la sua necessità, proprio lì arriva un grosso furgone rumoroso, dal quale scende un conducente a dire il vero anche simpatico che si scusa dichiarando certo i bisogni sono bisogni, ma tuttavia pensa anche ai propri e spalanca con gran fracasso lo sportellone di carico sul muso del mio cucciolo, capisco che la giornata sarà dura, a cominciare dalla ricerca di un altro filo d’erba sul quale lasciar defecare il mio timido animaletto. Ma se poi succede che appena trovato un altro angolo questa volta sterrato e rimessosi al lavoro intestinale, il mio cane fiuti dall’altra parte della strada, un maschio che lo odia chissà perché, allora la funzione nuovamente interrotta diventerà un vero problema, come forse la mia giornata, come forse la mia settimana. Non mi resta che sperare che la profezia sia, come dicono i profeti televisivi, a breve termine. Tanto è sempre e comunque un problema di cacca. Di stare nella cacca. Io, noi, il nostro altrimenti bellissimo Paese. L’importante è raccoglierla. Chissà che non se ne possa fare una start-up.

Attori che scrivono libri, 6° (sarebbe il 7°, ma il primo non l’ho numerato).

Amo la Memoria degli attori. Le loro Memorie.

Il primo, per me, fu Carlo Goldoni. Le sue Memorie, un libro straordinario. Sì, Goldoni era anche attore e avvocato, non solo il grande drammaturgo che conosciamo o dovremmo conoscere, se alle medie e al liceo non ce lo avessero fatto odiare. Per fortuna ho avuto modo di vedere suoi testi messi in scena da Giorgio Strehler, da Luca Ronconi, da Ugo Gregoretti (con Proietti appunto) e io stesso desidererei metterne in scena uno, non dico quale, con una compagnia di vecchi attori, cioè miei coetanei, ma questa è un’altra storia. A Goldoni dobbiamo anche l’invenzione del diritto d’autore, del resto come già detto era anche avvocato, oggi esteso anche alla nostra immagine rivenduta nei programmi televisivi, un diritto che se ci arrivasse puntuale permetterebbe a chi, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente lavora meno o non più, di stare un po’ meno male. Ma anche questa è un’altra storia.

Goldoni andava da Chioggia a Venezia con un barcone a vela latina, navigava con i suoi bauli e le carte di credito, sì, esistevano anche allora, ma non c’erano i bancomat e per scontarle ci volevano anche settimane di attesa per essere ricevuti dal direttore di banca locale. Scriveva con pennino e calamaio, al freddo, per Teatri freddi, eppure ci fu un anno in cui scrisse ben 16 commedie, tra le quali alcuni capolavori. Finì la sua vita in Francia. Le sue monumentali Memorie le scrisse in francese, infatti. Fuga di cervelli allora come oggi.

Sono costretto a ripetere, sebbene i miei pochissimi lettori già lo sappiano, semmai ce ne fosse uno nuovo, che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma solo il piacere di rimanere a pensare al bel libro appena letto e alle sue conseguenze.

Proietti ha navigato e naviga ogni esperienza di Teatro con le vele piene di vento. E qui ce lo racconta, il Teatro.

Così come Carlo Goldoni, Antonin Artaud e tanti altri con le loro opere disegnano il rigore di una vita dedicata al Teatro, anche Proietti con queste sue Memorie dà una lezione di rigore, raccontando con entusiasmo il mare da lui percorso, dalle prime esperienze come musicista e cantante, al Teatro universitario, dalle compagnie di giro al one man show, la televisione, il cinema e il doppiaggio, fino alle più recenti, attraverso ogni genere di spettacolo. Quello su cui le generazioni successive si sono formate, hanno magari sfiorato e ora è completamente cambiato.

Il mondo dei musicisti di night club e di locali da ballo nel quale Proietti ha cominciato ad esibirsi, non lo conosco che pochissimo, direi più che altro dai suoi racconti entusiasmanti e divertenti.

Quello del Teatro lo conosco decisamente meglio, ma mai abbastanza.

La mia frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica coincise con l’apertura della sua mitica scuola al Teatro Brancaccio. Così che tutti noi allievi di recitazione dell’una e dell’altra scuola, noi un po’ più seriosi, loro divertentissimi, ci incontravamo e passavamo le sere e le notti insieme, proprio con quasi tutti coloro i quali lui cita nel suo bel libro. Certo parlavamo di quel che studiavamo, confrontavamo metodi ed esperienze, ma soprattutto facevamo un sacco di cagnara, sfogavamo in strada, magari davanti a quei buonissimi e dannosi cornetti caldi notturni che allora andavano tanto di moda, quello che ancora non ci era dato di sfogare in palcoscenico. Si andava a vedere gli uni gli spettacoli degli altri e poi si faceva baldoria, dopo esserci congratulati per le belle cose cui avevamo assistito (non sempre, sigh!), discutendo del bene e del male, della messa in scena e della recitazione, lodando e criticando, parlando e straparlando di recitazione, scene, costumi, regia, luci, cose di cui capivamo abbastanza poco, ma che cominciavamo a conoscere, affermando verità crollabilissime e bugie perfette, indossando quella che chiamavamo la necessaria faccia di tolla. Non si esitava ad andare da una città all’altra in una specie di tournée preparatoria al futuro cui aspiravamo, per vedere un amico già diventato attore che lavorava magari proprio con lui, per conoscerlo, per farsi vedere. Fu così per esempio per il Bugiardo di Goldoni con la regia di Ugo Gregoretti e Gigi Proietti protagonista che andai a vedere a Genova. In questo modo studiando e imparando la vita del Teatro e dello Spettacolo, dentro e fuori il palcoscenico.

Nel suo racconto di una vita di spettacolo, non una biografia, ma “quattro chiacchiere sul passato”, non c’è un milligrammo di autocommiserazione, di insistenza sulle difficoltà, ma solo quell’entusiasmo per la sua Arte che vediamo sgorgare come una sorgente fresca in ogni sua interpretazione, ma anche semplicemente la mattina quando arriva sul set sfoggiando un sorriso e una battuta che alleggerisce il lavoro e rallegra.

Le fasi della sua esperienza sono talmente tante che è difficile citarle tutte, dal CUT con Giancarlo Cobelli al gruppo 101 con Antonio Calenda, da Roberto Lerici a Ugo Gregoretti, passando per i più grandi registi che tutti abbiamo amato e amiamo come Scola e Fellini, Altman. Ma anche Sergio Citti, mai abbastanza lodato, un genio del cinema che aveva ricevuto l’arte dalle mani di Pasolini e ce l’ha restituita in una cinematografia personalissima, con capolavori indimenticabili, come Casotto che Proietti cita, rievocando l’irresistibile scena dei piedi “zozzi” per le scarpe che stingevano. Proietti, concludendo il suo libro, dice che vorrebbe ancora fare uno spettacolo intitolato “Cartoni animati”, incentrato sui barboni. Colgo io la coincidenza, quello fu anche il titolo di un film di Citti che purtroppo nessuno o pochissimi videro. Ne chiesi notizia a Ninetto Davoli quando anni fa ebbi il piacere di lavorare con lui, mi disse che evidentemente non era venuto bene o non ne era stato soddisfatto lo stesso Sergio Citti. Auguro a Proietti miglior fortuna.

Proietti rievoca la mirabile stagione del Teatro Tenda di Molfese. Anni indimenticabili, entravamo gratis con la tessera dell’Accademia o invitati da amici. Lì ho visto grandi attori, Proietti appunto, Vittorio Gassman all’asta, Eduardo De Filippo, Jango Edwards, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il famoso Masaniello di Armando Pugliese con Mariano Rigillo e Lina Sastri. Il Teatro insomma.

I miei personali ricordi poco hanno a che fare con le intensissime avventure teatrali di Gigi Proietti, ma lui me li ha evocati con le sue Memorie. L’unicità della sua storia artistica diventa universale quando ce la racconta e ci fa sognare almeno una piccola identificazione con lui. Difficilissimo riassumere il suo libro, composto di mille e mille citazioni, occasioni, avventure teatrali. Ne cito una per tutte, tra le più recenti, l’avventura del Globe Theatre, costruito dalla famiglia Toti da un’idea, dal desiderio di Proietti che ci fosse magari anche un piccolo palcoscenico all’aperto, a Villa Borghese, per fare spettacoli estivi e che è diventato quel magnifico Teatro, luogo di riferimento a vocazione strettamente shakespeariana, sempre esaurito in ogni ordine di posti.  Il libro è da leggere per intero, con la voracità che lui ha messo e mette nella sua Arte, per provare a saziarsene ben sapendo che è impossibile. Il Teatro dal vivo, ma anche raccontato, specie se da lui, è cosa che più ne mangi, più ne respiri e più ne mangeresti e respireresti, comunque vi si assista, sia in scena (preferibilmente), sia in platea, specialmente davanti a quella carica vitale che lui mette in ogni suo “gesto” artistico, sia esso una canzone, uno spettacolo, un aneddoto, una barzelletta, una storia. Guardate e ascoltatene una, http://www.youtube.com/watch?v=qYY4HERByd8, “Il cavaliere bianco e il cavaliere nero”.

Incontrai una prima volta Gigi Proietti appena diplomato all’Accademia. Per guadagnare, ma soprattutto per stare in Teatro, quell’estate lavoravo come aiuto coreografo di Lydia Biondi per le Nuvole di Aristofane che stava mettendo in scena il grande Tino Buazzelli. Proietti mi ricevette in un piccolo studio al Teatro Brancaccio. Cercava un giovane attore, non so come o chi gli avesse fatto il mio nome. In quell’occasione, ahimè, dissi una di quelle mie scemenze poco meditate e che non ripeto, perché ancora me ne vergogno e non so come possa allora essermi venuta in mente, ma ricordo la sua espressione esterrefatta, così che tutto finì lì.

Ho avuto per fortuna l’occasione di rincontrarlo proprio qualche mese fa per un ruolo in una serie televisiva, per la regia di Luca Manfredi, di cui lui è protagonista. Già la scorsa estate al provino su parte, quando Pino Pellegrino, il casting, mi disse che si trattava di una serie con lui, impallidii per il timore di lavorarci, il timore del confronto. Feci in modo di non pensarci, il provino andò bene e mi scritturarono. E, desidero dirlo, in un cast completamente composto da Attori di provata esperienza teatrale, cosa rara e bellissima. Ho letto il copione ed ho ricominciato a tremare. Finalmente un personaggio diverso dai miei “cattivi” che pure amo molto, per una volta un personaggio sfortunato, incompreso e offeso, però in una delle scene con Proietti c’era una mia battuta che avrebbe potuto trasformare la situazione da tragica in comica. Mi sono detto, e se gli autori non mi autorizzassero a cambiarla? e se Proietti non volesse cambiarla e se ne approfittasse con la sua celeberrima ironia, io e il mio personaggio che fine faremmo? Non avevo fatto i conti con il suo genio e la sua delicatezza, quella delicatezza che hanno solo coloro che testimoniano rispetto assoluto per il mestiere e la condizione dell’attore con il quale si trovano a lavorare. Lui certo non aveva bisogno di quella battuta per prendersi la scena, l’abbiamo leggermente variata e abbiamo lavorato benissimo insieme. Un’ulteriore lezione di sensibilità per l’arte della recitazione e per i colleghi, di cui gli sono grato.

Insomma, caro Gigi (mi hai autorizzato tu a darti del “tu”, semplicemente girandoti a guardare chi altro ci fosse intorno, ogni volta che io rivolgendomi a te dicevo “lei” e tu “ma chi è ‘sta lei?”), del tuo libro ho detto ben poco, ma me lo sono proprio gustato.

Grazie Gigi, per la tua Memoria, ricordi tutto, proprio tutto e grazie per la tua Arte.

 

“Tutto sommato – qualcosa mi ricordo” di Gigi Proietti, Rizzoli editore, 241 pagine di insuperabile memoria, € 19,50 ottimamente spesi.

 Scrittori che scrivono Libri (finora mi ero occupato solo di Attori che scrivono Libri).

Come uno studente di liceo, leggendo il libro ho sottolineato una moltitudine di frasi che vorrei ricordare o che almeno farò poca fatica a ritrovare.

Dovrei citarle tutte, ma sarebbe come trascrivere il libro che invece bisogna comprare e leggere.

 ”La casa sulla roccia” se avesse un difetto sarebbe quello che purtroppo finisce, mentre invece lo si vorrebbe tenere ancora con noi dopo l’ultima pagina. E così faccio, scrivendo queste poche parole.

I miei pochissimi lettori già lo sanno, ma semmai ce ne fosse uno nuovo devo ripetere che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma appunto il piacere di rimanere a pensare al bel romanzo appena letto.

E’ un romanzo chiuso, completo, finito. L’esatto contrario di “Regate di terra” di Paolo Montevecchi di cui ho scritto la settimana scorsa che invece è aperto e mai finito, forse infinito, il cui seguito addirittura viene annunciato di volta in volta dall’ultimo codice QR. Eppure un giorno anche questo si chiuderà, immagino.

“La casa sulla roccia” è un libro completo, a suo modo circolare. Diversissimi, eppure li amo tutti e due questi libri, allo stesso modo. Quando leggo desidero trovare stile, originalità, narrazione, struttura. Quel che io non so fare. Qualsiasi cosa purché sia diversa da me, altrimenti che noia sarebbe!

Tutto del resto si chiude, finisce e il compimento di qualsiasi cosa è quanto di più soddisfacente possa esserci sia per l’autore come per il lettore. Ciò vale per esempio anche per un ponte, per il suo architetto, per chi lo attraverserà, come per tutto quel che facciamo e che siamo, compreso l’amore, compresa la vita. Così per questo libro, il compimento è esaustivo, come un ponte appunto che da oggi ci porta al 1961 e lentamente, accuratamente ritorna a noi, qui ed ora. Almeno così io l’ho interpretato. Cosa c’è di più bello di un ponte che si libra leggero sul fiume talvolta impetuoso e unisce due rive?

Come il ponte della Musica di Santiago Calatrava a Roma che guardo e ammiro ogni volta che ci capito vicino, senza mai avere il coraggio di percorrerlo, per quanto è bello, per quanto è leggero, per quanto di quel ponte ho sentito la mancanza fin dalla mia infanzia, quando ne parlavo con mio padre, con le mie prime parole, al tempo dei miei primi ragionamenti, mentre crescevo in quel quartiere allora privo del salto che unisce le rive. Nei primi anni sessanta appunto, avevo 5 anni e guardavo le due sponde del fiume dal balconcino del nostro soggiorno oppure dal Lungotevere, spostando qualche ramo della siepe d’alloro le cui foglie talvolta rubavo perché mia madre ci condisse e cucinasse i fegatini con la rete.

Con il libro di Monda ho avuto più coraggio, l’ho letto subito, l’ho divorato in privato. Tutto in privato è più facile. L’ho attraversato così come il ponte invita a fare. Guidato dal ricordo, dal monologo interiore della protagonista.

Come un ponte, il libro di Monda, mi ha permesso di percorrere non solo gli avvenimenti accuratamente riportati da lui stesso, ma quella miriade di sensazioni, sogni, speranze e necessarie conclusioni, scelte giuste e sbagliate, sperimentate fino ad oggi. La ricerca di una solidità che ancora mi manca. Appunto “una casa costruita sulla roccia e non sulla sabbia”, come il Vangelo* ci invita a fare, tutti, anche me che credente non sono, credo. Mi ha risvegliato il mio privato mondo interiore che pur diversissimo da quello di Elisabeth-Liz-Beth, è la chiave dell’identificazione con lei, necessaria al godimento di un libro la cui leggerezza è il compimento della prima lezione americana di Calvino.

E qui sta il paradosso più riuscito dell’autore, un altro atto compiuto. Il protagonista, l’io narrante è femminile, direi femmina, donna, nella sua pienezza dei sensi. Non c’è in questo presunzione, ma straordinaria abilità narrativa.

E’ un compendio del pensiero americano, della cultura americana dominante, del comportamento americano, del pragmatismo di cui sono maestri gli americani.

Conosco Antonio da almeno 35, forse 38 anni, da venti vive a New York, ma fu il primo tra le mie conoscenze ad andarci. Il suo pragmatismo lo potei constatare al mio primo tentativo di partenza per l’America, più o meno 33 anni fa, gli chiesi dei consigli e lui stampò e mi diede un suo compendio, un baedeker per vivere la città che aveva preparato per gli amici.

Da allora, ma sarebbe più giusto dire da sempre, Antonio fa e si occupa di mille cose. Oltre quelle citate nel risvolto di copertina ha anche una bella e numerosa famiglia cui non fa certo mancare ogni umana attenzione, concreta e spirituale.

Rimane un dubbio che mi sconquassa: ma come fa Antonio Monda a fare, e bene, tutto quello che fa? Le sue giornate non durano come le mie? Evidentemente conserva un segreto che spero un giorno vorrà rivelarci. Intelligenza, curiosità, organizzazione e pragmatismo, forse?

 

“La casa sulla roccia” di Antonio Monda, edizioni Mondadori, 138 preziose pagine. 17 €.

 

*Per quegli intervistatori che sbagliano il titolo del libro o non ne capiscono il riferimento, direi che non ci sarebbe nemmeno bisogno di aver letto il Vangelo, ma basterebbe informarsi un poco, prima di un’intervista, magari anche solo leggendo le note editoriali che si trovano facilmente in internet.

 

 

 

Attori che scrivono libri. Capitolo 5° (sarebbe il 6°, ma il primo non l’ho numerato). 

La mia memoria di regate risale agli anni ’90, ancora con la classe IOR (niente a che fare con la banca vaticana), l’ultima cui partecipai si combatté tra Talamone e la Giraglia, andata e ritorno. Tempo previsto per compiere il tragitto 3 gg. Tempo impiegato dal primo e unico che riuscì a circumnavigare la Giraglia prima che il vento e il mare si gonfiassero esageratamente, 2 gg. Mare altissimo e 50 nodi di vento di bolina all’andata e altrettanti di poppa a ritorno. Quando arrivammo in vista della Giraglia, il mare stretto tra l’isola e la costa della Corsica era così gonfio e il vento così forte che ci vennero in mente tutte le rappresentazioni pittoriche conosciute di naufragi, tanto belle ed esaltanti da vedere nei musei, ma così poco confortevoli da vedere da dentro che ci parve troppo pericoloso fare il giro dell’isola, la Giraglia appunto, con il rischio di non poter manovrare la barca e trovarci in balia di correnti e venti indomabili così che, come tutti gli altri che ci precedevano e seguivano, voltammo la prua in direzione del porto sicuro di ritorno, lo stesso della partenza, con la coda fra le gambe e lo scafo continuamente inerpicato sulle cime di onde altissime e immediatamente precipitato nelle conseguenti valli profonde, per un tempo, una notte e un giorno che a me parve esagerato da sopportare in quelle condizioni. Da allora il mare desidererei vederlo solo da una bella finestra magari vicino alla spuma da cui vergine nacque Venere, possibilmente con un’isola più o meno lontana che spezzi l’infinito, o a passeggio su una scogliera o spiaggia selvaggia. Andrebbe bene anche Ostia o Castelporziano, magari Gaeta, a Serapo o sul lungomare Ammiraglio Caboto. Anche d’inverno. Ma da posizione protetta e ferma, senza scossoni.

Le regate si svolgono per quel che posso ricordare, o a bastone, andata di bolina e ritorno di poppa, o a triangolo tra boe opportunamente posate dalla giuria di gara o tra isole che fungano da boe, per poche ore ed anche per percorsi di giorni e notti e settimane o mesi. Non sarebbe il caso di ricordare qui, ma tant’è, quando durante i campionati italiani, all’alba, nel golfo di Napoli, neanche in una brutta posizione sul campo di regata, cercando il vento migliore, ci avvicinammo così pericolosamente alla costa di Ischia che ci arenammo, con comprensibile perdita di tempo e posizione e seri rischi per il bulbo, la deriva e lo scafo che però per fortuna risultarono integri, permettendoci di giungere buoni ultimi dopo 24 ore di percorso. Poi ci sono le coppe internazionali, la Coppa America, i Round Robin ad eliminazione, il magnifico Circling, la sfida per la partenza per conquistare il lato più a favore del vento, molto affascinante, un’aggressione continua, una fuga e uno scontro sempre evitato o cercato.

A bordo di un’imbarcazione a vela da regata e durante la competizione, succedono cose incredibili, nascono amicizie con la stessa facilità con la quale si spaccano irrimediabilmente quelle stesse amicizie consolidatissime.

Ecco, tutto quel che precede ha poco a che fare con il libro in questione, ma molto con ciò che quel libro ha evocato in me, come una madeleinette.

 

Citazioni.

Sequenza del Fanculo:

Il Pagliaccio Elettrico – Fanculo (omissis). Fanculo a chi scambia la sofferenza per debolezza. A chi pensa che ciò che vale per sé debba valere per tutti. A chi pensa che ciò che vale per sé e per molti debba valere per tutti. Fanculo (omissis)”.

L’omissis non è per censura, ma perché se si vuole leggere il libro bisogna comprarlo e appunto leggerlo.

” (omissis) In acqua magari ci si insulta pure durante una regata. Può succedere di tutto. Si urla animatamente. A volte sbagliando ci si offende anche. Ci sta tutto. Magari ci si picchia pure, se si è un po’ fuori di testa come noi. Ma se c’è chi riporta a terra la sua rabbia e il suo risentimento, vuole dire che è troppo pieno di sé per essere un uomo di mare e con il mare non avrà mai nulla da spartire. (omissis)”

“(omissis) Ma la gente cosa ne sa delle tue promesse non mantenute, di quella lotta anche contro te stesso per un amico. La gente non lo sa. (omissis)”

Paulo e Flavio, all’inizio del libro, il loro personale Circling lo hanno già eseguito. L’aggressione c’è già stata. Ora davanti al comitato di regata costituito da loro stessi e poi da un paio di avvocati, cercano di venire a capo dei prodromi e delle conseguenze di quell’aggressione. La particolarità è che sì, i due hanno navigato insieme, ma le regate di cui narra il bel romanzo sono appunto a terra, “bastoni” lungo la spiaggia, “triangoli” tra le rispettive residenze e il circolo velico. Scontri e sfide condotte di bolina, virando quando l’altro vira, coprendosi il vento, ingannando con manovre repentine l’avversario, facendogli credere di andare in una direzione quando invece se ne prende un’altra che sorprenda.

Tutti i marinai si raccontano le regate appena svolte con quei gesti un po’ ridicoli e un po’ teneri delle due mani accostate in verticale a simulare l’andatura delle barche, la direzione del vento, le scelte fatte e quelle che si sarebbero dovute fare.

Paulo e Flavio nello stesso modo combattendosi dialetticamente si raccontano le posizioni e le scelte, le conseguenze delle andature e delle manovre – andature e manovre nella e della vita – anche ricordando, ma poco, quel che accadde in mare, con Paulo esposto al trapezio del catamarano di Flavio, mentre quest’ultimo con acido colpo di timone quasi affoga il primo. Ma le regate di cui discutono, amo immaginare anche mimando con le mani i corpi delle barche, i loro stessi corpi, sono appunto regate di terra, sono il loro amore e il disamore. La loro amicizia. Sono dialoghi che si sviluppano apparentemente registrati dal vivo. E se così fosse non ci sarebbe nulla di male. Sarebbe anzi giustificato narrativamente da ciò che scopriremo verso la fine della sfida, cioè che entrambi i protagonisti, l’uno all’insaputa dell’altro, uno direttamente ed uno per interposta persona, appunto registrano i loro dialoghi. Che ciò sia o meno la confessione dell’autore riguardo il metodo di scrittura utilizzato, è decisamente poco importante. Più importante è la stupefacente linearità con la quale l’autore Paolo Montevecchi lascia dipanarsi e scioglie dialoghi assai contorti, come sono quelli della vita, quelli della strada, quelli dell’amore, dell’amicizia, i dialoghi presi dal vero o, al vero perfettamente assimilabili.

Certamente invece è un outing di genere continuamente affrontato e rimandato e negato e proposto dai due protagonisti. Un’amicizia continuamente accettata e rifiutata, contesa e contestata.

Io non sono un critico e questa non è una recensione, ma solo il piacere di pensare ancora al bel libro appena letto che si divora senza mai stancare, pieno di inversioni di marcia e colpi a sorpresa nonostante il tema sia chiaro: un duello all’arma bianca come non solo la spada o il fioretto invitano a fare, ma anche il mare e tutte le tensioni che su quella superficie si scatenano per poi riflettersi e ripetersi sulla terra ferma. Il mare tempestoso e imprevedibile della vita.

Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere e lavorare con Paolo Montevecchi proprio nell’estate del ’96. Indimenticabile il passo alla Michael Jackson che impose al suo personaggio del soldato nello spettacolo Romolo il grande di Dürrenmatt, a Spoleto, protagonista l’indimenticabile, grande attore e maestro Mario Scaccia. Sì, Paolo è attore e anche musicista, ha infatti composto le musiche per altri spettacoli di Scaccia, ma è anche paroliere e compositore come per esempio della bellissima Ayrton che volle cantare Lucio Dalla.

Questo libro delizioso, Regate di terra, i cui protagonisti sono spesso preceduti dal bizzarro corifeo Il Pagliaccio Elettrico che si fa voce narrante, offre anche la possibilità di ascoltare l’autore stesso leggere interi passi attraverso la app per la lettura del codice Q-R. Io me ne rammarico assai, ma non l’ho utilizzato, perché quando ho provato a scaricare l’applicazione, l’avrei anche dovuta autorizzare a fare dei miei dati e della mie altre applicazioni quali macchina fotografica e galleria fotografica, rubrica forse e altro, ciò che essa stessa (l’applicazione di lettura del codice) a sua propria sintetica ed informatica volontà, avrebbe deciso di farne. Pensierino: non mi piace il collegamento diretto e incontrollabile tra tutti i cloud e google+ e device di ogni tipo per il quale se ti scatti una foto alla punta del naso, subito viene postata in FB o su twitter o su linkedin che subito a sua volta si preoccupa di girarla a tutta la tua rubrica. Un po’ di riservatezza, diomio. Peccato avrei desiderato ascoltare la voce di Paolo.

Eppure questo Regate di terra che molto ho amato, appare anche come un diario intimo che dopo stampato e diffuso, conserva poco di privato, così come si conviene a dei personaggi la cui funzione è, credo, esattamente quella di svelarsi, altrimenti poco senso avrebbe la loro vita letteraria.

Ultimo rammarico: già un anno fa cercai di comprare il libro a Milano, ma anche nelle grandi librerie, compresa le Feltrinelli, non riuscii a trovarlo e nel caso l’avessi ordinato, i tempi di consegna avrebbero superato i miei tempi di permanenza in quella città dovuti alla mia tournée teatrale, ma ora ce l’ho e ne consiglio la lettura.

Regate di terra di Paolo Montevecchi, pagine 221, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 13,00 € (ben spesi).

Ordinatelo nelle vostre librerie o scrivete a: Lucia Malatesta, regatediterra@libero.it, vi dirà come fare ad ottenerlo.

 

P.S. Mi sono lasciato convincere dalla curiosità ed ho scaricato l’app i-nigma per la lettura del codice QR, beh, funziona e i filmati sono imperdibili, fatelo anche voi.

Poggiato ad un albero

8 Settembre 2013

Poggiato ad un albero guardo il mio quartiere, la mia città, il mio paese. 1

Provo una nuova rubrica che vorrei tener breve. Composte le sue 2 prime parti a cavallo di ferragosto, le pubblico ora insieme vanificando completamente l’intenzione di brevità. Perdono.

Ho sempre temuto l’amaca per paura si staccasse e, piombando al suolo di culo, mi spaccassi l’osso sacro. Ho sempre temuto di rimanervi avvolto come una mosca nella tela di un ragno ed essere conservato per essere poi succhiato un poco alla volta. Forse per questo preferisco starmene in piedi sia pure poggiato al tronco di un albero, magari un enorme e antico platano romano, per non cadere, mentre guardo lo spettacolo ignobile delle politica italiana, tutta.

O forse per non cadere mi piacerebbe poggiarmi ad uno degli alberi cui immagino sia fissata con un moschettone e un nodo di sicurezza L’amaca del bravissimo Michele Serra. I suoi sono sicuramente uno l’albero della Cultura, l’altro dell’Attenzione, o forse i suoi sono un intero bosco fatto di tutto, Teatro, Giornalismo, bella TV, fonti certe, informazione, studio e ancora e ancora. Non voglio emularlo, come potrei? Non voglio nemmeno disturbarlo. Magari mi appoggio ad un albero a caso, quello più vicino a me, forse uno dei tanti fragili alberi di Giuda che percorrono con le chiome rosate i nostri viali e che, a discapito del nome, forse nulla hanno a che fare con quello a cui il disgraziato si impiccò. Mi appoggio per non cadere mentre guardo lo spettacolo indecente della politica destrorsa italiana. La politica italiana è tutta destrorsa, anche quella sedicente di sinistra, così asservita alle banche e ai banchieri. Così asservita all’avversario.

Mi piacerebbe saper scrivere una rubrica minuscola ed essenziale come quella di Serra che leggo perché mi illumina, ma anche per cercare di capire e carpire il suo dono prezioso della sintesi. Invidiabilissimo.

Mi piacerebbe saper scrivere blog perfetti come quelli di Marco Lodoli che leggo per gli stessi motivi.

Ci provo, mi esercito ancora una volta sapendo di non esserne capace.

Sorvolerò per una volta sulle mie ricette di economia per risollevare il paese, non sono un economista, però proporrei una bella sospensione (certamente populista) dello stipendio ai parlamentari, 3 mesi no e uno sì, magari in ritardo di tanti altri mesi come avviene per tanti lavoratori, così da ridurlo ad un quarto e senza diritto agli arretrati, più tutte quelle cose cui rimediare che sappiamo bene, pensioni d’oro, privilegi, finanziamenti alle banche che se li tengono, assurdo innalzamento delle tasse e tante altre cose. La rinascita economica potrebbe forse avvenire solo con la riduzione delle tasse e il recupero del potere d’acquisto del denaro, degli stipendi, con il lavoro.

Sorvolerò sul per niente divertente gioco di “cambiamo il nome alle tasse”: ICI, IMU, TARES, TASSA DI SERVIZI.

Per una volta proverò ad essere breve. Cioè, breve con le prossime puntate. Quel che precede è solo un’introduzione generale a

Poggiato ad un albero.

P.S. Leonardo Sciascia annota così nel 1977, a pag. 133 ed. Adelphi, il suo bellissimo Candido:

“Dice Montesquieu che <<un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i geometri si servono delle loro formule>>. Non so se il Candide sia servito da formula a cinque o seicento altri libri. Credo di no, purtroppo: che ci saremmo annoiati di meno, su tanta letteratura. Comunque, che questo mio racconto sia il primo o il seicentesimo, di quella formula ho tentato di servirmi. Ma mi pare di non avercela fatta, e che questo libro somigli agli altri miei. Quella velocità e leggerezza non è più possibile ritrovarle: neppure da me, che credo di non aver mai annoiato il lettore. Se non il risultato, valga dunque l’intenzione: ho cercato di essere veloce, di essere leggero. Ma greve è il nostro tempo, assai greve.”

Io non posso certo dire di non aver mai annoiato il lettore. Ma ispirandomi all’Amaca di Serra e ai blog di Lodoli ho cercato e cercherò di essere veloce e leggero, pur senza avercela ancora fatta. Certamente però con il maestro Sciascia posso dire: “greve è il nostro tempo, assai greve.”

 

Parte 2

Poggiato ad un albero (guardo il mio quartiere, la mia città, il mio paese), 2

La Medusa.

(il titolo dovrebbe essere “faccia di tolla” che è un eufemismo, ma tant’è, tengo Medusa)

Me ne sto da tempo in silenzio incantato basito paralizzato pietrificato privo di parole, come colpito dallo sguardo della Medusa. Eppure non è lo sguardo dell’ex incantatore che mi pietrifica, è il vociare scomposto, ma omogeneo e univoco dei mille serpenti che compongono la sua capigliatura. Non c’è niente di mitologico nello sguardo rivolto alla telecamera mentre pronunciano parole e concetti vergognosi, mentendo sapendo di mentire, quei “colonnelli” – la definizione è dei giornalisti, a me paiono servi e niente di più, servi volontari, non dico che lo siano, ma solo che a me così paiono nelle loro recite – i colonnelli, dicevo, del pdl che si lamentano per la condanna del loro munifico signore per aver sottratto al fisco “solo qualche milione” (Carfagna) lui che ne paga tanti di tasse. O quando temono per l’eventuale inagibilità politica del loro signore che punirebbe la rappresentatività di milioni di italiani che l’hanno votato. Devo veramente sorreggermi al tronco potente di un albero secolare per non cadere e per non rischiare di sradicarlo, quando il poeta Bondi ancora una volta versifica fuori dal vaso minacciando la guerra civile. Cicchitto, Quagliariello e Brunetta non si possono nemmeno considerare ipocriti tanto poco velate sono le loro minacce di sostegno e sgambetto insieme al governo delle larghe intese se si verificasse l’inagibilità di B. La Gelmini invece, forte della sua laurea e del suo esame di stato conquistati discutibilmente e mandata ad occuparsi dell’istruzione, è solo imbarazzante per chiunque desideri un senso lecito e logico nella politica. Scivolo lentamente quando sento Gasparri, ex colonnello di Fini, affermare che quel condannato ancora li rappresenta tutti. Scivolo lentamente perché è vero. Per una volta dice il vero. Sì, li rappresenta ancora tutti.

E questo è il grave. Il “greve”.

E Berlusconi tace. Almeno speravo continuasse a tacere, invece ha riaperto bocca per dire che continuerà ad occuparsi dei problemi del paese e degli italiani. C’è da tremare.

Ma se milioni di italiani hanno votato un pregiudicato – è lecito definirlo così essendo stato condannato in via definitiva in tre gradi di giudizio? temo di sì e me ne dispiace per il Paese, per l’Italia – devono continuare a poterlo votare, grazie anche alla sinistra che quando avrebbe potuto si è guardata bene dal fare la legge sul conflitto di interessi?

Ma non se ne accorgono quei milioni di italiani che il ricco al potere ha fatto per vent’anni solo i suoi comodi?

Non sospettano quei milioni di italiani a cosa possano essere serviti i soldi sottratti allo stato? Pare, si dice, si sospetta, così ritengono i giudici, per accumulare fondi neri per la corruzione, politica ed imprenditoriale. Per ottenere benefici per se stesso. E ciò solo per quel che non è caduto in prescrizione, perché, pare, potrebbe esserci stato dell’altro. E forse molto di più.

Ciò che preoccupa i colonnelli/serpenti è che senza quell’oratore abilissimo nessuno di loro esisterebbe più. Nessun colonnello. Nessun serpente.

Tengono in vita, per quanto possono, la salma di un uomo finito e mummificato come quello di Lenin al Cremlino, cui possano ispirarsi per continuare a godere di prebende e potere che non meritano. Che siano loro i novelli comunisti?

Le carceri italiane detengono quasi il doppio di persone della capacità prevista, 66.271 persone a fronte di una capienza regolamentare di 45.568 posti. Il 39% dei reclusi è in attesa di sentenza definitiva (25.970), di cui la metà in attesa di giudizio (12.857)*. Che ci fa ancora a spasso il munifico cavaliere? E soprattutto direi con Pannella, cosa ci fanno in carcere tutte quelle persone in attesa di giudizio, punite preventivamente e ingiustamente?

Ma la legge non era uguale per tutti?

* Dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31/8/2012

http://guida.redattoresociale.it/Scheda.aspx?id=370999

nel 1992 Giuseppe Gaudino realizzò un documentario su Gianni Amelio dal titolo “Joannis Amaelii, animula vagula, blandula” *. Mi è tornato alla mente vedendo giovedì 5 Settembre alle 15:45 prima proiezione a Roma, il bellissimo film L’intrepido, diretto da Gianni Amelio. Ma dovrei rivedere il documentario di Gaudino. Ho l’impressione che Amelio non abbia smesso di vagare ed abbia trovato la sua dimensione come del resto accade sempre in e per ogni suo film, sempre nuovo, sempre diverso, sempre la stessa anima grande che vola spazia si cerca e si interroga. Mai pago, mai contento.

Sono andato al cinema con quell’entusiasmo e trepidazione che spesso dà risultati opposti alle aspettative, invece sono rimasto incantato appunto dalla vastità dell’anima di Amelio.

Non basta da solo un grande regista a fare un capolavoro, ci vuole anche un’ottima sceneggiatura e questa lo è anche perché, delicatamente e pericolosamente, sfugge a mio avviso, alle ormai stucchevoli e prevedibile strutture in tre atti, ma procede lineare, mi sembra, il che non significa superficialmente, ma con dolore, appena alleggerito dall’anima altrettanto grande di Albanese. I punti di svolta (turning point) sono tanti, e tutti procedono in fila verso il climax e la risoluzione che, anche se non andrebbe anticipato, non appartiene all’Italia.

Ambientato in una Milano in costruzione più simile a Dubai con il deserto che la circonda, mi ha ricordato certi film degli anni ’50 e ’60, quelli in B&N ambientati nelle periferie romane devastate dagli scavi per le fondamenta dei palazzoni in costruzione che incombevano sulla vita dei protagonisti, quei palazzoni che sono argine insuperabile al leggero vento di ponente.  Ci vogliono anche collaboratori straordinari come gli attori Antonio Albanese e Alfonso Santagata, come il direttore della fotografia Luca Bigazzi e lo scenografo Giancarlo Basili, per trasformare in Cinema gli spazi immensi dell’anima. L’Anima di Amelio.

Quanti lavori credete si possano fare? Vedendo il film se ne scoprono di mai nemmeno immaginati, tutti racchiusi nel mestiere nuovo di “rimpiazzo”. Percorrendo cantieri, mercati, stirerie, palestre e giardini, Amelio cita anche un suo bel documentario di tanti anni fa “La squadra del lunedì”, gli addetti alla pulizia dello stadio dopo la partita.

Se per combattere e superare quell’eccesso di responsabilità che porta il giovane protagonista alle crisi di panico, si deve tornare in paesi dove viga ancora il rispetto, forse questo film è un ulteriore invito a partire, è uno schiaffo all’Italia senza speranza e senza regole di questi anni, forse è un invito alla semplicità praticata dal personaggio di Antonio che non è mai compromesso, ma scelta continua, così come una volta si pensava potesse essere la lotta.

 

Una curiosità: il cliente del negozio di scarpe è Fausto Rossi, il magnifico giovane attore giustamente premiato anche con il David di Donatello come esordiente per quell’altro capolavoro di Amelio che fu Colpire al Cuore.

 

* Dalla sinossi del film “Joannis Amaelii, animula vagula, blandula” firmata da Isa Sandri e Giuseppe M. Gaudino:

È un appunto su un’emozione ricevuta e su un sentimento provato nel vedere il lavoro di Gianni Amelio sul set di Il ladro di bambini. Ma è anche una dedica. Una dichiarazione di affetto e di riconoscenza. Ci hanno colpito le reiterazioni di molti suoi gestipensieri, le sue ansietà, il suo silenzio che alla fine hanno prodotto, creato quel l’emozionante film. Si sono presi a pretesto i primi versi che l’imperatore Adriano scrisse in una sua lirica mirando il paesaggio di Baia chiedendosi dove andasse la sua povera anima. Gianni Amelio è un “uomoautore” che continuamente si interroga su dove vada la sua anima, su che scopo abbia la sua macchina da presa. Questo abbiamo voluto raccontare.

http://www.torinofilmfest.org/?action=detail&id=5515

Limbo

19 Agosto 2013

Il Limbo è una condizione. E’ anche un luogo sospeso tra Cielo e Terra tra Inferno e Paradiso.

Per Dante è il primo cerchio dell’Inferno, l’unico pieno di luce, ma nel suo Limbo ci sono uomini giusti e grandi. Non è il mio caso.

Il Limbo è quella condizione di attesa che potrebbe risolvere solo Dio. Mah.

Il Limbo è quella condizione che gli attori vivono sempre. L’attesa di qualcosa che accada. Anche quelli che si danno molto da fare sono sempre nel Limbo, nell’attesa di una risposta, di un collega che legga un testo, che lo legga un produttore, che arrivi un assegno, che si venga scelti chissà come e perché da un regista. Sempre che una rete televisiva pubblica o privata non metta il veto.

Sempre nel Limbo, nell’attesa che qualcosa accada.

Il Limbo ha 12 fasi. Tutte uguali ovviamente, sennò che Limbo sarebbe.

Ora è Agosto, tutto si ferma. Sì certo, c’è Locarno, il mio primo amatissimo Festival del Cinema, ero quasi ancora bambino almeno relativamente al mio lavoro, protagonista però dell’ultimo film in Bianco e Nero della RAI. Gianni Amelio. Valerio Zurlini. Sven Nykvist, sì, credo ci fosse anche lui, il direttore della fotografia di Ingmar Bergman. La proiezione in piazza sullo schermo grande, che meraviglia. 12 ore di treno in seconda con compagne di viaggio delle altrettanto giovani ragazze francesi tra le quali Brigitte, che bel nome, dissi, Brigitta, come la fidanzata di Paperoga (per un giovane attore pensare a Paperoga invece che alla Bardot forse non è stata una gran figura di professionista e forse la ragazza c’è rimasta pure male)! Feci una fatica col mio francese a spiegare chi fosse il papero citato, ma alla fine risero. Ci venne anche mia mamma, in macchina, con mio fratello grande. Chissà perché Locarno passa inosservato? Prima era quasi Agosto e si era nell’attesa che tutto si fermasse. Poi verrà Settembre con il forte impatto della Mostra del Cinema di Venezia che sembra ridare sprint alla vita, ma tutto si conclude con la serata dei premi, e anche le polemiche si spengono. Allora si spera tutto ricomincerà ad Ottobre, quindi si deve aspettare che passi anche Settembre, ma per fortuna, privato della settimana di Venezia, è breve. Poi ad Ottobre, beh, i giochi sono già stati fatti alla fine della stagione precedente e allora si aspetta Novembre che porti una novità, ma è troppo vicino a Dicembre e tutto si rifermerà per le feste del Santo Natale. Qualcuno rompe l’attesa nel Limbo delle feste e spergiura che l’anno nuovo sarà diverso, ma a Gennaio la ripresa dell’attività è lenta e si è già persa almeno una settimana quando non 10 giorni perché alcuni, produttori, notabili, funzionari, devono evitare le file del rientro, allora si guarda già a Febbraio e al festival di Berlino che appena passato si deve guardare a Cannes. Cannes sembra durare almeno 3 mesi e si porta via Marzo Aprile e Maggio. Poi ci sono i David di Donatello e si premia la Bui, meritatissimamente, non c’è dubbio, lo dico senza sarcasmo né ironia. Anche se forse non è proprio l’unica attrice italiana. Ed è subito Giugno, piove e fa freddo e non si ha una gran voglia di lavorare, si guarda a Venezia per i primi di Settembre, se un film non l’hai già fatto, certo non ci vai. Così si scioglie anche Luglio e ad Agosto tutto è fermo.

Ma quelli che fuori dal Limbo partecipano a tutti i festival e sono sempre impegnati, tanto che non riescono a leggere una sceneggiatura o almeno non le mie, quando le leggono quelle degli altri? quando li fanno i film che poi partecipano a tutti i festival?

Qualcuno, anzi molti ora sono nel Limbo. Altri, pochi e sempre gli stessi, nei gironi paradisiaci del lavoro.

Il Limbo è una gran brutta condizione, sembra abbia pareti d’acciaio impossibili da scalfire.

Dove sarà la porta per uscire?

E soprattutto, come ci si è entrati?