A voi capita?

10 Novembre 2014

A voi capita di dire, quando assistete al lavoro di un collega: io quel che fa lui, proprio non lo so fare?

Dato che il 99,9 periodico% dei miei contatti in fb e delle mie frequentazioni reali sono attori, registi, produttori, scrittori, scenografi, costumisti, truccatori, parrucchieri, montatori, doppiatori, tecnici, elettricisti, macchinisti, direttori della fotografia, operatori, informatici, effetti speciali, insomma tutti appartenenti a tutti i reparti dello spettacolo; lo domando a voi, vi succede?

Forse perché ho limitato molto le uscite e vedo solo quello che veramente desidero vedere e nonostante ciò purtroppo, perdo molto anche di questo; a me capita spesso, quasi sempre.

Vedo attori straordinari in scena.

Sì, in Italia ci sono attori pazzeschi e persone straordinarie in tutti i reparti dello spettacolo.

Allora mi chiedo perché si lavori così male, così poco, così malpagati.

Chi è che ruba soldi e talenti?

La questione posta all’inizio la devo al fatto che recentemente mi è capitato più volte di sentirmi veramente piccino di fronte al profluvio di arte di alcuni attori.

Non citerò tutti ché la lista sarebbe lunga.  Mi limiterò a 4 opere viste di recente e solo a quelle italiane, altre che so meravigliose, devo ancora vederle. Ci sono poi anche tanti talenti che lavorano all’estero con attori stranieri e questo privilegio se lo sono conquistato, Caro Carlei, Paolo Sorrentino, Andrea Di Stefano, per citarne solo alcuni diversissimi tra loro.

Solo pochi giorni fa, al Vascello di Roma, per “le vie dei Festival”, encomiabile iniziativa di Natalia Di Iorio, ho visto, ahinoi programmato per un solo giorno, “Dolore sotto chiave e Pericolosamente” di Eduardo, per la regia di Francesco Saponaro con interpreti strepitosi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano. E i meriti vanno all’intera compagine, regia compresa, ovviamente.

Al Teatro i di Milano si replica il terzo episodio della trilogia di Massimo Sgorbani “Innamorate dello spavento” (di cui ho visto gli assaggi all’auditorium della Rai di Via Asiago in Roma) per la regia di Renzo Martinelli, il regista di Teatro, non quello del cinema. Progetto magnifico in cui l’autore cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich” (io direi alcune femmine, perché la prima è Blondi, il pastore tedesco di Hitler), oltre ad una regia raffinatissima con citazioni a mio parere e spero di non sbagliare, anche di cinema espressionista, direttamente proposte dal vivo come in un film di Murnau, oltre alla strepitosa avventura sonora eseguita dal vivo da Fabio Cinicola, alle luci coraggiosissime di Mattia De Pace, la drammaturgia di Francesca Garolla, vede in scena due veri mostri, non i personaggi certamente mostruosi, interpretati come super marionette, ma i due eccellenti interpreti Milutin Dapcevic e Federica Fracassi. Veramente inarrivabili. Si producono in una prova estenuante. Decisamente da non perdere.

Per non dire della diretta televisiva dal San Ferdinando di Napoli di Le voci di dentro, ancora Eduardo, Sorentino, Servillo e tutta la compagnia, Betti Pedrazzi in testa. Che bella prova di Teatro.

E ieri, Il giovane favoloso di Mario Martone. Magnifico film da tutti i punti di vista. Eccellente in ogni aspetto. E, limitando l’osservazione agli attori, direi, strepitosi. Attori, tutti con rigorosa formazione Teatrale che dividono con il Cinema e in un caso anche con la Danza, Raffaella Giordano, che piacere rivederla, potente e severa come lo è stata Pina Bausch in E la Nave va di Fellini. Di Elio Germano che dire, lascia senza parole.

Ho volutamente trascurato la TV della quale però direi che quando è fatta da professionisti consolidati in Teatro e Cinema, la differenza si vede. A qualcuno dà fastidio. A me esalta.

Ma non sarà che essersi formati e continuare a studiare siano cose buone e giuste?

Non sarà che la divisione tra attori di Cinema e di Teatro sia ormai decaduta e quindi le due un tempo diverse scuole siano converse in un unica categoria che però e per fortuna, ancora si distingue dall’altra dei parvenu?

Insomma, vedendo i signori di cui sopra, mi sono sentito piccino piccino picciò.

Allora, far le cose fatte bene si può.

Dunque, ripeto: perché a parte le eccezioni citate, si lavora così male, così poco, così malpagati?

Chi è che ruba soldi, talenti e sogni?

(The answer is blowing in the wind)

nel 1992 Giuseppe Gaudino realizzò un documentario su Gianni Amelio dal titolo “Joannis Amaelii, animula vagula, blandula” *. Mi è tornato alla mente vedendo giovedì 5 Settembre alle 15:45 prima proiezione a Roma, il bellissimo film L’intrepido, diretto da Gianni Amelio. Ma dovrei rivedere il documentario di Gaudino. Ho l’impressione che Amelio non abbia smesso di vagare ed abbia trovato la sua dimensione come del resto accade sempre in e per ogni suo film, sempre nuovo, sempre diverso, sempre la stessa anima grande che vola spazia si cerca e si interroga. Mai pago, mai contento.

Sono andato al cinema con quell’entusiasmo e trepidazione che spesso dà risultati opposti alle aspettative, invece sono rimasto incantato appunto dalla vastità dell’anima di Amelio.

Non basta da solo un grande regista a fare un capolavoro, ci vuole anche un’ottima sceneggiatura e questa lo è anche perché, delicatamente e pericolosamente, sfugge a mio avviso, alle ormai stucchevoli e prevedibile strutture in tre atti, ma procede lineare, mi sembra, il che non significa superficialmente, ma con dolore, appena alleggerito dall’anima altrettanto grande di Albanese. I punti di svolta (turning point) sono tanti, e tutti procedono in fila verso il climax e la risoluzione che, anche se non andrebbe anticipato, non appartiene all’Italia.

Ambientato in una Milano in costruzione più simile a Dubai con il deserto che la circonda, mi ha ricordato certi film degli anni ’50 e ’60, quelli in B&N ambientati nelle periferie romane devastate dagli scavi per le fondamenta dei palazzoni in costruzione che incombevano sulla vita dei protagonisti, quei palazzoni che sono argine insuperabile al leggero vento di ponente.  Ci vogliono anche collaboratori straordinari come gli attori Antonio Albanese e Alfonso Santagata, come il direttore della fotografia Luca Bigazzi e lo scenografo Giancarlo Basili, per trasformare in Cinema gli spazi immensi dell’anima. L’Anima di Amelio.

Quanti lavori credete si possano fare? Vedendo il film se ne scoprono di mai nemmeno immaginati, tutti racchiusi nel mestiere nuovo di “rimpiazzo”. Percorrendo cantieri, mercati, stirerie, palestre e giardini, Amelio cita anche un suo bel documentario di tanti anni fa “La squadra del lunedì”, gli addetti alla pulizia dello stadio dopo la partita.

Se per combattere e superare quell’eccesso di responsabilità che porta il giovane protagonista alle crisi di panico, si deve tornare in paesi dove viga ancora il rispetto, forse questo film è un ulteriore invito a partire, è uno schiaffo all’Italia senza speranza e senza regole di questi anni, forse è un invito alla semplicità praticata dal personaggio di Antonio che non è mai compromesso, ma scelta continua, così come una volta si pensava potesse essere la lotta.

 

Una curiosità: il cliente del negozio di scarpe è Fausto Rossi, il magnifico giovane attore giustamente premiato anche con il David di Donatello come esordiente per quell’altro capolavoro di Amelio che fu Colpire al Cuore.

 

* Dalla sinossi del film “Joannis Amaelii, animula vagula, blandula” firmata da Isa Sandri e Giuseppe M. Gaudino:

È un appunto su un’emozione ricevuta e su un sentimento provato nel vedere il lavoro di Gianni Amelio sul set di Il ladro di bambini. Ma è anche una dedica. Una dichiarazione di affetto e di riconoscenza. Ci hanno colpito le reiterazioni di molti suoi gestipensieri, le sue ansietà, il suo silenzio che alla fine hanno prodotto, creato quel l’emozionante film. Si sono presi a pretesto i primi versi che l’imperatore Adriano scrisse in una sua lirica mirando il paesaggio di Baia chiedendosi dove andasse la sua povera anima. Gianni Amelio è un “uomoautore” che continuamente si interroga su dove vada la sua anima, su che scopo abbia la sua macchina da presa. Questo abbiamo voluto raccontare.

http://www.torinofilmfest.org/?action=detail&id=5515

Limbo

19 Agosto 2013

Il Limbo è una condizione. E’ anche un luogo sospeso tra Cielo e Terra tra Inferno e Paradiso.

Per Dante è il primo cerchio dell’Inferno, l’unico pieno di luce, ma nel suo Limbo ci sono uomini giusti e grandi. Non è il mio caso.

Il Limbo è quella condizione di attesa che potrebbe risolvere solo Dio. Mah.

Il Limbo è quella condizione che gli attori vivono sempre. L’attesa di qualcosa che accada. Anche quelli che si danno molto da fare sono sempre nel Limbo, nell’attesa di una risposta, di un collega che legga un testo, che lo legga un produttore, che arrivi un assegno, che si venga scelti chissà come e perché da un regista. Sempre che una rete televisiva pubblica o privata non metta il veto.

Sempre nel Limbo, nell’attesa che qualcosa accada.

Il Limbo ha 12 fasi. Tutte uguali ovviamente, sennò che Limbo sarebbe.

Ora è Agosto, tutto si ferma. Sì certo, c’è Locarno, il mio primo amatissimo Festival del Cinema, ero quasi ancora bambino almeno relativamente al mio lavoro, protagonista però dell’ultimo film in Bianco e Nero della RAI. Gianni Amelio. Valerio Zurlini. Sven Nykvist, sì, credo ci fosse anche lui, il direttore della fotografia di Ingmar Bergman. La proiezione in piazza sullo schermo grande, che meraviglia. 12 ore di treno in seconda con compagne di viaggio delle altrettanto giovani ragazze francesi tra le quali Brigitte, che bel nome, dissi, Brigitta, come la fidanzata di Paperoga (per un giovane attore pensare a Paperoga invece che alla Bardot forse non è stata una gran figura di professionista e forse la ragazza c’è rimasta pure male)! Feci una fatica col mio francese a spiegare chi fosse il papero citato, ma alla fine risero. Ci venne anche mia mamma, in macchina, con mio fratello grande. Chissà perché Locarno passa inosservato? Prima era quasi Agosto e si era nell’attesa che tutto si fermasse. Poi verrà Settembre con il forte impatto della Mostra del Cinema di Venezia che sembra ridare sprint alla vita, ma tutto si conclude con la serata dei premi, e anche le polemiche si spengono. Allora si spera tutto ricomincerà ad Ottobre, quindi si deve aspettare che passi anche Settembre, ma per fortuna, privato della settimana di Venezia, è breve. Poi ad Ottobre, beh, i giochi sono già stati fatti alla fine della stagione precedente e allora si aspetta Novembre che porti una novità, ma è troppo vicino a Dicembre e tutto si rifermerà per le feste del Santo Natale. Qualcuno rompe l’attesa nel Limbo delle feste e spergiura che l’anno nuovo sarà diverso, ma a Gennaio la ripresa dell’attività è lenta e si è già persa almeno una settimana quando non 10 giorni perché alcuni, produttori, notabili, funzionari, devono evitare le file del rientro, allora si guarda già a Febbraio e al festival di Berlino che appena passato si deve guardare a Cannes. Cannes sembra durare almeno 3 mesi e si porta via Marzo Aprile e Maggio. Poi ci sono i David di Donatello e si premia la Bui, meritatissimamente, non c’è dubbio, lo dico senza sarcasmo né ironia. Anche se forse non è proprio l’unica attrice italiana. Ed è subito Giugno, piove e fa freddo e non si ha una gran voglia di lavorare, si guarda a Venezia per i primi di Settembre, se un film non l’hai già fatto, certo non ci vai. Così si scioglie anche Luglio e ad Agosto tutto è fermo.

Ma quelli che fuori dal Limbo partecipano a tutti i festival e sono sempre impegnati, tanto che non riescono a leggere una sceneggiatura o almeno non le mie, quando le leggono quelle degli altri? quando li fanno i film che poi partecipano a tutti i festival?

Qualcuno, anzi molti ora sono nel Limbo. Altri, pochi e sempre gli stessi, nei gironi paradisiaci del lavoro.

Il Limbo è una gran brutta condizione, sembra abbia pareti d’acciaio impossibili da scalfire.

Dove sarà la porta per uscire?

E soprattutto, come ci si è entrati?

La mala educazione

4 Dicembre 2012

Pochi secondi che gelano il sangue.

Poi tutto si risolve in un applauso.

16 Novembre, ex Cinema Palazzo, ora sala Vittorio Arrigoni.

Si tiene un’interessante rassegna sostenuta dalla Provincia di Roma, dal titolo “Io sto con Volonté” (Gian Maria).

Due giorni prima a Roma ci sono state manifestazioni coordinate con tutta l’Europa, ma qui ci sono stati scontri violentissimi, e a quanto sembra risultare a molti, compreso il Ministro degli Interni, la polizia ha scatenato nuova violenza su giovani inermi senza riuscire a isolare i soliti infiltrati provocatori. Un bruttissimo film già visto a Napoli nel 2001, a Genova nello stesso anno e un anno fa ancora a Roma (proprio in questi giorni pare che dopo lunghe indagini gli investigatori siano riusciti ad identificare alcuni dei guastatori di un anno fa). Pare anche che 2 o 3 candelotti lacrimogeni siano stati lanciati dal Ministero di Grazia e Giustizia o rimbalzati proprio sulle finestre (sigh!) e piombati giù, un altro candelotto è stato trovato nel cortile dello stesso Ministero, ma si aspettano le indagini che il Ministro ha dichiarato, saranno severe.

Sul palco si sono già alternati artisti con performance dal vivo. Sullo schermo sono stati proiettati: un piccolo e tenero documentario fotografico inedito sulla vita privata di Gian Maria Volonté,  pezzi di grandi capolavori di e con e su Gian Maria Volonté, è stato proiettato anche un breve mirabile film diretto e interpretato da Volonté sulla ricostruzione delle varie ipotesi riguardo la morte di Pinelli. Un capolavoro agghiacciante.

L’atmosfera in sala è serena. Sappiamo di essere lì per approfondire la conoscenza di un attore immenso, della sua arte e del suo lavoro e del suo impegno sociale e politico.

E’ già stato proiettato un estratto da “La nave dolce” di Daniele Vicari, come contributo all’impegno civile che il cinema può e deve avere.

Sappiamo che le proiezioni e le performance si alterneranno con brevi dibattiti.

Sappiamo che si proietteranno anche tre sintesi di lavori di impegno sociale e politico, di altrettante registe.

Silenzio in sala. Buio in sala. Sullo schermo la proiezione del lavoro documentario sull’immigrazione di Costanza Quatriglio. Un documentario bello ed intenso.

C’è grande attenzione in sala per il film sullo schermo.

Quando, durante la proiezione, un giovane uomo che nella penombra appare bello ed elegante nel proprio portamento eretto, attrae l’attenzione degli spettatori avvicinandosi al tavolo dei dibattiti e, con voce delicata, basso volume, ma udibilissimo, con fermezza, cose che gli attribuiscono sicurezza e autorevolezza, chiede che si fermi la proiezione e si accendano le luci.

Forse sono io particolarmente ansioso, ma credo che il mio pensiero in quegli istanti sia stato lo stesso di tutti gli spettatori presenti in sala.

In quei pochi istanti che separano quella ferma ed autorevole richiesta dell’uomo di interrompere la proiezione dalla sua necessaria spiegazione,

a me:

1) si gela il sangue

penso*:

2) sicuramente costui, un uomo delle forze dell’ordine, dovrà annunciare qualcosa di clamoroso e severo,

3) è la polizia che vieta le proiezioni, ancorché non ne sappia in quel momento individuare le ragioni,

4) ecco, la polizia è venuta a sgombrare il cinema occupato,

5) c’è in atto un assalto fascista, cosa che a Roma capita sempre più di frequente da quando si è insediata l’amministrazione Alemanno che, va ricordato, è stata salutata in Campidoglio con braccia tese in un inaccettabile e profetico saluto romano,

6) c’è un incendio,

7) c’è un terremoto.

Luce in sala. L’uomo parla ancora con calma e ammirevole fermezza e annuncia (cito a memoria):

Tutti i ragazzi arrestati il 14 sono stati rilasciati poco fa.

La platea si scioglie in un applauso.

Io no.

Penso*:

1) che quell’uomo sia un grandissimo irresponsabile oltre che un maleducato straordinario,

2) penso a quali angosce quei ragazzi arrestati e rilasciati abbiano potuto provare in quei due giorni di privazione della libertà,

3) penso a cosa possano aver subito,

4) penso alle conseguenze sulle loro coscienze per gli eventuali abusi subiti,

5) penso a quanto sia terrificante entrare in una prigione. Ci sono stato una sola volta, ma per girare un film, e ancora non riesco a scordare le urla disperate di quegli uomini lì trattenuti e doppiamente puniti non solo con la privazione della libertà, ma per le condizioni nelle quali sono messi lì a sopravvivere e spesso anche a morire.

6) penso all’angoscia dei familiari.

7) penso alle ferite che rimarranno in quei ragazzi,

8 ) mi chiedo se tra di essi possa esserci davvero qualcuno colpevole di provocazione e violenza e purtroppo mi rispondo che la storia recente con molta probabilità, nega questa evenienza.

9) finalmente mi compiaccio anch’io per la fine dell’incubo per quei ragazzi, ma conosco gli strascichi processuali cui andranno incontro e mi rammarico di nuovo per la loro sorte.

10) non smetto di pensare che quell’uomo avrebbe potuto attendere la fine del breve cortometraggio per dare il suo annuncio senza gravarlo di un comportamento da profezia Maya che ne ha sicuramente ridotto la gioia.

11) penso alla stupidità ed inutilità di quell’interruzione.

Cosa ha fatto quell’uomo interrompendo il filmato?

Ha privilegiato la sua esigenza di glorificare dei “martiri” strafregandosene dell’eventuale diversa esigenza dei presenti e mancando enormemente di rispetto per l’autrice del film e per gli spettatori. Riducendo di molto la portata della buona notizia.

Ciò non significa minimamente che quei giovani finalmente di nuovo liberi non meritassero un annuncio importante, siamo tutti felici per la loro riconquistata libertà, ma interrompere un film che sarebbe finito da lì ad un paio di minuti ha significato però un’assoluta mancanza di rispetto per le persone presenti e una assai ridotta capacità di comprensione e misura delle situazioni, una sopraffazione dell’altrui pensiero ed esigenze, un atto per nulla differente dalle pubblicità commerciali di vari canali televisivi pubblici e privati che quotidianamente ingombrano la programmazione talvolta anche interessante.

Il fatto che io condivida per intero le ragioni morali di quell’annuncio, il “prodotto” pubblicizzato da quell’interruzione, non riduce minimamente la mia disapprovazione.

Me ne dolgo assai.

*Ben altra avrebbe dovuto essere l’attenzione da dedicare a quella notizia. Per esempio, perché il quadro di cosa accada in prigione sia più completo, trascrivo il link alla lettera di Natascia Grbic che, ritengo, sia doveroso leggere: http://www.huffingtonpost.it/francesco-raparelli/lettera-dal-carcere-per-i_b_2198058.html?utm_hp_ref=italy

Attori che scrivono libri. Capitolo 2°

Da “L’Aleph” di Borges: “Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?”

E ancora: “Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse.”

Fabio Bussotti è un attore di provatissima esperienza professionale in Teatro come in Cinema. In questa occasione letteraria sembra aver messo l’occhio sulla “piccola sfera cangiante”. Sembra che lì possa aver scoperto i meccanismi della storia che ci racconta. Un giallo nelle mani del suo commissario Flavio Bertone che indagando sulla scomparsa di una misteriosa busta, non si sa contenete che cosa, ci porta dall’Esquilino di Roma a Buenos Aires, sfiorando Madrid. Risvegliando nel lettore l’angoscia per i delitti commessi dalla dittatura argentina, ma blandendoci con intrighi d’amore e letterari. Un intrigo ed un rebus che si risolvono nell’intrigo stesso e nel rebus. In una girandola di identità.

Qualche giorno fa durante una bella trasmissione radiofonica del pomeriggio di RAI 3, il dantista Vittorio Sermonti tra le tante cose importanti che diceva ha anche sottolineato come i brevi racconti di Borges fossero in realtà dei veri romanzi di magari solo 18 pagine. Diceva anche che oggi, avendo i romanzi una sponda cinematografica, durano in media un’ora e mezza come un film. Poi l’ingorgo s’è sciolto, il parcheggio si è palesato improvviso e non ho più potuto ascoltare altro, con rammarico sono dovuto scendere dalla radio/macchina.

Questo di Fabio Bussotti invece è, a mio avviso, un romanzo in piena regola, non un romanzo giallo. Non vorrei che la doppia definizione di romanzo e di giallo ne mutilasse l’ampiezza. Fa piacere che Liliana Cavani dica che potrebbe essere un bel film, certo potrebbe esserlo, ma questo romanzo ha la durata che gli compete, che gli necessita, senza sudditanze all’altro nobile media. E un romanzo che si divora, scritto con la classe di chi ha molto studiato i fatti, l’arte della scrittura e le opere di Borges. Ma non è un romanzo erudito, semmai è colto ed anche molto divertente, avvincente. Non una passeggiatina, ma una corsa condotta con estrema leggerezza. Un romanzo che assorbe il lettore.

La formazione teatrale del suo autore si legge in filigrana per piccoli segni, ma qui è narratore nella pienezza delle sue capacità.

Amo pensare che senza la minima intenzione di comporre un saggio, ma appunto solo un bellissimo romanzo, Bussotti abbia con semplicità, ma molto bene interpretato i temi universali cari a Borges, in particolare la personalità ed il suo sdoppiamento.

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti è edito da Perdisapop.

Dichiaro immediatamente il mio conflitto di interessi. Conosco Gianluca Arcopinto da numerosi anni, lui stesso in un suo bel post sul blog di Il fatto quotidiano, in occasione della prima di “Diaz” di Daniele Vicari, mi definì amico. E questo siamo, amici. Amici di Cinema. Ora stiamo addirittura studiando l’opportunità e la possibilità di sviluppare insieme un progetto. Ciò però non mi impedisce né di parlarne bene né di parlarne male. Contrariamente all’idea diffusa che vede il mondo dello spettacolo composto per lo più da individui ipocriti, è invece percorso da serietà rigore sacrificio. La carriera del produttore Arcopinto ne è una prova. Così come quella del regista Marra.

Queste mie parole sul Teatro, sul Cinema, sui Libri, non sono poi delle critiche, delle recensioni e nemmeno delle “recinzioni”, sono solo il piacere di meravigliarmi davanti a qualcosa che lo meriti, come già detto nella mia “Introduzione tardiva o, tarda introduzione (che sembra un po’ un’introduzione scema)“, su questo stesso blog.

E mi stupisco, mi meraviglio e mi sorprendo vedendo il film,  per come ancora una volta Vincenzo Marra abbia saputo rinnovare il miracolo di cui è maestro fin dal suo debutto con il bellissimo “Tornando a casa” realizzato con attori non professionisti. Sì, Marra ha quella straordinaria capacità di cogliere l’anima di ciò che inquadra, di ciò che narra. Anche quando segue le spalle dei suoi personaggi come in questo film. Anche in questo caso in cui gli interpreti non sono attori, sono persone, Domenico Manzi, ispettore capo nel carcere di Secondigliano e Raffaele Castagliola, detenuto, detto “Il gemello” (perché ha due fratelli gemelli) che si fanno attori e personaggi per il tempo della narrazione. Raccontano la loro vera relazione e la sua evoluzione in un ambiente di segregazione che può rivelarsi anche luogo di riabilitazione, a cominciare dal recupero della dignità della persona lì rinchiusa e da quella di chi lì lavora con serietà e severità.

Il film è definito documentario, ma ancora una volta temo che la doppia definizione ne mutili il senso vero, “Il gemello” è un film a tutti gli effetti. Non che l’essere documentario sia riduttivo, ma potrebbe allontanare qualche spettatore che invece potrebbe goderne così come si gode di un film.

Gianluca Arcopinto, nella breve presentazione al pubblico, svolta in un consueto e piacevole dialogo con Nanni Moretti al Nuovo Sacher di Roma, ha detto che questo film è nato da un incidente, il protagonista di quello che avrebbero dovuto girare si è tirato indietro all’ultimo momento, ma Marra con straordinaria abilità ha tramutato l’incidente in un vantaggio trasformando il progetto in questo mirabile film.

Su Vincenzo Marra si raccontano alcune leggende, non so se abbiano fondamento nella realtà. Pare che non voglia che gli attori si parlino tra loro, pare li chiuda al buio in stanze isolate perché si concentrino, perché poi la scoperta della verità del conflitto tra i personaggi scocchi in scena, sul set. Non so se queste cose siano vere, non so se queste cose siano utili agli attori, anzi personalmente non lo credo affatto, l’attore proprio per il mestiere che fa deve saper far scoccare quella scintilla a suo piacimento con la propria arte, ma sicuramente se vere, sono utili al regista. Regista severo, nella più alta accezione. Abilissimo a lavorare con non professionisti ed anche a combinarli con attori veri. Indimenticabile Francesco Giuffrida, attore professionista, nel suo “Vento di terra”, così come sono indimenticabili i due interpreti di se stessi di “Il gemello”. Un film sicuramente da vedere, anzi da non perdere.

Per l’occasione Gianluca Arcopinto ha riattivato la sua società di distribuzione Pablo per appunto distribuire il film, gliene siamo grati, aspettando anche di vedere il nuovo film di Salvatore Mereu ” Bellas Mariposas” che come scrive lo stesso Arcopinto “da gennaio volerà nel resto d’Italia e rimarrà in volo fino a quando un singolo spettatore vincerà la pigrizia e uscirà di casa per andare a vederlo.”

Conflitto di interessi il mio? Bene!

Non mi vergogno di ammirare il lavoro di chi lo meriti. Ne abbiamo viste di peggio.

Sempre quando si trasferisce un romanzo al cinema, si pone il problema del tradimento o del rispetto. Spesso c’è più rispetto del romanzo nel tradirlo che nel riportarlo pari pari.

Amo talvolta fare l’esempio paradossale di “C’era una volta in America” di Sergio Leone; verso la fine del film quando Max (James Woods) e Noodles (Robert De Niro) si rincontrano, Max chiede a Noodles cosa abbia fatto nel tempo trascorso e Noodles risponde: “sono andato a letto presto la sera”. Qualcuno riconoscerà la prima frase della Recherche di Proust: “Per molto tempo, mi son coricato presto la sera.” (trad. di Natalia Ginzburg). Bene, io ritengo che ci sia più sapore della Recherche nel film di Leone anche e ovviamente non solo, per questa frase che in tanti tentativi di riportare sullo schermo magari il primo volume dello straordinario lavoro Proustiano. Come dire, un libro bisogna averlo letto, poi se ne può fare un film completamente diverso e addirittura coglierne solo il sapore e infonderlo in una storia del tutto altra.

In “Un giorno speciale” la Comencini rispetta il plot del romanzo di Bigagli, ma si prende molte libertà, addirittura modificando il finale e lasciando una porta aperta alla speranza, cosa di cui il romanzo invece è totalmente privo. Ma questa è una scelta morale da rispettare. Più grave a mio avviso è aver cancellato l’abbraccio muto della madre alla figlia quando questa le confessa cosa debba fare quel giorno (“In fondo si tratta solo di un pompino.” E’ l’incipit del libro di Bigagli). In quell’abbraccio c’era tutta la supposta capacità di comprensione delle madri dei mali del mondo e soprattutto la coscienza dell’ineluttabilità del dover pagare un prezzo altissimo alle scelte della propria vita. Questo abbraccio la regista l’ha recuperato solo parzialmente nel proprio finale. La regista del resto e autorevolmente, diversamente dal libro, ha preferito non dichiarare fin dall’inizio lo scopo di quella giornata speciale, ma di lasciarlo solo intuire. Ed anche questa è una scelta da rispettare.

Il film è molto molto bello grazie sicuramente alle capacità innegabili della regista tra i cui film che ho tutti amato, desidero sottolineare il più che bellissimo “Lo spazio bianco”, ma anche alla fotografia come sempre originale e straordinaria di Luca Bigazzi, la bella scenografia di Paola Comencini e all’interpretazione coraggiosa e sincera dei due giovani bravissimi protagonisti Filippo Scicchitano e Giulia Valentini, veramente molto bravi, come tutti i collaboratori.

Consiglio di vedere il film e leggere il libro, nell’ordine preferito.

5 Ottobre 2012