Un coltello nella schiena

22 Febbraio 2015

Un coltello nella schiena di Gassman. Era una foto profetica che annunciava un cambiamento. Ronconi avrebbe ucciso il mattatore.

Oh diomio, quanto mi hanno preso per il culo Sergio Castellitto e Ennio Coltorti, seduti al bar di Santa Maria in Trastevere, quando io di ritorno da un periodo di prove dell’Uccellino azzurro a Gubbio, a casa di Ronconi, nel raccontare quelle giornate mi ostinavo a chiamarlo Luca. Con feroce sarcasmo l’uno, con una risata diretta l’altro. E io che mi giustificavo affermando che ce lo aveva detto lui di dargli del tu, di chiamarlo per nome.

Raccontai come il suo iracondo pastore maremmano di allora, rispose al mio entusiasmo di essere arrivato a casa di Ronconi, aggredendomi appena provai a metter piede all’interno, salvato in extremis da Franco Branciaroli che lo afferrò al volo. Certamente il pastore aveva intuito che uno più cane di lui avrebbe potuto insidiargli l’affetto del proprietario.

Luca Ronconi, arruolatomi per diversi ruoli tra i quali un Pioppo, mi mandò a guardare quegli alberi nella sua tenuta, ma io non sapevo neanche quali fossero i pioppi e quindi mi aggirai in lungo e largo facendo solo attenzione che non si avvicinasse il pastore famelico e iracondo. Nulla imparai degli alberi, ma tanto di un altro modo di leggere i testi che non fosse quello stantio. Imparai, insomma ebbi l’illusione che avrei imparato, ma non fu così. Io mica lo capivo perché si dovessero fare quegli accenti e quelle cesure così inconsuete che avevano fatto grande Marisa Fabbri nelle sue Baccanti. E infatti non era per niente obbligatorio. Mi aiutarono tutti, Mauro Avogadro e Giancarlo Prati in particolare, e la stessa Fabbri, ma si intuiva che quest’ultima non riponeva speranze in me. Fatto sta che grandissimi attori li usano come preferiscono e altrettanto grandi attori li rifiutano, tutti accolti dall’immensa generosità e creatività del grande regista.

Io che affronto i ruoli dando uguale peso alla razionalità e alla comprensione fisica attraverso il corpo, 100% a ciascuna strada, mica lo capivo cosa significasse che la Felicità di star bene in salute, fosse una felicità sporca, meschina, piccola, volgare. Mi ci sono voluti 40 anni e tantissime sconfitte per capire, forse, il guaio di illudersi di godere di una salute fisica, non accompagnata da altrettanta comprensione intellettuale. Perverso! dovevo apparirgli perverso evidentemente, ma io che ancora non mi conoscevo così, io che ancora oggi credo di essere una persona abbastanza pulita, se non del tutto, abbastanza ingenua, se non del tutto, abbastanza stùpida, se non del tutto, abbastanza stupìta, del tutto, come avrei dovuto fare a capire che lui mi vedeva profeticamente nella mia perversione e ambiguità che si sarebbero svelate anche ai miei occhi troppe decine d’anni dopo?

A Lui, Luca Ronconi, devo una gioia infinita, quella di aver creduto almeno per un poco di far parte, di essere entrato, di aver avuto accesso a quel mondo che credevo sarebbe stato la mia vita. A lui devo la gioia di aver visto quel Teatro da dentro. A lui devo l’amicizia irrinunciabile e insuperata con alcuni attori meravigliosi, con una comunità di artisti tanto semplici quanto grandi. A lui devo la gioia di spettacoli fiume come fu Ignorabimus di Arno Holz, visto nella versione di 12 ore e la gioia per tutti quei “Romanzi Sceneggiati” che ha portato mirabilmente in scena. A lui devo il calore di quegli abbracci che mi ha regalato le poche volte che ci siamo incontrati nel tempo seguente e mai concluso. A lui devo l’aver creduto nel Teatro e aver apprezzato le diversità, le grandezze, i fallimenti.

A lui devo/

A Manrico Gammarota

14 Febbraio 2015

La malattia lunga o improvvisa mi addolora, mi sorprende, mi annichilisce soprattutto se incurabile e accompagnata da dolore, decadimento della carne, perdita di dignità, ma il suicidio, che pure è malattia talvolta improvvisa tal’altra lungamente meditata, mi sgomenta. Nell’uno e nell’altro caso ci vuole un coraggio infinito. Dell’una facciamo finta di saperne le ragioni, lo stile di vita, la genetica, la sfortuna. Del secondo anche in presenza di notizie, biglietti, addii, le ragioni non le sapremo mai. Io ancor meno di altri perché non ero intimo di Manrico Gammarota e nemmeno amico e nemmeno conoscente. Lo conoscevo di fama come persona squisita e ottimo attore.

E poi servirebbe conoscerne le ragioni quando ormai tutto è stato?

Inarritu rispondendo in una intervista sul suo ultimo film (vivilcinema n. 1, 2015, pag. 08) dice: “Che sia potere politico, mediatico, economico, il problema è sempre lo stesso: l’esasperazione dell’Ego che può portare alla disperazione, alla distruzione. E non riguarda solo gli attori, come recentemente Philip Seymour Hoffman e Robin William, ma anche banchieri, politici, giornalisti e altri ancora: il suicidio, purtroppo, è un’opzione.” Inarritu parla del suo film e io non posso permettermi di contraddirlo sullo specifico, ma non credo, mi permetto di non credere che per Manrico e per altri, ricordo Gigi Pistilli, Giampiero Bianchi, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, si sia trattato di esasperazione dell’Ego, ma forse di una più comune fatica di vivere che li accomuna alla disperazione di tanti, di ogni mestiere e disoccupazione. Desidererei sperare che non debba seguirne una lunga inarrestabile serie. Viviamo un tempo di cambiamento, di rivoluzione di regole e condizioni non necessariamente migliorativi. Un tempo di preguerra. Constato la difficoltà di vivere di tantissimi e questa difficoltà trasformarsi in malattia di vivere. Non un muro da sfondare, non una quarta parete da varcare, ma una barriera non altrimenti affrontabile se non con un gesto estremo. Desidero pensare che almeno per un attimo, quel tempo dilatatatissimo che la letteratura narra possa seguire il gesto e precedere la fine; una volta compiuto il suo gesto, prima che se ne realizzassero le conseguenze, Manrico, abbia potuto godere di una serenità nuova per traghettarsi di sua volontà con il gesto ormai compiuto e ormai irreversibile. Una serenità che spero lo accompagni per sempre. Se c’è un sempre.

Francesco Apolloni gli ha dedicato alcuni magnifici versi di Amleto, a me sembra che anche questi celeberrimi gli siano dovuti:

”                                                        Morire, dormire

Nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine

Al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

Di cui è erede la carne: è una conclusione

Da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo.

Quali sogni potranno assalirci in questo sonno di morte

Quando ci saremo scrollati di dosso questa spoglia mortale

Deve farci esitare. E’ questo lo scrupolo

Che dà alla sventura una vita così lunga”

 

Manrico non ha avuto scrupolo.

P.S. perdonami se mi sono permesso di scriverti.

Ma non dico però che quella moltitudine in senso contrario al mio stia sbagliando. Anzi, ha ragioni da vendere. Tuttavia non sono d’accordo con l’opposizione al Cirque du Soleil. Semmai avrei proposto il Théâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine, ma al di là dei nomi e vedo se ne pronunciano molti, desidererei ricordare che quando per le Olimpiadi Invernali di Torino, intorno al progetto straordinario di Ronconi si raccolse un grandissimo budget, ci furono proteste analoghe a quelle di oggi: perché solo a lui, perché dimenticare le realtà artistiche locali e nazionali, quanti soldi sprecati e così via.

A parte il fatto che quel budget si raccolse intorno al suo nome e che quel che lui fece fu, al di là degli incidenti, assolutamente straordinario. Sottolineo che non mancarono le polemiche. Così come ci sarebbero se il progetto affidato al Cirque du Soleil fosse stato invece affidato ad una componente del ricco mondo artistico italiano. Ma a chi? Ricci-Forte? perché no. Emma Dante? magari. Ancora Ronconi? ne sarei stato felice. La Scala? sì, magari con la regia di Arias o Konchalovsky? per carità, no, sono registi stranieri, avreste detto?

No, non mi piace questa petizione.

Amici carissimi che mi salvate la vita schivandomi mentre guido in senso contrario, desidererei anche ricordare che l’esposizione internazionale è un’occasione per esporre il meglio di ogni nazione. Per le nostre attitudini artistiche spero che nel padiglione italiano compariranno scelte di vero prestigio, ma ancora non so chi sarà chiamato per le arti. Ciò che è stato affidato al Cirque du Soleil è uno spettacolo colossale che interpreti il tema dell’Expo 2015. Per di più dichiarano di utilizzare artisti e collaboratori italiani, cosa c’è di male?

Dal sito dell’Expo: “Le competenze di alta qualità disponibili in Italia saranno di grande beneficio per il team del Cirque Du Soleil”, ha dichiarato Yasmine Khalil, Presidente Eventi e Progetti Speciali del Gruppo Cirque Du Soleil.

Leggo fra le righe delle proteste una, sicuramente involontaria, tentazione di spartizione del capitale, e questa poi, fatta solo tra le grandi istituzioni artistiche italiane. Infatti non si vede tra i citati un solo nome che rappresenti la ricerca italiana in campo internazionale, come per esempio la Societas Raffaello Sanzio, per dirne una, Barberio Corsetti per dirne un’altra.

Viviamo tempi durissimi in tutti i campi e in particolare per le arti. Ma la soluzione o il tentativo di migliorare le cose non può passare per un’occasione che deve essere internazionale, ma per la stabilità di leggi e finanziamenti organici cui possano far riferimento tutte quelle realtà artistiche che operino sul nostro territorio, e non solo le grandi istituzioni artistiche quali il Piccolo, la Scala e via dicendo. Pur ribadendo tutta l’ammirazione per queste ultime.

Alla concretezza di una realtà legislativa stabile, tanti tra coloro i quali protestano, hanno anche lavorato seriamente, ma questa ribellione mi appare sinceramente, molto provinciale, piccolina, modesta.

No, non firmerò la petizione contro artisti che possono piacere o non piacere, non è qui il punto, ma artisti che si sono conquistati una grande credibilità. Non firmerò anche perché ormai le petizioni sono così tante, ce ne sarà sicuramente presto una per l’abolizione della legge di Mendel, immagino, sono così tante che lasciano il tempo che trovano, temo.

Soprattutto sono contrario al suo senso profondo, pur condividendone le ragioni all’origine. Il disagio che viviamo.

Lo so, sono io contromano, e me ne scuso. Al primo svincolo esco.

Meticci

25 Novembre 2014

Ancora sui cani neri con la macchia bianca.

Certo Enrico Alleva difficilmente potrà condividere la mia ricerca.

Io però posso affermare che i cani neri con la macchia bianca sono i più antichi del mondo.

 Dal Sanscrito, Diluvio Universale, l’Arca di Noè:

 (trad. e poi venne  la coppia di due cani neri maschio e femmina, con la macchia bianca sul petto).

Il problema di Noè caricando l’Arca era evidentemente quello di tutti gli stivatori, farci entrare tutto e tutti perché poi passato il diluvio, di nuovo tutto e tutti dessero vita a tutto e tutti.

Ovviamente non poteva caricare una coppia per ogni razza e una coppia per ogni variazione di razza.

Così caricò una mucca e un toro per tutte le mucche e i tori, un bufalo e una bufala per tutte le bufale, un bue e un asinello per tutti i presepi e così via.

Ma Noè, pochi lo sanno, era un informatico ante litteram.

Zippò le razze e in ciascuna coppia concentrò tutte le variazioni, così che fosse sufficiente poi decomprimerle e ritrovarle tutte.

Ciò è meravigliosamente evidente nel caso del cane nero con la macchia bianca. Avrete certamente notato come quando qualunque razza si accoppi con una razza diversa ne escano fuori sempre cani neri con la macchia bianca? Non importa quale razza vi sia all’origine. Tant’è vero che quando due cani neri con la macchia bianca si accoppiano, non fanno altro che decomprimere le razze in essi contenute, infatti nelle loro cucciolate si possono trovare esempi di ogni origine, ogni carattere, ogni umore, ogni qualità.

Magari ci si potrebbe chiedere perché il file zippato risultasse proprio nero e bianco, ma è facile dedurlo. Noè non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, tanta luce forse, tanto buio forse, era necessario per lui e per la ciurma, poter individuare i cagnolini di giorno per il manto nero e di notte per la macchia bianca, per poterli sfamare.

Ci si potrebbe chiedere ancora perché proprio i cani indossassero una livrea così straordinariamente elegante, anche questa risposta è facile, perché nel caso, dopo il diluvio, avessero voluto sedersi tutti insieme a festeggiare il ritorno della primavera, sarebbero stati pronti sia per servire a tavola i compagni di ciurma che, per accomodarsi, elegantemente vestiti. Vestiti da cani.

Ma soprattutto per dar l’esempio all’uomo, per invitarlo a mantenere dignità in ogni occasione.

Evviva i meticci che siamo.

A voi capita?

10 Novembre 2014

A voi capita di dire, quando assistete al lavoro di un collega: io quel che fa lui, proprio non lo so fare?

Dato che il 99,9 periodico% dei miei contatti in fb e delle mie frequentazioni reali sono attori, registi, produttori, scrittori, scenografi, costumisti, truccatori, parrucchieri, montatori, doppiatori, tecnici, elettricisti, macchinisti, direttori della fotografia, operatori, informatici, effetti speciali, insomma tutti appartenenti a tutti i reparti dello spettacolo; lo domando a voi, vi succede?

Forse perché ho limitato molto le uscite e vedo solo quello che veramente desidero vedere e nonostante ciò purtroppo, perdo molto anche di questo; a me capita spesso, quasi sempre.

Vedo attori straordinari in scena.

Sì, in Italia ci sono attori pazzeschi e persone straordinarie in tutti i reparti dello spettacolo.

Allora mi chiedo perché si lavori così male, così poco, così malpagati.

Chi è che ruba soldi e talenti?

La questione posta all’inizio la devo al fatto che recentemente mi è capitato più volte di sentirmi veramente piccino di fronte al profluvio di arte di alcuni attori.

Non citerò tutti ché la lista sarebbe lunga.  Mi limiterò a 4 opere viste di recente e solo a quelle italiane, altre che so meravigliose, devo ancora vederle. Ci sono poi anche tanti talenti che lavorano all’estero con attori stranieri e questo privilegio se lo sono conquistato, Caro Carlei, Paolo Sorrentino, Andrea Di Stefano, per citarne solo alcuni diversissimi tra loro.

Solo pochi giorni fa, al Vascello di Roma, per “le vie dei Festival”, encomiabile iniziativa di Natalia Di Iorio, ho visto, ahinoi programmato per un solo giorno, “Dolore sotto chiave e Pericolosamente” di Eduardo, per la regia di Francesco Saponaro con interpreti strepitosi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano. E i meriti vanno all’intera compagine, regia compresa, ovviamente.

Al Teatro i di Milano si replica il terzo episodio della trilogia di Massimo Sgorbani “Innamorate dello spavento” (di cui ho visto gli assaggi all’auditorium della Rai di Via Asiago in Roma) per la regia di Renzo Martinelli, il regista di Teatro, non quello del cinema. Progetto magnifico in cui l’autore cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich” (io direi alcune femmine, perché la prima è Blondi, il pastore tedesco di Hitler), oltre ad una regia raffinatissima con citazioni a mio parere e spero di non sbagliare, anche di cinema espressionista, direttamente proposte dal vivo come in un film di Murnau, oltre alla strepitosa avventura sonora eseguita dal vivo da Fabio Cinicola, alle luci coraggiosissime di Mattia De Pace, la drammaturgia di Francesca Garolla, vede in scena due veri mostri, non i personaggi certamente mostruosi, interpretati come super marionette, ma i due eccellenti interpreti Milutin Dapcevic e Federica Fracassi. Veramente inarrivabili. Si producono in una prova estenuante. Decisamente da non perdere.

Per non dire della diretta televisiva dal San Ferdinando di Napoli di Le voci di dentro, ancora Eduardo, Sorentino, Servillo e tutta la compagnia, Betti Pedrazzi in testa. Che bella prova di Teatro.

E ieri, Il giovane favoloso di Mario Martone. Magnifico film da tutti i punti di vista. Eccellente in ogni aspetto. E, limitando l’osservazione agli attori, direi, strepitosi. Attori, tutti con rigorosa formazione Teatrale che dividono con il Cinema e in un caso anche con la Danza, Raffaella Giordano, che piacere rivederla, potente e severa come lo è stata Pina Bausch in E la Nave va di Fellini. Di Elio Germano che dire, lascia senza parole.

Ho volutamente trascurato la TV della quale però direi che quando è fatta da professionisti consolidati in Teatro e Cinema, la differenza si vede. A qualcuno dà fastidio. A me esalta.

Ma non sarà che essersi formati e continuare a studiare siano cose buone e giuste?

Non sarà che la divisione tra attori di Cinema e di Teatro sia ormai decaduta e quindi le due un tempo diverse scuole siano converse in un unica categoria che però e per fortuna, ancora si distingue dall’altra dei parvenu?

Insomma, vedendo i signori di cui sopra, mi sono sentito piccino piccino picciò.

Allora, far le cose fatte bene si può.

Dunque, ripeto: perché a parte le eccezioni citate, si lavora così male, così poco, così malpagati?

Chi è che ruba soldi, talenti e sogni?

(The answer is blowing in the wind)

Io certamente sì. Lo sono, tanto. Fortunato. In tutti gli aspetti della mia vita.

Nello specifico cui mi riferisco, dico che è meglio accudire una persona pensante e senziente che ancora comunica piuttosto bene, invece che una pianta carnivora, un vegetale di carne. Ma lei? mia madre? cosa preferirebbe? aver smarrito completamente la mente o l’averne conservato, come di fatto è, quel po’ che basti a ricordare tanti infiniti particolari della sua vita passata e presente e soffrire come un cane smarrito? sì, smarrita lei, nella sua mente, nei suoi lunghi dormiveglia, sognando cibi e luoghi e salute e forse amori. O smarrita come quel cane che perso il proprietario non trova più la via di casa e vaga seguendo tracce interrotte di un odore domestico?

La differenza è che lei è stata, è e vuole giustamente essere, irrinunciabilmente, padrona di se stessa. Quel cane cerca invece un padrone che lei non vuole. Rifiuta.

Allora. Questa è la vita. Ma è vita, questo lungo declino, questo declivio che certamente non può migliorare, arrestarsi, se non in una frenata sulla sabbia, uno sbandamento, un fermo immagine?

Portatemi in montagna, sulle Alpi, fatemi prendere una polmonite.

Solo una socratica considerazione che illumina la sua vita d’immenso come il sole le montagne all’alba. Certi della fine del mondo. Quello conosciuto.

L’alba di che?

L’alba di una lunga scorreggia che fisserà il rilassamento dei muscoli. La cessione di quel fabbricato del corpo lungo molto più di Corviale, animato di nemici silenti che la faranno esplodere in una nuvola di profumo.

Sì, sono sensibile agli odori. Mi penetrano nei tessuti della pelle e dei vestiti, non mi abbandonano per giorni e quando finalmente svaniscono è già da un pezzo l’ora di ricominciare.

Lo so mamma che a te fa ben meno piacere di me. Dimmi tu cosa io debba fare.

So solo che io devo prevedere per tempo quel che io, a me, dovrò fare. Ma per te, certamente, solo aspettare. Alleviarti, cercare di alleviarti, i dolori e le fatiche.

Cucino per te e non ti va mai bene un cazzo. Ti piace che ti porti l’orribile zucchina ripiena, l’orata sfilettata, il salmone a trance, poi lo cucino e a te non piace. Sbaglio sempre qualcosa. Non eseguo a misura le tue ricette. Eppure cucino abbastanza bene. E’ il tuo palato che si è fatto severo e contraddittorio o è la mia passione che si spegne? Senti gli stessi sapori di un tempo? nello stesso modo? quando mi dici che le patate arrosto sono bruciate e non rosolate hai ragione, ma perché si bruciano nella loro breve vita, invece che insaporirsi nell’olio abbondante insieme alle cipolle che si sfanno come in Maremma la Pia dei Tolomei, Siena mi fe’, disfecemi/ come il tuo corpo? Disfatemi, sembri dire. Come il mio corpo. Come l’amore filiale. Come il nostro Paese.

Disfacimento. Disfacciamoci. Disfiamoci. Amore e corpo. E italiche speranze.

L’unico rimpianto che so non avrai, forse, è quello del mondo che lentamente abbandoni che hai strenuamente lottato per migliore e che non sai quanto brutto si sia fatto. Quanto è brutta questa Italia che lasci. Che avresti voluto migliore per i tuoi figli. Per tutti. Quanto vani siano stati il tuo sacrificio e la tua dedizione alla lotta. Per le donne. Per gli uomini. Per le sorelle e fratelli vittime di leggi e sentenze ingiuste. Quelle che hai combattuto da donna della Polis. Perfettamente consapevole. Non so se sai che quelle battaglie le hai perdute.

Io non te lo dirò.

Poggiato ad un albero

8 Settembre 2013

Poggiato ad un albero guardo il mio quartiere, la mia città, il mio paese. 1

Provo una nuova rubrica che vorrei tener breve. Composte le sue 2 prime parti a cavallo di ferragosto, le pubblico ora insieme vanificando completamente l’intenzione di brevità. Perdono.

Ho sempre temuto l’amaca per paura si staccasse e, piombando al suolo di culo, mi spaccassi l’osso sacro. Ho sempre temuto di rimanervi avvolto come una mosca nella tela di un ragno ed essere conservato per essere poi succhiato un poco alla volta. Forse per questo preferisco starmene in piedi sia pure poggiato al tronco di un albero, magari un enorme e antico platano romano, per non cadere, mentre guardo lo spettacolo ignobile delle politica italiana, tutta.

O forse per non cadere mi piacerebbe poggiarmi ad uno degli alberi cui immagino sia fissata con un moschettone e un nodo di sicurezza L’amaca del bravissimo Michele Serra. I suoi sono sicuramente uno l’albero della Cultura, l’altro dell’Attenzione, o forse i suoi sono un intero bosco fatto di tutto, Teatro, Giornalismo, bella TV, fonti certe, informazione, studio e ancora e ancora. Non voglio emularlo, come potrei? Non voglio nemmeno disturbarlo. Magari mi appoggio ad un albero a caso, quello più vicino a me, forse uno dei tanti fragili alberi di Giuda che percorrono con le chiome rosate i nostri viali e che, a discapito del nome, forse nulla hanno a che fare con quello a cui il disgraziato si impiccò. Mi appoggio per non cadere mentre guardo lo spettacolo indecente della politica destrorsa italiana. La politica italiana è tutta destrorsa, anche quella sedicente di sinistra, così asservita alle banche e ai banchieri. Così asservita all’avversario.

Mi piacerebbe saper scrivere una rubrica minuscola ed essenziale come quella di Serra che leggo perché mi illumina, ma anche per cercare di capire e carpire il suo dono prezioso della sintesi. Invidiabilissimo.

Mi piacerebbe saper scrivere blog perfetti come quelli di Marco Lodoli che leggo per gli stessi motivi.

Ci provo, mi esercito ancora una volta sapendo di non esserne capace.

Sorvolerò per una volta sulle mie ricette di economia per risollevare il paese, non sono un economista, però proporrei una bella sospensione (certamente populista) dello stipendio ai parlamentari, 3 mesi no e uno sì, magari in ritardo di tanti altri mesi come avviene per tanti lavoratori, così da ridurlo ad un quarto e senza diritto agli arretrati, più tutte quelle cose cui rimediare che sappiamo bene, pensioni d’oro, privilegi, finanziamenti alle banche che se li tengono, assurdo innalzamento delle tasse e tante altre cose. La rinascita economica potrebbe forse avvenire solo con la riduzione delle tasse e il recupero del potere d’acquisto del denaro, degli stipendi, con il lavoro.

Sorvolerò sul per niente divertente gioco di “cambiamo il nome alle tasse”: ICI, IMU, TARES, TASSA DI SERVIZI.

Per una volta proverò ad essere breve. Cioè, breve con le prossime puntate. Quel che precede è solo un’introduzione generale a

Poggiato ad un albero.

P.S. Leonardo Sciascia annota così nel 1977, a pag. 133 ed. Adelphi, il suo bellissimo Candido:

“Dice Montesquieu che <<un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i geometri si servono delle loro formule>>. Non so se il Candide sia servito da formula a cinque o seicento altri libri. Credo di no, purtroppo: che ci saremmo annoiati di meno, su tanta letteratura. Comunque, che questo mio racconto sia il primo o il seicentesimo, di quella formula ho tentato di servirmi. Ma mi pare di non avercela fatta, e che questo libro somigli agli altri miei. Quella velocità e leggerezza non è più possibile ritrovarle: neppure da me, che credo di non aver mai annoiato il lettore. Se non il risultato, valga dunque l’intenzione: ho cercato di essere veloce, di essere leggero. Ma greve è il nostro tempo, assai greve.”

Io non posso certo dire di non aver mai annoiato il lettore. Ma ispirandomi all’Amaca di Serra e ai blog di Lodoli ho cercato e cercherò di essere veloce e leggero, pur senza avercela ancora fatta. Certamente però con il maestro Sciascia posso dire: “greve è il nostro tempo, assai greve.”

 

Parte 2

Poggiato ad un albero (guardo il mio quartiere, la mia città, il mio paese), 2

La Medusa.

(il titolo dovrebbe essere “faccia di tolla” che è un eufemismo, ma tant’è, tengo Medusa)

Me ne sto da tempo in silenzio incantato basito paralizzato pietrificato privo di parole, come colpito dallo sguardo della Medusa. Eppure non è lo sguardo dell’ex incantatore che mi pietrifica, è il vociare scomposto, ma omogeneo e univoco dei mille serpenti che compongono la sua capigliatura. Non c’è niente di mitologico nello sguardo rivolto alla telecamera mentre pronunciano parole e concetti vergognosi, mentendo sapendo di mentire, quei “colonnelli” – la definizione è dei giornalisti, a me paiono servi e niente di più, servi volontari, non dico che lo siano, ma solo che a me così paiono nelle loro recite – i colonnelli, dicevo, del pdl che si lamentano per la condanna del loro munifico signore per aver sottratto al fisco “solo qualche milione” (Carfagna) lui che ne paga tanti di tasse. O quando temono per l’eventuale inagibilità politica del loro signore che punirebbe la rappresentatività di milioni di italiani che l’hanno votato. Devo veramente sorreggermi al tronco potente di un albero secolare per non cadere e per non rischiare di sradicarlo, quando il poeta Bondi ancora una volta versifica fuori dal vaso minacciando la guerra civile. Cicchitto, Quagliariello e Brunetta non si possono nemmeno considerare ipocriti tanto poco velate sono le loro minacce di sostegno e sgambetto insieme al governo delle larghe intese se si verificasse l’inagibilità di B. La Gelmini invece, forte della sua laurea e del suo esame di stato conquistati discutibilmente e mandata ad occuparsi dell’istruzione, è solo imbarazzante per chiunque desideri un senso lecito e logico nella politica. Scivolo lentamente quando sento Gasparri, ex colonnello di Fini, affermare che quel condannato ancora li rappresenta tutti. Scivolo lentamente perché è vero. Per una volta dice il vero. Sì, li rappresenta ancora tutti.

E questo è il grave. Il “greve”.

E Berlusconi tace. Almeno speravo continuasse a tacere, invece ha riaperto bocca per dire che continuerà ad occuparsi dei problemi del paese e degli italiani. C’è da tremare.

Ma se milioni di italiani hanno votato un pregiudicato – è lecito definirlo così essendo stato condannato in via definitiva in tre gradi di giudizio? temo di sì e me ne dispiace per il Paese, per l’Italia – devono continuare a poterlo votare, grazie anche alla sinistra che quando avrebbe potuto si è guardata bene dal fare la legge sul conflitto di interessi?

Ma non se ne accorgono quei milioni di italiani che il ricco al potere ha fatto per vent’anni solo i suoi comodi?

Non sospettano quei milioni di italiani a cosa possano essere serviti i soldi sottratti allo stato? Pare, si dice, si sospetta, così ritengono i giudici, per accumulare fondi neri per la corruzione, politica ed imprenditoriale. Per ottenere benefici per se stesso. E ciò solo per quel che non è caduto in prescrizione, perché, pare, potrebbe esserci stato dell’altro. E forse molto di più.

Ciò che preoccupa i colonnelli/serpenti è che senza quell’oratore abilissimo nessuno di loro esisterebbe più. Nessun colonnello. Nessun serpente.

Tengono in vita, per quanto possono, la salma di un uomo finito e mummificato come quello di Lenin al Cremlino, cui possano ispirarsi per continuare a godere di prebende e potere che non meritano. Che siano loro i novelli comunisti?

Le carceri italiane detengono quasi il doppio di persone della capacità prevista, 66.271 persone a fronte di una capienza regolamentare di 45.568 posti. Il 39% dei reclusi è in attesa di sentenza definitiva (25.970), di cui la metà in attesa di giudizio (12.857)*. Che ci fa ancora a spasso il munifico cavaliere? E soprattutto direi con Pannella, cosa ci fanno in carcere tutte quelle persone in attesa di giudizio, punite preventivamente e ingiustamente?

Ma la legge non era uguale per tutti?

* Dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31/8/2012

http://guida.redattoresociale.it/Scheda.aspx?id=370999

Odori

18 Agosto 2013

E’ sicuramente per la frase tante volte ascoltata e qualcuna pure proferita, ti porto le arance, che mi sono fatto l’idea che in carcere ci sia uno straordinario fortissimo odore d’arance. Non di zagare. No. Di arance. Di bucce d’arancia. Quello stesso tremendo odore d’arance che dominava i torpedoni di ritorno dalle liceali gite in montagna a sciare, misto all’umido della neve rimasta sotto gli scarponi, all’umido dei pantaloni impregnati, all’umido dei pullover di lana non tecnica che puzzavano atrocemente di merda, misto a panini imbottiti invecchiati e ai rutti e talvolta alle scoregge. No, non credo sia odore di zagare. Quell’odore di zagare che in Sicilia sento dappertutto, d’estate e d’inverno, sia o meno la stagione giusta. M’illudo. Illusione olfattiva.

Non credo che i miei amici per quanto bene possano volermi ancora, riusciranno a far approvare un decreto legge che depenalizzi i reati commessi, quelli che commetterò, quelli dei quali non sono nemmeno ancora a conoscenza. Nessuno dei miei amici è in politica. Nessuno di loro comunque lo farebbe. Sono persone per bene. Non ho nessuna voglia né fretta di andare a constatare di persona l’odore umido/marcio di arance della prigione. Ci sono entrato una volta, ma per fare un film. Non ricordo gli odori, ricordo i rumori. Le grida, le grida disperate. Qualcuno della troupe disse, aho, questi stanno de fòri. Un attore che da lì a poco sarebbe diventato mio nemico, ma non per questo, commentò, no no, è che questi stanno dentro. Così è l’odore delle arance e del marcio che ho dentro. Come un grido.

Vuole degli odori? che voj l’odori? che ha degli odori? mi dà degli odori per favore? Basilico?

Così al mercato all’aperto, dove mi ostino ancora ad andare nonostante l’imbarazzo di dovere scegliere da quale banco comprare tra i pochi rimasti. Si fronteggiano 2 a 2 uguali, 2 del pesce, due della frutta, uno che potrebbe vendere odori d’oriente ma non lo fa, però passandoci davanti li immagino e mi ricordo il Marocco, piazza Jāmiʿ el-Fnā, Ouarzazade, Tam Tam Plage, il deserto, gli Uomini Blu, il grasso rancido ed il pane ancora caldo che ci offrirono su una montagna che credevamo disabitata, sogno e so che non è oriente, semmai medio, solo medio Oriente e neanche troppo, così spostato ad occidente; e ancora un banco di carne, una salsamenteria. Sì, grazie, mi dia degli odori. Una costa di sedano, del prezzemolo, un po’ di basilico, salvia, rosmarino-ramerino, una carota e magari ci metta anche una patata, l’alloro no, grazie, lo rubo, l’ho sempre rubato dalla parte alta della siepe del Lungo Tevere. Non so se farò il brodo. Di carne o di verdura? Boh, la base è la stessa. So che mi viene benissimo e da sempre lo paragono a quello schifoso odore di refettorio che si propagava dalle finestre del seminterrato della scuola di suore Rossello. Ma perché puzzava tanto? il brodo, di carne o di verdure profuma, almeno il mio.

L’odore della pineta di Fregene 50 anni fa.

L’odore della polvere rossa dei pinoli celati nelle tasche che macchiava mani e pantaloni svelando il mistero del gonfiore sui fianchi.

L’odore degli stessi pinoli fratturati al colpo di pietra.

L’odore dei pinoli mangiati a manate.

L’odore di resina.

L’odore del mio cane bagnato dopo le corse e i tuffi nelle pozzanghere.

L’odore delle lenzuola asciugate al sole, distese sul prato del piccolo podere la Fornace.

L’odore delle stesse lenzuola riscaldate d’inverno con il prete e la cenere ancora tiepida del grande camino.

L’odore del Mirto di Sardegna e di tutte le sue piante selvatiche, del Lentisco del Ginepro del Rosmarino. E tutti gli odori del vento di quest’isola bellissima.

L’odore del mare aperto e infinito.

L’odore dei delfini che ti guardano mentre ti precedono a prua.

L’odore delle tartarughe di mare che in bonaccia trasportate dalla corrente ti sfilano sotto le murate e ti guardano incuriosite.

L’odore di terra quando ancora non la vedi, se come sempre il vento viene proprio dalla tua meta, ti batte a prua, costringendoti a manovre di bolina bordo su bordo. Beh, solo se non c’è Francesca a bordo che allora chissà per quale patto con Eolo si naviga di lasco e, sempre scotta in mano, si pompa e si svuota, si pompa e si svuota lo spinnaker.

L’odore delle rose di Maggio che rubo per mia moglie.

Immagino il decreto legge: si depenalizza il furto delle rose di Maggio. Neanche una riga, ne basta mezza, ma i puri cattolici italiani, tutti in piazza contro questa nuova libertà di rubare le rose, come se qualcuno li obbligasse, come per il divorzio, come per l’aborto che hanno sempre preferito praticare presso raffinati e segreti cucchiai d’oro. Questo paese cattolico, ed è già un male, ma piccolo, è solo un paese d’ipocriti.

L’odore dell’ipocrisia.

L’odore di Nigritella delle Alpi del Brenta, l’odore di cacao e vaniglia della Nigritella che mia moglie porta nel naso negli occhi e nella mente dalle montagne alte e che io posso solo immaginare.

L’odore dell’influenza che ho sentito più volte sull’autobus e sempre mi ha infettato.

L’odore del diabete. Sì, ha un odore e io lo riconosco.

L’odore di sudore dei lavoratori. Chi si fa il culo, suda. Sì, suda. Che male c’è.

L’odore di chi non si lava e lo fa apposta e se ne frega.

L’odore della famiglia di topini che si sistemò nell’imbottitura della lavastoviglie della mia piccola e bellissima casa di New York-Manhattan-Chelsea, approfittando di un buco nel muro di cartone (mortacci dei costruttori, capisco il cartone per via del peso in un grattacielo, ma in un palazzo di Chelsea di 5 piani, perché? ah, il mio apt. 5rw, 5° piano, dietro, ovest) quando decisero all’alba del mio 3° anno di permanenza di farmi capire cosa veramente fosse la vita in una grande e ammirata metropoli. Ce n’era uno anche a casa della mia amica dell’Upper East Side e pagava solo di maintenance il doppio del mio affitto.

L’odore di Manhattan a Luglio così simile a quello del molo di Ponza quando tardano a portare via i rifiuti che mi sentii un po’ al mare, ma era un fiume, l’Hudson.

L’odore dell’Hudson, andando a Poughkeepsie per una conferenza, passando tra le dolci verdi colline affacciate sul fiume che è vita, in territorio indiano. Il profumo immaginato di accampamenti Sioux (che forse non sono lì, benedetti soldatini d’infanzia).

L’odore di Fica, dolce, incantevole, piacevolmente umido.

L’odore di ricci di mare che se freschi dolci maturi e ben cotti cioè appena scottati, con gli spaghetti al dente, tanto sanno appunto di Fica, della migliore della più bella. Dolce. Sazievole (sigh! che significherà?). Che sazia e che piace. Ecco. Ma anche il sapore di sperma che leggendo si fa odore. Quello che Pilar per la penna di Hemingway dice sapere di castagne. O forse solo una scusa per farlo assaggiare alle fidanzate della pubertà. L’odore di castagne.

L’odore di morte sulle mani di Italo dopo aver carezzato la moglie per l’ultima volta. Purtroppo pochissimi sanno chi sia questo Italo che 5 volte incontra la sua Fernanda. Del resto non è Charles Swann o il Barone di Charlus e nemmeno Albertine. E mi rammarico di non conoscere l’odore del biancospino rosa dietro il quale per la prima volta appare Gilberte.

L’odore di talco canforato dell’armadio di mia nonna che molto tempo prima che ne leggessi mi premiava e mi blandiva con le madeleinette intinte nel tè, lei che infermiera, anzi levatrice, credo non ne avesse notizia letteraria, lei che mi diede la carezza di Giovanni XXIII.

L’odore dei suoi mobili che alla sua morte volli per me, trasformando la cameretta di un 12enne in un altare tetro ma affascinante. La sedia finto ’400 con la pelle che si squamava il cui odore ha accompagnato tutti i miei studi. Inebriante. Forse è per questo che non ho imparato niente. Drogato dalla pelle squamata.

L’odore che ad ogni cucciolo di qualsiasi razza permette di riconoscere la madre e ad ogni madre il proprio cucciolo.

L’odore della devastazione del corpo ormai quasi completamente fuori controllo di mia madre. La straordinaria maestosa inevitabile bellezza della decadenza del suo corpo. Grinze, pieghe, ma il seno ancora rosa, bello, devo dire, non lo vedevo da 58 anni. Gli odori della decadenza di un corpo fuori controllo che le fa dichiarare spesso il dispiacere di non abitare ad un 20esimo piano dal quale spiccare il volo. L’ultimo. L’odore dolce delle sue guance quando la bacio dopo l’ennesima quotidiana litigata. Te lo giuro mamma, nessuno violerà la tua volontà. E’ solo questo l’unico ed inutile regalo che mi resta da farti. Credimi.

L’odore di mia madre.

L’odore che fa impazzire il nostro cane, l’odore di mia moglie che lo spinge a saltare verticale come un cartone animato sulle 4 zampe e piombare sulla scrivania per studiare e conoscere tutti i luoghi che lei, al suo ritorno, deve aver navigato. L’odore di mia moglie che lui circonda e bacia tutto in giro intorno al collo disegnandole una collana di preziose perle scaramazze, mordicchiandole i capelli orgogliosamente bianchi come le nevi dei suoi 3000 m coraggiosamente raggiunte che si riflettono sulle nuvole in continua evoluzione, bianche e grigie e nere, così come le vuole il sole.

L’odore della vigliaccheria. L’odore del fallimento che contrariamente all’idea che possiamo farcene non sa di merda, ma sa di ragione. Sì, a tutto c’è una spiegazione, anche al fallimento. Sebbene sia difficile scoprirla.

L’odore di polvere da sparo fiutato solo per film bellissimi e meno belli. L’odore che non farò in tempo a sentire, credo.

Questo l’odore che noi che non abbiamo figli (e neanche pensione) non faremo in tempo a sentire.

(cont’d)

P.S. chi volesse aggiungere altri odori, i propri, quelli cui è affezionato, sarebbe il ben venuto. Grazie

 

 

Erotismo?

Mah!

E che cos’è poi l’erotismo?

Boh! titillarsi? guardare immagini porno? farsi titillare da mani estranee o come si diceva da ragazzi, anche da soli, ma con la sinistra che sembra quella di un altro? spiare le gambe che spuntano da una gonna sciagurata mentre la proprietaria scende e scavalca una portiera amica, di quelle controvento delle macchine degli anni sessanta? riuscire a spiare un reggicalze (per avere di questi ricordi, la mia età è evidente)? le autoreggenti? forse, ma non i pantacollant per favore, i leggings, le calzamaglie, gli abiti verniciati addosso che disegnano tutto e non lasciano una sorpresa neanche piccola.

I luoghi hanno una propria individuale vocazione, credo. Cinecittà al di là delle nostalgie sarebbe bello fosse una nuova fucina di Cinema, piuttosto che un albergo (chi vorrebbe vivere dentro il recinto di Cinecittà venendo un periodo limitato a Roma per lavoro, magari dall’America?). Roma e Firenze sono città d’arte, sebbene la prima svilita e umiliata dalla politica, l’altra resistente come poche, Milano la città della moda. Un Teatro del settecento o anche più recente sarebbe bello restasse un Teatro. Una chiesa sarà sempre un luogo mistico, consacrata o meno che sia. Una ex fabbrica, può diventare un concentrato di arte e di studi d’artisti. Si può quindi modificare la vocazione di un luogo. Non credo sia un reato.

Il mio quartiere, San Lorenzo, aveva una vocazione artigiana. Botteghe di marmisti per via del vicino cimitero, molti però hanno trasformato le loro botteghe in improbabili loft. Botteghe di lattonieri, falegnami, bombolari, olivari, fabbri, stampatori, sì, di quelli che rilegano e restaurano i libri preziosi, di quelli che usano la carta di Firenze, quelli che ci mettono le cifre. Tutti chiusi.

Ora ci sono quasi esclusivamente innumerevoli botteghe con un rotolo di carta igienica, un litro di latte e milioni di birre, più un paio di Compro Oro (sigh!). Questi, i negozi che nell’ultimo anno hanno preso il posto delle botteghe.

Così che quando, poco prima di Natale 2012, all’angolo di via degli Ausoni con via dei Sabelli aprì un negozio di abbigliamento Burlesque, tutti sorridemmo per il genere di merce e per la novità. Vendevano ogni genere di parafernalia teoricamente adatta a suscitare una qualche emozione erotica, immagino, non so se questa sia la funzione di quegli oggetti, ma ammetto che mi divertiva moltissimo fermarmi a guardare quelle cose e quegli abiti sconosciuti. La cosa che più mi sorprendeva era una specie di manina o ventaglietto a forma di pube femminile stilizzato, un telaio con stesa una seta rosso-fragola-matura che lasciava il piacere della trasparenza e che terminava con una specie di uncino che non ho capito come si fissasse, se semplicemente a pressione tra le natiche o addirittura infilato nel più oscuro dei pertugi. Comunque delizioso a vedersi anche se di per sé non particolarmente erotico. Ma immaginandolo nell’occasione giusta per indossarlo, chissà, magari sì. E poi un’infinità di reggiseni, calze strappate ad arte, giacche di lattice e altra roba. Bella poi quella signora che ho immaginato essere la proprietaria anche se la si è vista poco. Bruna, eretta, severa, stretta in un tailleur grigio. Non un ammicco, non uno sguardo, riservatissima, forse una danzatrice di Burlesque? mah. Bella sì, molto bella. Ahimè, non il mio genere e sicuramente io non il suo. Però era un piacere guardarla e immaginarla indossare quegli strumenti di sollecitazione erotica nella sua altra vita segreta, forse. Non me ne voglia, è solo uno dei tanti piccoli romanzi che mi faccio su tutti quelli che incontro. Il piacere di immaginare, provare a intuire anche sbagliando le altrui vite. Un gioco innocente.

Beh, circa due mesi fa, tra la mercanzia più esotica che erotica, sono comparse delle birre. Non capivo il connubio. Guardavo e pensavo, chi entra in un negozio diciamo della lussuria per comprarsi una birra?

Mistero svelato: scomparsa tutta la parafernalia, rimaste solo le birre.

Un altro di quei negozi di cui sopra. Si sono dati il cambio. Una proposta forse di gioco erotico? Vecchi scambisti! Perverse birre, innocenti manine e ventaglietti.

Addio sogni di Burlesque.

Addio erotismo di passaggio all’angolo.

Non un sorriso né complice né imbarazzato alla vista dell’ennesima birra.

Nessun romanzo da inventarsi. Neppure d’appendice.

Egr. Dott. Marino,

io la voto. E l’avrei votata a Sindaco di Roma anche se non fossi venuto al suo incontro pubblico allo Spazio Cerere del 15/5/13. Mi ha fatto piacere ascoltarla. La voto perché Roma ed anche tutta l’Italia avrebbero bisogno di persone intelligenti, competenti, coraggiose e soprattutto non organiche né piegate a sistemi partitici ed ideologici che hanno ampiamente dimostrato l’inefficienza e l’inefficacia oltre la mala amministrazione. Purtroppo bisogna notare che il suo partito che poi sarebbe stato anche il mio, il PD, ieri, disertando la manifestazione della FIOM, l’unico sindacato che abbia ancora chiara la sua missione, ha perso un’altra occasione di crescita e ricompattamento.

L’altra sera avrei desiderato dir qualcosa, esprimere alcune mie osservazioni, magari ascoltare le sue risposte. Non l’ho fatto perché ahimè sono timido, nonostante il mio mestiere di attore e perché mi è parso che fossero previste 4 domande che avrebbero dovuto soddisfare, così come hanno fatto, i 4 invitati direttamente dall’organizzazione dell’incontro. Niente di male in questo.

Ho sentito la proposta di aprire uno sportello di ascolto presso Equitalia. A parte che da lunedì 20/5/13 la società sarà sciolta e le sue competenze attribuite ai Comuni e ciò rende inutile l’apertura dello sportello di cui sopra, rilevo che quella società le cui competenze le erano state attribuite dall’Agenzia delle Entrate, si è comportata come un camorrista assoldato da un usuraio per il recupero crediti a tassi esponenziali e con scarsa chiarezza.

Cito da http://www.repubblica.it/economia/2013/05/17/news/scheda_equitalia-58979436/ “Il sistema – infallibile – di riscossione legato ai verbali non pagati faceva sì che più dell’80 per cento dei cittadini pagasse subito i verbali che gli venivano contestati, con la certezza di essere altrimenti perseguitati a vita con interesse semestrali a tassi elevatissimi.”

Altri invece ne morivano stritolati. Appunto, per i tassi forse da usura?

Questi metodi si chiamano minacce.

Senza dir dell’apparentemente congrua incongruenza dei ruoli del dott. Attilio Befera, presidente di Equitalia e direttore generale dell’Agenzia delle entrate.

Sarebbe ora che i cittadini italiani tornassero ad esser uguali davanti alla legge e davanti alla riscossione delle tasse. E’ accaduto con i grandi evasori e gli esportatori di capitali all’estero che, se sorpresi, potessero trattare sconti enormi rispetto a quanto evaso e a quanto avrebbero dovuto pagare, mentre malcapitati cittadini comuni per avere dimenticato di pagare una multa si vedevano sottrarre la macchina e finanche la casa, senza nemmeno esserne informati, se non al momento in cui avessero cercato magari di vendere quelle proprietà, proprio per pagare quelle multe spaventosamente moltiplicatesi di entità come nemmeno i pani e i pesci.

Anch’io ho vissuto all’estero, Parigi, Londra e soprattutto New York per alcuni anni, lavorando lì e pagando le tasse in quel paese, l’America, in Francia ed Inghilterra ci sono stato troppo poco per poter anche lavorare.

Tornato nel ’96 sono venuto a vivere proprio a San Lorenzo. Questo quartiere che da bambino (vivevo in quella via Guido Reni oggi nobilitata dal MAXXI e che già allora, 50 anni fa, per mano a mio padre, mi lasciava stupefatto per lo spreco dello spazio occupato dalle caserme militari, quando già da tempo la Costituzione affermava che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. All’epoca anche un bambino studiava l’Educazione Civica), questo quartiere dicevo, che da bambino mi sembrava periferico ed oggi è decisamente centrale, al tempo del mio ritorno dall’America conservava ancora la sua vocazione artigiana, popolare e artistica. C’erano i lattonieri (ne è rimasto uno), i marmisti (ne sono rimasti 3 o 4), i falegnami (rimasti solo 2), le legatorie, sì, quelle capaci di restaurare un libro, di rilegarlo, di cucirlo, di comporre le lettere a mano, capaci di utilizzare la carta di Firenze o quella marmorizzata (scomparse, ci sono solo fotocopisti), bombolari (venditori di gas in bombole, scomparsi), piccole salsamenterie (rimaste 2), meccanici, tornitori, fabbri. Al posto di tanti di questi laboratori piccoli o piccolissimi ci sono ora i Pub e le paninoteche (che parola orribile pur mutuata dall’arte, o forse proprio per questo inadatta), ma soprattutto, nell’ultimo anno sono invece comparsi 10, forse 15 negozi con un rotolo di carta igienica, due bottiglie d’acqua e birre, tante birre, al costo di 1 € l’una, tutti in mano ad extracomunitari il cui inserimento è certamente una cosa ottima, ma che evidentemente praticano, per legge, una concorrenza sleale nei confronti di coetanei italiani che volessero intraprendere la stessa attività, perché sembra che non paghino le tasse per 5 anni e soprattutto, non capisco dove tutti questi giovani che vengono da paesi lontani, trovino il denaro per aprire i loro negozi, subentrare negli spazi lasciati liberi non appena chiudano le altre attività, avviando un commercio identico di negozio in negozio, praticando prezzi imbattibili, evidentemente procurandosi la merce al super ingrosso, usando come unità di misura i tir o i bilici, acquistando una tale quantità di merce (birre) da poter tenere prezzi bassissimi, cosa che sarebbe ottima se non suggerisse l’idea di un “cartello” e di una sola organizzazione che manovri tutte queste persone che in realtà, forse, farebbero solo da prestanome, essendo invece chissà solo dei lavoranti, pagati chissà come?

Tenere i prezzi bassi è una cosa buona, chi potrebbe lamentarsene? Ma questo meccanismo invasivo di apertura di negozi tutti uguali, con gli stessi prezzi, il cui prodotto principale è la birra, la stessa birra commerciale, oltre a devastare il mercato, determina una “movida” disastrosa, rumorosa e ubriaca che con il consumo di ettolitri di quella birra acquistata a pochissimo prezzo, lascia per la via tappeti di cocci, macchie di sangue, vomito e feci.

Desidererei allegare un paio di foto scattate stamattina alle 7 e 50, ma non so come fare, le caricherò su FB.

Ieri sera, durante i pochi istanti che ho impiegato per attraversare un incrocio interno al quartiere, tirato dal mio cane, ho potuto ammirare una splendida ragazza con un bel sorriso luminoso che alzando una bottiglia da 3/4 ha incrociato il braccio con il braccio di altre sue amiche che sorreggevano analoghe bottiglie e, per almeno 3 volte (in pochi istanti) ed al grido di un motto a me incomprensibile, probabilmente il grido di guerra dell’ubriachezza, ha ingollato ripetuti sorsi. E così ad ogni angolo di strada, altre ragazze e altri ragazzi con il sorriso che si andava spegnendo di sorso in sorso.

Nel quartiere hanno aperto anche due grosse rivendite di frutta a prezzi decisamente concorrenziali, non determinati però dalla pratica del Km 0 o dalla filiera corta, ma ancora una volta dall’acquisto al super ingrosso e la cui apertura ha anticipato di poco la chiusura di analoghi banchi al mercato di Piazza degli Osci, ci lavorano le stesse persone che si scambiano compiti e mansioni. La concorrenza è una cosa buona, ma l’odore anche qui è di un cartello. E tutto ciò mentre sembra si vieti alle gelaterie interne alle strade comprese tra via Tiburtina e via dello Scalo di San Lorenzo, di avere il laboratorio artigiano interno allo stesso negozio. A me pare follia.

Forse bisognerebbe dare un’occhiata a questo meccanismo perverso di abbandono del territorio.

NOTI BENE per favore caro Ignazio Marino, non le sto chiedendo un intervento della forza pubblica, non sto sottolineando un problema di ordine pubblico, non è cosa che riguardi il poco stimato Prefetto di Roma e meno che mai intendo suscitare moti razzisti, semmai sollecito un ripristino di uguaglianza e pari opportunità. Quanto descritto sopra è cosa che riguarda il futuro di questa città e questa nazione: quale futuro? Quale futuro per dei giovani che non trovano di meglio da fare che ubriacarsi tutte le sere in strada? Non è ricco quel paese in cui un magnate dell’editoria e dei media si occupi di politica per pararsi il culo, ma è ricco quel paese che offra una prospettiva ai suoi giovani, una prospettiva di studio, cultura, conoscenza, una prospettiva di investimento e impiego delle conoscenze acquisite. Lei lo sa molto meglio di me, lei ha potuto acquistare un biglietto di andata all’estero e poi uno di ritorno. A questi giovani mi sembra non sia data nemmeno la possibilità di andarsene a piedi, rischiano di non reggersi sulle loro gambe. Quale futuro per i bambini che tutte le mattine vanno a scuola attraversando tappeti di bottiglie rotte, invece di poter tenere lo sguardo alto alle mirabili architetture di questa città?

Ecco caro candidato Sindaco, ridare delle prospettive ai nostri cittadini giovani e meno giovani.

Le chiedo di perseguire questa missione.

Naturalmente il quartiere non ha solo aspetti negativi, rilevo che ci sono vari punti di coagulo di forze artistiche e culturali come la stessa Fondazione Cerere e l’ex Cinema Palazzo Occupato, il bar Marani, luogo di incontro di intellettuali, hacker, informatici, registi, scrittori e persone tranquille, la libreria delle occasioni di fronte allo stesso bar, centri sociali e attività di giovani impegnatissimi nel recupero del quartiere e nella difesa dalle speculazioni edilizie e commerciali e tanti altri piccoli luoghi di elaborazione del pensiero sociale e di lavoro. Una speranza c’è. Ci sarebbe. Io la voto.

Ecco.

Grazie per la sua attenzione.

Federico Pacifici