A voi capita?

10 Novembre 2014

A voi capita di dire, quando assistete al lavoro di un collega: io quel che fa lui, proprio non lo so fare?

Dato che il 99,9 periodico% dei miei contatti in fb e delle mie frequentazioni reali sono attori, registi, produttori, scrittori, scenografi, costumisti, truccatori, parrucchieri, montatori, doppiatori, tecnici, elettricisti, macchinisti, direttori della fotografia, operatori, informatici, effetti speciali, insomma tutti appartenenti a tutti i reparti dello spettacolo; lo domando a voi, vi succede?

Forse perché ho limitato molto le uscite e vedo solo quello che veramente desidero vedere e nonostante ciò purtroppo, perdo molto anche di questo; a me capita spesso, quasi sempre.

Vedo attori straordinari in scena.

Sì, in Italia ci sono attori pazzeschi e persone straordinarie in tutti i reparti dello spettacolo.

Allora mi chiedo perché si lavori così male, così poco, così malpagati.

Chi è che ruba soldi e talenti?

La questione posta all’inizio la devo al fatto che recentemente mi è capitato più volte di sentirmi veramente piccino di fronte al profluvio di arte di alcuni attori.

Non citerò tutti ché la lista sarebbe lunga.  Mi limiterò a 4 opere viste di recente e solo a quelle italiane, altre che so meravigliose, devo ancora vederle. Ci sono poi anche tanti talenti che lavorano all’estero con attori stranieri e questo privilegio se lo sono conquistato, Caro Carlei, Paolo Sorrentino, Andrea Di Stefano, per citarne solo alcuni diversissimi tra loro.

Solo pochi giorni fa, al Vascello di Roma, per “le vie dei Festival”, encomiabile iniziativa di Natalia Di Iorio, ho visto, ahinoi programmato per un solo giorno, “Dolore sotto chiave e Pericolosamente” di Eduardo, per la regia di Francesco Saponaro con interpreti strepitosi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano. E i meriti vanno all’intera compagine, regia compresa, ovviamente.

Al Teatro i di Milano si replica il terzo episodio della trilogia di Massimo Sgorbani “Innamorate dello spavento” (di cui ho visto gli assaggi all’auditorium della Rai di Via Asiago in Roma) per la regia di Renzo Martinelli, il regista di Teatro, non quello del cinema. Progetto magnifico in cui l’autore cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich” (io direi alcune femmine, perché la prima è Blondi, il pastore tedesco di Hitler), oltre ad una regia raffinatissima con citazioni a mio parere e spero di non sbagliare, anche di cinema espressionista, direttamente proposte dal vivo come in un film di Murnau, oltre alla strepitosa avventura sonora eseguita dal vivo da Fabio Cinicola, alle luci coraggiosissime di Mattia De Pace, la drammaturgia di Francesca Garolla, vede in scena due veri mostri, non i personaggi certamente mostruosi, interpretati come super marionette, ma i due eccellenti interpreti Milutin Dapcevic e Federica Fracassi. Veramente inarrivabili. Si producono in una prova estenuante. Decisamente da non perdere.

Per non dire della diretta televisiva dal San Ferdinando di Napoli di Le voci di dentro, ancora Eduardo, Sorentino, Servillo e tutta la compagnia, Betti Pedrazzi in testa. Che bella prova di Teatro.

E ieri, Il giovane favoloso di Mario Martone. Magnifico film da tutti i punti di vista. Eccellente in ogni aspetto. E, limitando l’osservazione agli attori, direi, strepitosi. Attori, tutti con rigorosa formazione Teatrale che dividono con il Cinema e in un caso anche con la Danza, Raffaella Giordano, che piacere rivederla, potente e severa come lo è stata Pina Bausch in E la Nave va di Fellini. Di Elio Germano che dire, lascia senza parole.

Ho volutamente trascurato la TV della quale però direi che quando è fatta da professionisti consolidati in Teatro e Cinema, la differenza si vede. A qualcuno dà fastidio. A me esalta.

Ma non sarà che essersi formati e continuare a studiare siano cose buone e giuste?

Non sarà che la divisione tra attori di Cinema e di Teatro sia ormai decaduta e quindi le due un tempo diverse scuole siano converse in un unica categoria che però e per fortuna, ancora si distingue dall’altra dei parvenu?

Insomma, vedendo i signori di cui sopra, mi sono sentito piccino piccino picciò.

Allora, far le cose fatte bene si può.

Dunque, ripeto: perché a parte le eccezioni citate, si lavora così male, così poco, così malpagati?

Chi è che ruba soldi, talenti e sogni?

(The answer is blowing in the wind)

Cosa si dovrebbe vedere guardando un’opera d’arte è materia per esperti, professori, filosofi, curatori d’arte, esperti d’arte. Prima però bisognerebbe capire cosa sia un’opera d’arte, ma anche questa è domanda cui dovrebbero rispondere gli esperti. Se è vero che molto dipende dalle epoche e dalle culture, l’opera d’arte è riconoscibile perchè rimane tale nei secoli anche se se ne modifica la percezione e la considerazione nel tempo.

Per me arte è tutto ciò che abbia un rapporto dialettico con tutto quel che l’ha preceduto, anche non evidente, ipoteticamente innovativo, rivoluzionario, anche se di difficile comprensione, anche se non sempre l’opera si compie. Il tentativo stesso quindi è arte. Libri, spettacoli di ogni genere, mettere in scena una nuova lettura del Macbeth dopo il gioco di bambini di 30 anni fa e anche raccontare uno alla volta i suoi personaggi, così come fa in questi giorni Giovanni Lombardo Radice, anche un pieghevole pubblicitario, un flyer, una locandina, una copertina di rivista, un’etichetta, un manifesto, un’illustrazione, uno spot, una fotografia, un quadro, una scultura, un’architettura, una manovra a vela, una sinfonia e una canzone, una giocata a pallone, un bel colpo alla lippa, un sorriso e la capacità di sopravvivere. Un gesto. In ogni caso un’opera dell’uomo. Ovunque ci sia un pensiero che determini un’azione. Il resto, come la natura, sono fenomeni.

Dato che io non so cosa un’opera d’arte sia, mi limiterò a considerare solo l’opera, il gesto. Poi se sarà arte lo si vedrà.

Quel che io cerco è ristoro per l’anima.

Non che la mia sia un’anima più tormentata di quella di chiunque altro. Però di fronte ad un’opera io cerco di leggerne la drammaturgia, non una storia, non la trama che mi rompe anche un po’ le scatole, ma il dialogo sviluppato dal conflitto, la differenza di potenziale tra due poli (lì contenuti o tra il mio sguardo esterno e l’opera stessa) che scatena la scintilla con il passaggio dell’elettricità, l’incastro dei piani di lettura, l’incastro dei piani di sviluppo, il conflitto, l’origine di quel conflitto e la sua riproposizione. Lo sviluppo del conflitto è l’unica trama possibile e sensata. La ragione dell’autore. La ragione degli altri. Certo non la mia che fatico a trovare. Cerco ciò che mi sorprende. Ciò che io non so fare. Se trovo qualcuna di queste cose, la considero opera d’arte e me ne lascio incantare.

Cerco il gesto dell’autore che deve avere origine in un pensiero anche non meditato, un gesto immediato, come un taglio ben assestato che duri in eterno, anche solo nella memoria o nella carne. Anche un gesto lungo, lunghissimo a compiersi come nelle opere di Bill Viola. Davanti ad un’opera d’arte voglio sentire il bisogno di interrogarmi su cosa mi colpisca di quel gesto. Non è mai l’immediata comprensione dell’opera stessa a colpirmi o a permettermi di definirla Arte. Certo, anche il colpo d’occhio e l’emozione subitanea hanno senso, accendono l’attenzione. Ma tanto più tempo l’opera mi chiede per intenderla, per penetrarla, tanto più godo. Niente a che fare con l’incomprensibile, con il gesto a cazzo, la scritta sui muri che offende. Eppure anche tra i taggisti ci sono capolavori (un tempo il taggista segnava con la sua firma l’aver raggiunto un luogo irraggiungibile. Essere arrivati a superare il divieto era Arte. Altro è firmare a sproposito una parete pubblica). Il tempo che ci metto a comprenderla è piacere puro, è affidargli la mente, il corpo e l’anima. Poco tempo, se del tutto emotivo, tanto se cerco le ragioni degli incastri dei piani che determinano il conflitto. Tantissimo tempo anche se non trovo spiegazioni, ma ci penso, è piacere. Come nei quadri astratti di Picasso, come nei quadri di Futurballa che si starebbe le ore a decomporli e cercarne le origini per comprenderne l’incastro e la composizione. Lasciandosi turbinare.

Insomma, chiedo che di fronte a qualsiasi opera artistica o tendente all’arte, si usino pure se proprio si vuole le terribili categorie del mi piace-non mi piace, ma almeno ci si interroghi prima o dopo su ciò che l’autore abbia fatto, cosa abbia voluto dire, come e dove abbia avuto origine il suo gesto. E fino a che, anche sbagliando, non se ne sia rintracciata l’origine, immaginati la direzione e il percorso, si taccia.

Si deve, credo, provare a leggere quel che si vede, dai più disparati punti di vista. Possibilmente non riducendo l’interpretazione al mero naturalismo o almeno non solo al naturalismo, alla somiglianza con la realtà visibile a tutti, la riproduzione della superficie naturale delle cose, perchè di fronte alla riproduzione priva di interpretazione si scopre tutt’al più una buona mano, ma non un punto di vista. Per intenderci, le vedute di van Wittel, Vanvitelli, sono indubbiamente arte non perchè riproducono il reale, ma il particolare, il dettaglio, il movimento, la vita e lo scorrere di questa. Cose che io non vedrei guardando gli stessi scorci e che quindi lui mi indica. Forse, nell’arte, non sempre l’orizzonte è al centro, la terra sotto e il cielo sopra.  Talvolta l’orizzonte è solo un’ambizione, una tendenza o un tentazione. Talvolta tutto vortica pericolosamente anche nell’immobilità.

La drammaturgia non è presente solo nel racconto, ma ogni gesto è un racconto che ha la propria drammaturgia. Cerchiamola.

Perché sia chiaro, non ho nessuna mia opera di cui rivendicare la comprensione. Ma solo la richiesta per tutti e ciascuno di interrogarsi sull’opera degli altri prima di giudicare. Poi, ben venga il giudizio.

Sì, recentemente ho visto opere sorprendenti, disegni, semplici disegni, spettacoli, libri, film, azioni, ai quali non smetto di pensare. E ne sono felice.

P.S. ho usato 4 volte la parola incastro nelle sue variazioni. Sì, anche l’incastro a coda di rondine delle pareti di un cassetto, mi esalta. Lì si risolve un conflitto. Quello di stare insieme. E così sono sei volte che uso la parola incastro. E con questa fanno sette, il mio numero preferito. Anche la parola conflitto con questa l’ho scritta sette volte. Perché? Boh. Ne avevo bisogno, forse. Come dell’Arte.

Firouz ha lasciato questa terra due giorni fa, non so per andare dove, non azzardo alcuna ipotesi. La speranza è che ci sia un luogo di qualsiasi tipo, ma adeguato alla sua passione per la bellezza, per la proporzione.

Avevo incontrato Firouz nel 1983 per il Festival di Martina Franca e il primo Festival delle Ville Vesuviane da lui pensato e fondato con Luca De Fusco, in quella prima occasione fu per la messa in scena de “Il Gioco Dell’ Amore e Del Caso” di Marivaux.

La sua scenografia era costituita da un’enorme trabeazione crollata per il cedimento di una colonna di stile corinzio se non ricordo male, e sostenuta dall’altra parte da una simile colonna ormai inclinata. Il tutto posto in quello spazio altrimenti vuoto del palcoscenico, dove collocheremmo la proporzione aurea, quindi non di sfondo, ma nel punto privilegiato del fuoco dello sguardo dello spettatore attraverso le proporzioni del palcoscenico. Poi solo una fila di sedie settecentesche sulle quali e con le quali gli interpreti ed i personaggi muovevano lo spazio e l’anima.

Ho ancora altre volte avuto la fortuna di agire negli spazi scenici da lui disegnati sempre con proporzioni tranquillizzanti e linee nitide, sicuri appoggi per noi che ci dovevamo vivere e far vivere i nostri personaggi.

Firouz architetto si era specializzato nella ristrutturazione dei Teatri. Come pochissimi altri architetti, conoscendo il lavoro del Teatro dal di dentro, ne ha sempre ripristinato l’uso, senza mai violarne le funzioni o distruggerne l’acustica, i materiali, le graticce, i tiri, le prospettive, gli spazi, come invece spesso accade.

Domare lo spazio con pochi segni era la sua forza.

“Domatore”. Domatore di cavalli è l’epiteto che Omero riserva ad Ettore per tutta l’Iliade fino all’ultimo verso.

Con Ettore Firouz condivide la condizione di combattente, ma Ettore di fronte all’invincibile semidio Achille fugge, senza che possa l’uno distanziare l’inseguitore né l’altro raggiungerlo. Firouz di fronte all’invincibile deiforme morte, non ha indietreggiato, l’ha affrontata con il sorriso consapevole che lo ha sempre contraddistinto, me ne ha parlato come di una certezza da prendere in considerazione. Non è quindi il paragone tra Firouz e l’eroe dell’epica Omerica che propongo, ma solo desidero rubare per lui l’epiteto “domatore”.

Così provo ad onorare Firouz, domatore di spazi.

E se in questa circostanza la parola spazi dovesse evocare anche qualcosa di diverso dal terreno, beh, non potrei negare questa interpretazione.

Ciao Firouz.

20 Ottobre 2012