Un coltello nella schiena

22 Febbraio 2015

Un coltello nella schiena di Gassman. Era una foto profetica che annunciava un cambiamento. Ronconi avrebbe ucciso il mattatore.

Oh diomio, quanto mi hanno preso per il culo Sergio Castellitto e Ennio Coltorti, seduti al bar di Santa Maria in Trastevere, quando io di ritorno da un periodo di prove dell’Uccellino azzurro a Gubbio, a casa di Ronconi, nel raccontare quelle giornate mi ostinavo a chiamarlo Luca. Con feroce sarcasmo l’uno, con una risata diretta l’altro. E io che mi giustificavo affermando che ce lo aveva detto lui di dargli del tu, di chiamarlo per nome.

Raccontai come il suo iracondo pastore maremmano di allora, rispose al mio entusiasmo di essere arrivato a casa di Ronconi, aggredendomi appena provai a metter piede all’interno, salvato in extremis da Franco Branciaroli che lo afferrò al volo. Certamente il pastore aveva intuito che uno più cane di lui avrebbe potuto insidiargli l’affetto del proprietario.

Luca Ronconi, arruolatomi per diversi ruoli tra i quali un Pioppo, mi mandò a guardare quegli alberi nella sua tenuta, ma io non sapevo neanche quali fossero i pioppi e quindi mi aggirai in lungo e largo facendo solo attenzione che non si avvicinasse il pastore famelico e iracondo. Nulla imparai degli alberi, ma tanto di un altro modo di leggere i testi che non fosse quello stantio. Imparai, insomma ebbi l’illusione che avrei imparato, ma non fu così. Io mica lo capivo perché si dovessero fare quegli accenti e quelle cesure così inconsuete che avevano fatto grande Marisa Fabbri nelle sue Baccanti. E infatti non era per niente obbligatorio. Mi aiutarono tutti, Mauro Avogadro e Giancarlo Prati in particolare, e la stessa Fabbri, ma si intuiva che quest’ultima non riponeva speranze in me. Fatto sta che grandissimi attori li usano come preferiscono e altrettanto grandi attori li rifiutano, tutti accolti dall’immensa generosità e creatività del grande regista.

Io che affronto i ruoli dando uguale peso alla razionalità e alla comprensione fisica attraverso il corpo, 100% a ciascuna strada, mica lo capivo cosa significasse che la Felicità di star bene in salute, fosse una felicità sporca, meschina, piccola, volgare. Mi ci sono voluti 40 anni e tantissime sconfitte per capire, forse, il guaio di illudersi di godere di una salute fisica, non accompagnata da altrettanta comprensione intellettuale. Perverso! dovevo apparirgli perverso evidentemente, ma io che ancora non mi conoscevo così, io che ancora oggi credo di essere una persona abbastanza pulita, se non del tutto, abbastanza ingenua, se non del tutto, abbastanza stùpida, se non del tutto, abbastanza stupìta, del tutto, come avrei dovuto fare a capire che lui mi vedeva profeticamente nella mia perversione e ambiguità che si sarebbero svelate anche ai miei occhi troppe decine d’anni dopo?

A Lui, Luca Ronconi, devo una gioia infinita, quella di aver creduto almeno per un poco di far parte, di essere entrato, di aver avuto accesso a quel mondo che credevo sarebbe stato la mia vita. A lui devo la gioia di aver visto quel Teatro da dentro. A lui devo l’amicizia irrinunciabile e insuperata con alcuni attori meravigliosi, con una comunità di artisti tanto semplici quanto grandi. A lui devo la gioia di spettacoli fiume come fu Ignorabimus di Arno Holz, visto nella versione di 12 ore e la gioia per tutti quei “Romanzi Sceneggiati” che ha portato mirabilmente in scena. A lui devo il calore di quegli abbracci che mi ha regalato le poche volte che ci siamo incontrati nel tempo seguente e mai concluso. A lui devo l’aver creduto nel Teatro e aver apprezzato le diversità, le grandezze, i fallimenti.

A lui devo/

A Manrico Gammarota

14 Febbraio 2015

La malattia lunga o improvvisa mi addolora, mi sorprende, mi annichilisce soprattutto se incurabile e accompagnata da dolore, decadimento della carne, perdita di dignità, ma il suicidio, che pure è malattia talvolta improvvisa tal’altra lungamente meditata, mi sgomenta. Nell’uno e nell’altro caso ci vuole un coraggio infinito. Dell’una facciamo finta di saperne le ragioni, lo stile di vita, la genetica, la sfortuna. Del secondo anche in presenza di notizie, biglietti, addii, le ragioni non le sapremo mai. Io ancor meno di altri perché non ero intimo di Manrico Gammarota e nemmeno amico e nemmeno conoscente. Lo conoscevo di fama come persona squisita e ottimo attore.

E poi servirebbe conoscerne le ragioni quando ormai tutto è stato?

Inarritu rispondendo in una intervista sul suo ultimo film (vivilcinema n. 1, 2015, pag. 08) dice: “Che sia potere politico, mediatico, economico, il problema è sempre lo stesso: l’esasperazione dell’Ego che può portare alla disperazione, alla distruzione. E non riguarda solo gli attori, come recentemente Philip Seymour Hoffman e Robin William, ma anche banchieri, politici, giornalisti e altri ancora: il suicidio, purtroppo, è un’opzione.” Inarritu parla del suo film e io non posso permettermi di contraddirlo sullo specifico, ma non credo, mi permetto di non credere che per Manrico e per altri, ricordo Gigi Pistilli, Giampiero Bianchi, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, si sia trattato di esasperazione dell’Ego, ma forse di una più comune fatica di vivere che li accomuna alla disperazione di tanti, di ogni mestiere e disoccupazione. Desidererei sperare che non debba seguirne una lunga inarrestabile serie. Viviamo un tempo di cambiamento, di rivoluzione di regole e condizioni non necessariamente migliorativi. Un tempo di preguerra. Constato la difficoltà di vivere di tantissimi e questa difficoltà trasformarsi in malattia di vivere. Non un muro da sfondare, non una quarta parete da varcare, ma una barriera non altrimenti affrontabile se non con un gesto estremo. Desidero pensare che almeno per un attimo, quel tempo dilatatatissimo che la letteratura narra possa seguire il gesto e precedere la fine; una volta compiuto il suo gesto, prima che se ne realizzassero le conseguenze, Manrico, abbia potuto godere di una serenità nuova per traghettarsi di sua volontà con il gesto ormai compiuto e ormai irreversibile. Una serenità che spero lo accompagni per sempre. Se c’è un sempre.

Francesco Apolloni gli ha dedicato alcuni magnifici versi di Amleto, a me sembra che anche questi celeberrimi gli siano dovuti:

”                                                        Morire, dormire

Nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine

Al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

Di cui è erede la carne: è una conclusione

Da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo.

Quali sogni potranno assalirci in questo sonno di morte

Quando ci saremo scrollati di dosso questa spoglia mortale

Deve farci esitare. E’ questo lo scrupolo

Che dà alla sventura una vita così lunga”

 

Manrico non ha avuto scrupolo.

P.S. perdonami se mi sono permesso di scriverti.

Ma non dico però che quella moltitudine in senso contrario al mio stia sbagliando. Anzi, ha ragioni da vendere. Tuttavia non sono d’accordo con l’opposizione al Cirque du Soleil. Semmai avrei proposto il Théâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine, ma al di là dei nomi e vedo se ne pronunciano molti, desidererei ricordare che quando per le Olimpiadi Invernali di Torino, intorno al progetto straordinario di Ronconi si raccolse un grandissimo budget, ci furono proteste analoghe a quelle di oggi: perché solo a lui, perché dimenticare le realtà artistiche locali e nazionali, quanti soldi sprecati e così via.

A parte il fatto che quel budget si raccolse intorno al suo nome e che quel che lui fece fu, al di là degli incidenti, assolutamente straordinario. Sottolineo che non mancarono le polemiche. Così come ci sarebbero se il progetto affidato al Cirque du Soleil fosse stato invece affidato ad una componente del ricco mondo artistico italiano. Ma a chi? Ricci-Forte? perché no. Emma Dante? magari. Ancora Ronconi? ne sarei stato felice. La Scala? sì, magari con la regia di Arias o Konchalovsky? per carità, no, sono registi stranieri, avreste detto?

No, non mi piace questa petizione.

Amici carissimi che mi salvate la vita schivandomi mentre guido in senso contrario, desidererei anche ricordare che l’esposizione internazionale è un’occasione per esporre il meglio di ogni nazione. Per le nostre attitudini artistiche spero che nel padiglione italiano compariranno scelte di vero prestigio, ma ancora non so chi sarà chiamato per le arti. Ciò che è stato affidato al Cirque du Soleil è uno spettacolo colossale che interpreti il tema dell’Expo 2015. Per di più dichiarano di utilizzare artisti e collaboratori italiani, cosa c’è di male?

Dal sito dell’Expo: “Le competenze di alta qualità disponibili in Italia saranno di grande beneficio per il team del Cirque Du Soleil”, ha dichiarato Yasmine Khalil, Presidente Eventi e Progetti Speciali del Gruppo Cirque Du Soleil.

Leggo fra le righe delle proteste una, sicuramente involontaria, tentazione di spartizione del capitale, e questa poi, fatta solo tra le grandi istituzioni artistiche italiane. Infatti non si vede tra i citati un solo nome che rappresenti la ricerca italiana in campo internazionale, come per esempio la Societas Raffaello Sanzio, per dirne una, Barberio Corsetti per dirne un’altra.

Viviamo tempi durissimi in tutti i campi e in particolare per le arti. Ma la soluzione o il tentativo di migliorare le cose non può passare per un’occasione che deve essere internazionale, ma per la stabilità di leggi e finanziamenti organici cui possano far riferimento tutte quelle realtà artistiche che operino sul nostro territorio, e non solo le grandi istituzioni artistiche quali il Piccolo, la Scala e via dicendo. Pur ribadendo tutta l’ammirazione per queste ultime.

Alla concretezza di una realtà legislativa stabile, tanti tra coloro i quali protestano, hanno anche lavorato seriamente, ma questa ribellione mi appare sinceramente, molto provinciale, piccolina, modesta.

No, non firmerò la petizione contro artisti che possono piacere o non piacere, non è qui il punto, ma artisti che si sono conquistati una grande credibilità. Non firmerò anche perché ormai le petizioni sono così tante, ce ne sarà sicuramente presto una per l’abolizione della legge di Mendel, immagino, sono così tante che lasciano il tempo che trovano, temo.

Soprattutto sono contrario al suo senso profondo, pur condividendone le ragioni all’origine. Il disagio che viviamo.

Lo so, sono io contromano, e me ne scuso. Al primo svincolo esco.

Meticci

25 Novembre 2014

Ancora sui cani neri con la macchia bianca.

Certo Enrico Alleva difficilmente potrà condividere la mia ricerca.

Io però posso affermare che i cani neri con la macchia bianca sono i più antichi del mondo.

 Dal Sanscrito, Diluvio Universale, l’Arca di Noè:

 (trad. e poi venne  la coppia di due cani neri maschio e femmina, con la macchia bianca sul petto).

Il problema di Noè caricando l’Arca era evidentemente quello di tutti gli stivatori, farci entrare tutto e tutti perché poi passato il diluvio, di nuovo tutto e tutti dessero vita a tutto e tutti.

Ovviamente non poteva caricare una coppia per ogni razza e una coppia per ogni variazione di razza.

Così caricò una mucca e un toro per tutte le mucche e i tori, un bufalo e una bufala per tutte le bufale, un bue e un asinello per tutti i presepi e così via.

Ma Noè, pochi lo sanno, era un informatico ante litteram.

Zippò le razze e in ciascuna coppia concentrò tutte le variazioni, così che fosse sufficiente poi decomprimerle e ritrovarle tutte.

Ciò è meravigliosamente evidente nel caso del cane nero con la macchia bianca. Avrete certamente notato come quando qualunque razza si accoppi con una razza diversa ne escano fuori sempre cani neri con la macchia bianca? Non importa quale razza vi sia all’origine. Tant’è vero che quando due cani neri con la macchia bianca si accoppiano, non fanno altro che decomprimere le razze in essi contenute, infatti nelle loro cucciolate si possono trovare esempi di ogni origine, ogni carattere, ogni umore, ogni qualità.

Magari ci si potrebbe chiedere perché il file zippato risultasse proprio nero e bianco, ma è facile dedurlo. Noè non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, tanta luce forse, tanto buio forse, era necessario per lui e per la ciurma, poter individuare i cagnolini di giorno per il manto nero e di notte per la macchia bianca, per poterli sfamare.

Ci si potrebbe chiedere ancora perché proprio i cani indossassero una livrea così straordinariamente elegante, anche questa risposta è facile, perché nel caso, dopo il diluvio, avessero voluto sedersi tutti insieme a festeggiare il ritorno della primavera, sarebbero stati pronti sia per servire a tavola i compagni di ciurma che, per accomodarsi, elegantemente vestiti. Vestiti da cani.

Ma soprattutto per dar l’esempio all’uomo, per invitarlo a mantenere dignità in ogni occasione.

Evviva i meticci che siamo.

A voi capita?

10 Novembre 2014

A voi capita di dire, quando assistete al lavoro di un collega: io quel che fa lui, proprio non lo so fare?

Dato che il 99,9 periodico% dei miei contatti in fb e delle mie frequentazioni reali sono attori, registi, produttori, scrittori, scenografi, costumisti, truccatori, parrucchieri, montatori, doppiatori, tecnici, elettricisti, macchinisti, direttori della fotografia, operatori, informatici, effetti speciali, insomma tutti appartenenti a tutti i reparti dello spettacolo; lo domando a voi, vi succede?

Forse perché ho limitato molto le uscite e vedo solo quello che veramente desidero vedere e nonostante ciò purtroppo, perdo molto anche di questo; a me capita spesso, quasi sempre.

Vedo attori straordinari in scena.

Sì, in Italia ci sono attori pazzeschi e persone straordinarie in tutti i reparti dello spettacolo.

Allora mi chiedo perché si lavori così male, così poco, così malpagati.

Chi è che ruba soldi e talenti?

La questione posta all’inizio la devo al fatto che recentemente mi è capitato più volte di sentirmi veramente piccino di fronte al profluvio di arte di alcuni attori.

Non citerò tutti ché la lista sarebbe lunga.  Mi limiterò a 4 opere viste di recente e solo a quelle italiane, altre che so meravigliose, devo ancora vederle. Ci sono poi anche tanti talenti che lavorano all’estero con attori stranieri e questo privilegio se lo sono conquistato, Caro Carlei, Paolo Sorrentino, Andrea Di Stefano, per citarne solo alcuni diversissimi tra loro.

Solo pochi giorni fa, al Vascello di Roma, per “le vie dei Festival”, encomiabile iniziativa di Natalia Di Iorio, ho visto, ahinoi programmato per un solo giorno, “Dolore sotto chiave e Pericolosamente” di Eduardo, per la regia di Francesco Saponaro con interpreti strepitosi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano. E i meriti vanno all’intera compagine, regia compresa, ovviamente.

Al Teatro i di Milano si replica il terzo episodio della trilogia di Massimo Sgorbani “Innamorate dello spavento” (di cui ho visto gli assaggi all’auditorium della Rai di Via Asiago in Roma) per la regia di Renzo Martinelli, il regista di Teatro, non quello del cinema. Progetto magnifico in cui l’autore cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich” (io direi alcune femmine, perché la prima è Blondi, il pastore tedesco di Hitler), oltre ad una regia raffinatissima con citazioni a mio parere e spero di non sbagliare, anche di cinema espressionista, direttamente proposte dal vivo come in un film di Murnau, oltre alla strepitosa avventura sonora eseguita dal vivo da Fabio Cinicola, alle luci coraggiosissime di Mattia De Pace, la drammaturgia di Francesca Garolla, vede in scena due veri mostri, non i personaggi certamente mostruosi, interpretati come super marionette, ma i due eccellenti interpreti Milutin Dapcevic e Federica Fracassi. Veramente inarrivabili. Si producono in una prova estenuante. Decisamente da non perdere.

Per non dire della diretta televisiva dal San Ferdinando di Napoli di Le voci di dentro, ancora Eduardo, Sorentino, Servillo e tutta la compagnia, Betti Pedrazzi in testa. Che bella prova di Teatro.

E ieri, Il giovane favoloso di Mario Martone. Magnifico film da tutti i punti di vista. Eccellente in ogni aspetto. E, limitando l’osservazione agli attori, direi, strepitosi. Attori, tutti con rigorosa formazione Teatrale che dividono con il Cinema e in un caso anche con la Danza, Raffaella Giordano, che piacere rivederla, potente e severa come lo è stata Pina Bausch in E la Nave va di Fellini. Di Elio Germano che dire, lascia senza parole.

Ho volutamente trascurato la TV della quale però direi che quando è fatta da professionisti consolidati in Teatro e Cinema, la differenza si vede. A qualcuno dà fastidio. A me esalta.

Ma non sarà che essersi formati e continuare a studiare siano cose buone e giuste?

Non sarà che la divisione tra attori di Cinema e di Teatro sia ormai decaduta e quindi le due un tempo diverse scuole siano converse in un unica categoria che però e per fortuna, ancora si distingue dall’altra dei parvenu?

Insomma, vedendo i signori di cui sopra, mi sono sentito piccino piccino picciò.

Allora, far le cose fatte bene si può.

Dunque, ripeto: perché a parte le eccezioni citate, si lavora così male, così poco, così malpagati?

Chi è che ruba soldi, talenti e sogni?

(The answer is blowing in the wind)

Divinare humanum est

6 Giugno 2014

Divinare humanum est.

sembra un ossimoro e forse almeno un po’ lo è. Mi piacciono gli ossimori, mi riconducono al reale. Concreto. Tutto ciò che sembra qualcosa è anche il suo contrario. Esattamente il contrario di quel che credevo a scuola. Un’immagine riflessa nel suo contrario. Con la crisi straordinaria che ci attanaglia, le tasse sono aumentate, le bollette sono aumentate, il costo della vita è aumentato. Tutto il contrario di ciò che sarebbe necessario. Il consiglio d’Europa accetta per l’Italia il rinvio al 2016 per il pareggio di bilancio, ma ci chiede ulteriori sacrifici. Ulteriore austerità. Tutto il contrario di ciò di cui avremmo bisogno. Dal 2009 i nostri governanti ci dicono che la ripresa sarà l’anno successivo, il ’10, l’11, il ’12, il ’13, il ’14, il ’15 and so on (e via così). Li ascolto e capisco che non mentono, si esprimono per ossimori. Gli ossimori di un paese irrimediabilmente in crisi che spera in una impossibile ripresa aumentando il costo della vita in modo uguale e contrario alla diminuzione progressiva del lavoro e dei compensi. Renzi, con la richiesta alla Rai di pagare con 150 milioni di Euro, parte della somma a lui necessaria a restituire 80,00 € a 10.000.000 di lavoratori ha dato l’ultimo colpo di grazia all’industria della cultura come nemmeno Berlusconi aveva osato fare. Forse la Rai ridurrà gli sprechi, sicuramente ridurrà i budget per le produzioni, quindi sempre noi pagheremo questo debito. Cercare di risolvere la crisi aumentandola. Che soluzione! Riduzione quindi di una qualsiasi speranza. Di una Speranza di ripresa. La Speranza appunto.

La Speranza magari non nella Provvidenza manzoniana, ma anche solo una piccola speranza quotidiana, ci stimola, almeno me, a cercare e interpretare dei segni premonitori. Non solo in TV.

L’oroscopo non lo leggo più da un’infinità di anni. Che gliene frega alle stelle di me. Sperimento qualche piccola ridicola scaramanzia. Evito accuratamente che le posate si incrocino, non solo sulla tavola apparecchiata, ma anche nel lavandino quelle sporche. Evito che gli strumenti del trucco di Teatro, pennelli e matite, formino una croce sul tavolo del camerino, me lo suggerì un attore che diceva di essere un po’ stregone lui stesso o forse se ricordo bene, un veggente il suo compagno. Un tempo, per propiziare un debutto, indossavo per la prima di ogni spettacolo, almeno un elemento di vestiario usato alla prova generale, ma siccome la scelta cadeva inevitabilmente sulle mutande o boxer, perché magari le magliette non entravano sotto un costume settecentesco, trovando la cosa un po’ ripugnate, ho cominciato a fregarmene e cambiarmi completamente anche gli indumenti intimi, per essere in scena completamente nuovo ogni sera, per portere solo me stesso e il personaggio su quelle tavole. Le mie mutande non particolarmente sporche mi ripugnavano se indossate per due giorni, quelle di altri indossate dal primo giorno d’accademia 3 anni prima, conservavano le mitiche strisciate di piscio di quelle da bambini, e speravo che i loro proprietari e indossatori non se le sfilassero, per evitare che finissero inevitabilmente sui vestiti o costumi miei o di altri. Non so se quelle fossero di buon augurio, certo riferivano di scarsa igiene personale o di una tale difficoltà di vivere che nemmeno le mutande quei giovani attori potevano permettersi. E non era una profezia, ma una certezza.

Divinare humanum est.

Ora che l’Oracolo di Delfi è divenuto per me troppo lontano, ora che è meta di turismo industriale e di suv del mare e comunque solo di quelli che se lo possano ancora permettere, i quali quando scoprono che è lontano dalla costa, probabilmente rinunciano ad interpellare la Pythia, loro che il dono di qualcosa da sacrificare lo potrebbero concedere. Ora che le profezie non si scrivono più su foglie abbandonate al vento, ora che profeti catodici sperperano le loro parole nell’etere, ora che il volo degli uccelli dice poco a quasi tutti, ora che non pratico più la lettura dei fondi di caffè, nella quale mi ero specializzato al punto di non riuscire nemmeno a capire i libri che leggevo, perché invece di ascoltare le parole dell’autore, cercavo immagini e disegni che mi suggerissero il mio futuro, rendendomi spesso incomprensibile il libro stesso. Ora che non ho più un orizzonte marino da interpretare per capire cosa succederà del vento sulla nostra rotta di naviganti a vela, ora che le nuvole mi suggeriscono al massimo di prendere l’ombrello, ora che la carta da parati con gli schizzi di gesso non si usa più e che tante storie mi raccontava da bambino, ora che le macchie sul muro non le vedo nemmeno, per abitudine.

Ora cerco di prevedere il futuro dalla tranquillità o meno con la quale il mio cane riesce ad esprimere i suoi bisogni quotidiani.

Se rapidamente trova la sua ispirazione in un ciuffo d’erba ed esegue la sua fisiologia in pace, bene, forse sarà una giornata tranquilla, ma se come oggi, appena cominciato ad esibire la sua necessità, proprio lì arriva un grosso furgone rumoroso, dal quale scende un conducente a dire il vero anche simpatico che si scusa dichiarando certo i bisogni sono bisogni, ma tuttavia pensa anche ai propri e spalanca con gran fracasso lo sportellone di carico sul muso del mio cucciolo, capisco che la giornata sarà dura, a cominciare dalla ricerca di un altro filo d’erba sul quale lasciar defecare il mio timido animaletto. Ma se poi succede che appena trovato un altro angolo questa volta sterrato e rimessosi al lavoro intestinale, il mio cane fiuti dall’altra parte della strada, un maschio che lo odia chissà perché, allora la funzione nuovamente interrotta diventerà un vero problema, come forse la mia giornata, come forse la mia settimana. Non mi resta che sperare che la profezia sia, come dicono i profeti televisivi, a breve termine. Tanto è sempre e comunque un problema di cacca. Di stare nella cacca. Io, noi, il nostro altrimenti bellissimo Paese. L’importante è raccoglierla. Chissà che non se ne possa fare una start-up.

Attori che scrivono libri, 6° (sarebbe il 7°, ma il primo non l’ho numerato).

Amo la Memoria degli attori. Le loro Memorie.

Il primo, per me, fu Carlo Goldoni. Le sue Memorie, un libro straordinario. Sì, Goldoni era anche attore e avvocato, non solo il grande drammaturgo che conosciamo o dovremmo conoscere, se alle medie e al liceo non ce lo avessero fatto odiare. Per fortuna ho avuto modo di vedere suoi testi messi in scena da Giorgio Strehler, da Luca Ronconi, da Ugo Gregoretti (con Proietti appunto) e io stesso desidererei metterne in scena uno, non dico quale, con una compagnia di vecchi attori, cioè miei coetanei, ma questa è un’altra storia. A Goldoni dobbiamo anche l’invenzione del diritto d’autore, del resto come già detto era anche avvocato, oggi esteso anche alla nostra immagine rivenduta nei programmi televisivi, un diritto che se ci arrivasse puntuale permetterebbe a chi, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente lavora meno o non più, di stare un po’ meno male. Ma anche questa è un’altra storia.

Goldoni andava da Chioggia a Venezia con un barcone a vela latina, navigava con i suoi bauli e le carte di credito, sì, esistevano anche allora, ma non c’erano i bancomat e per scontarle ci volevano anche settimane di attesa per essere ricevuti dal direttore di banca locale. Scriveva con pennino e calamaio, al freddo, per Teatri freddi, eppure ci fu un anno in cui scrisse ben 16 commedie, tra le quali alcuni capolavori. Finì la sua vita in Francia. Le sue monumentali Memorie le scrisse in francese, infatti. Fuga di cervelli allora come oggi.

Sono costretto a ripetere, sebbene i miei pochissimi lettori già lo sappiano, semmai ce ne fosse uno nuovo, che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma solo il piacere di rimanere a pensare al bel libro appena letto e alle sue conseguenze.

Proietti ha navigato e naviga ogni esperienza di Teatro con le vele piene di vento. E qui ce lo racconta, il Teatro.

Così come Carlo Goldoni, Antonin Artaud e tanti altri con le loro opere disegnano il rigore di una vita dedicata al Teatro, anche Proietti con queste sue Memorie dà una lezione di rigore, raccontando con entusiasmo il mare da lui percorso, dalle prime esperienze come musicista e cantante, al Teatro universitario, dalle compagnie di giro al one man show, la televisione, il cinema e il doppiaggio, fino alle più recenti, attraverso ogni genere di spettacolo. Quello su cui le generazioni successive si sono formate, hanno magari sfiorato e ora è completamente cambiato.

Il mondo dei musicisti di night club e di locali da ballo nel quale Proietti ha cominciato ad esibirsi, non lo conosco che pochissimo, direi più che altro dai suoi racconti entusiasmanti e divertenti.

Quello del Teatro lo conosco decisamente meglio, ma mai abbastanza.

La mia frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica coincise con l’apertura della sua mitica scuola al Teatro Brancaccio. Così che tutti noi allievi di recitazione dell’una e dell’altra scuola, noi un po’ più seriosi, loro divertentissimi, ci incontravamo e passavamo le sere e le notti insieme, proprio con quasi tutti coloro i quali lui cita nel suo bel libro. Certo parlavamo di quel che studiavamo, confrontavamo metodi ed esperienze, ma soprattutto facevamo un sacco di cagnara, sfogavamo in strada, magari davanti a quei buonissimi e dannosi cornetti caldi notturni che allora andavano tanto di moda, quello che ancora non ci era dato di sfogare in palcoscenico. Si andava a vedere gli uni gli spettacoli degli altri e poi si faceva baldoria, dopo esserci congratulati per le belle cose cui avevamo assistito (non sempre, sigh!), discutendo del bene e del male, della messa in scena e della recitazione, lodando e criticando, parlando e straparlando di recitazione, scene, costumi, regia, luci, cose di cui capivamo abbastanza poco, ma che cominciavamo a conoscere, affermando verità crollabilissime e bugie perfette, indossando quella che chiamavamo la necessaria faccia di tolla. Non si esitava ad andare da una città all’altra in una specie di tournée preparatoria al futuro cui aspiravamo, per vedere un amico già diventato attore che lavorava magari proprio con lui, per conoscerlo, per farsi vedere. Fu così per esempio per il Bugiardo di Goldoni con la regia di Ugo Gregoretti e Gigi Proietti protagonista che andai a vedere a Genova. In questo modo studiando e imparando la vita del Teatro e dello Spettacolo, dentro e fuori il palcoscenico.

Nel suo racconto di una vita di spettacolo, non una biografia, ma “quattro chiacchiere sul passato”, non c’è un milligrammo di autocommiserazione, di insistenza sulle difficoltà, ma solo quell’entusiasmo per la sua Arte che vediamo sgorgare come una sorgente fresca in ogni sua interpretazione, ma anche semplicemente la mattina quando arriva sul set sfoggiando un sorriso e una battuta che alleggerisce il lavoro e rallegra.

Le fasi della sua esperienza sono talmente tante che è difficile citarle tutte, dal CUT con Giancarlo Cobelli al gruppo 101 con Antonio Calenda, da Roberto Lerici a Ugo Gregoretti, passando per i più grandi registi che tutti abbiamo amato e amiamo come Scola e Fellini, Altman. Ma anche Sergio Citti, mai abbastanza lodato, un genio del cinema che aveva ricevuto l’arte dalle mani di Pasolini e ce l’ha restituita in una cinematografia personalissima, con capolavori indimenticabili, come Casotto che Proietti cita, rievocando l’irresistibile scena dei piedi “zozzi” per le scarpe che stingevano. Proietti, concludendo il suo libro, dice che vorrebbe ancora fare uno spettacolo intitolato “Cartoni animati”, incentrato sui barboni. Colgo io la coincidenza, quello fu anche il titolo di un film di Citti che purtroppo nessuno o pochissimi videro. Ne chiesi notizia a Ninetto Davoli quando anni fa ebbi il piacere di lavorare con lui, mi disse che evidentemente non era venuto bene o non ne era stato soddisfatto lo stesso Sergio Citti. Auguro a Proietti miglior fortuna.

Proietti rievoca la mirabile stagione del Teatro Tenda di Molfese. Anni indimenticabili, entravamo gratis con la tessera dell’Accademia o invitati da amici. Lì ho visto grandi attori, Proietti appunto, Vittorio Gassman all’asta, Eduardo De Filippo, Jango Edwards, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il famoso Masaniello di Armando Pugliese con Mariano Rigillo e Lina Sastri. Il Teatro insomma.

I miei personali ricordi poco hanno a che fare con le intensissime avventure teatrali di Gigi Proietti, ma lui me li ha evocati con le sue Memorie. L’unicità della sua storia artistica diventa universale quando ce la racconta e ci fa sognare almeno una piccola identificazione con lui. Difficilissimo riassumere il suo libro, composto di mille e mille citazioni, occasioni, avventure teatrali. Ne cito una per tutte, tra le più recenti, l’avventura del Globe Theatre, costruito dalla famiglia Toti da un’idea, dal desiderio di Proietti che ci fosse magari anche un piccolo palcoscenico all’aperto, a Villa Borghese, per fare spettacoli estivi e che è diventato quel magnifico Teatro, luogo di riferimento a vocazione strettamente shakespeariana, sempre esaurito in ogni ordine di posti.  Il libro è da leggere per intero, con la voracità che lui ha messo e mette nella sua Arte, per provare a saziarsene ben sapendo che è impossibile. Il Teatro dal vivo, ma anche raccontato, specie se da lui, è cosa che più ne mangi, più ne respiri e più ne mangeresti e respireresti, comunque vi si assista, sia in scena (preferibilmente), sia in platea, specialmente davanti a quella carica vitale che lui mette in ogni suo “gesto” artistico, sia esso una canzone, uno spettacolo, un aneddoto, una barzelletta, una storia. Guardate e ascoltatene una, http://www.youtube.com/watch?v=qYY4HERByd8, “Il cavaliere bianco e il cavaliere nero”.

Incontrai una prima volta Gigi Proietti appena diplomato all’Accademia. Per guadagnare, ma soprattutto per stare in Teatro, quell’estate lavoravo come aiuto coreografo di Lydia Biondi per le Nuvole di Aristofane che stava mettendo in scena il grande Tino Buazzelli. Proietti mi ricevette in un piccolo studio al Teatro Brancaccio. Cercava un giovane attore, non so come o chi gli avesse fatto il mio nome. In quell’occasione, ahimè, dissi una di quelle mie scemenze poco meditate e che non ripeto, perché ancora me ne vergogno e non so come possa allora essermi venuta in mente, ma ricordo la sua espressione esterrefatta, così che tutto finì lì.

Ho avuto per fortuna l’occasione di rincontrarlo proprio qualche mese fa per un ruolo in una serie televisiva, per la regia di Luca Manfredi, di cui lui è protagonista. Già la scorsa estate al provino su parte, quando Pino Pellegrino, il casting, mi disse che si trattava di una serie con lui, impallidii per il timore di lavorarci, il timore del confronto. Feci in modo di non pensarci, il provino andò bene e mi scritturarono. E, desidero dirlo, in un cast completamente composto da Attori di provata esperienza teatrale, cosa rara e bellissima. Ho letto il copione ed ho ricominciato a tremare. Finalmente un personaggio diverso dai miei “cattivi” che pure amo molto, per una volta un personaggio sfortunato, incompreso e offeso, però in una delle scene con Proietti c’era una mia battuta che avrebbe potuto trasformare la situazione da tragica in comica. Mi sono detto, e se gli autori non mi autorizzassero a cambiarla? e se Proietti non volesse cambiarla e se ne approfittasse con la sua celeberrima ironia, io e il mio personaggio che fine faremmo? Non avevo fatto i conti con il suo genio e la sua delicatezza, quella delicatezza che hanno solo coloro che testimoniano rispetto assoluto per il mestiere e la condizione dell’attore con il quale si trovano a lavorare. Lui certo non aveva bisogno di quella battuta per prendersi la scena, l’abbiamo leggermente variata e abbiamo lavorato benissimo insieme. Un’ulteriore lezione di sensibilità per l’arte della recitazione e per i colleghi, di cui gli sono grato.

Insomma, caro Gigi (mi hai autorizzato tu a darti del “tu”, semplicemente girandoti a guardare chi altro ci fosse intorno, ogni volta che io rivolgendomi a te dicevo “lei” e tu “ma chi è ‘sta lei?”), del tuo libro ho detto ben poco, ma me lo sono proprio gustato.

Grazie Gigi, per la tua Memoria, ricordi tutto, proprio tutto e grazie per la tua Arte.

 

“Tutto sommato – qualcosa mi ricordo” di Gigi Proietti, Rizzoli editore, 241 pagine di insuperabile memoria, € 19,50 ottimamente spesi.

Attori che scrivono libri. Capitolo 5° (sarebbe il 6°, ma il primo non l’ho numerato). 

La mia memoria di regate risale agli anni ’90, ancora con la classe IOR (niente a che fare con la banca vaticana), l’ultima cui partecipai si combatté tra Talamone e la Giraglia, andata e ritorno. Tempo previsto per compiere il tragitto 3 gg. Tempo impiegato dal primo e unico che riuscì a circumnavigare la Giraglia prima che il vento e il mare si gonfiassero esageratamente, 2 gg. Mare altissimo e 50 nodi di vento di bolina all’andata e altrettanti di poppa a ritorno. Quando arrivammo in vista della Giraglia, il mare stretto tra l’isola e la costa della Corsica era così gonfio e il vento così forte che ci vennero in mente tutte le rappresentazioni pittoriche conosciute di naufragi, tanto belle ed esaltanti da vedere nei musei, ma così poco confortevoli da vedere da dentro che ci parve troppo pericoloso fare il giro dell’isola, la Giraglia appunto, con il rischio di non poter manovrare la barca e trovarci in balia di correnti e venti indomabili così che, come tutti gli altri che ci precedevano e seguivano, voltammo la prua in direzione del porto sicuro di ritorno, lo stesso della partenza, con la coda fra le gambe e lo scafo continuamente inerpicato sulle cime di onde altissime e immediatamente precipitato nelle conseguenti valli profonde, per un tempo, una notte e un giorno che a me parve esagerato da sopportare in quelle condizioni. Da allora il mare desidererei vederlo solo da una bella finestra magari vicino alla spuma da cui vergine nacque Venere, possibilmente con un’isola più o meno lontana che spezzi l’infinito, o a passeggio su una scogliera o spiaggia selvaggia. Andrebbe bene anche Ostia o Castelporziano, magari Gaeta, a Serapo o sul lungomare Ammiraglio Caboto. Anche d’inverno. Ma da posizione protetta e ferma, senza scossoni.

Le regate si svolgono per quel che posso ricordare, o a bastone, andata di bolina e ritorno di poppa, o a triangolo tra boe opportunamente posate dalla giuria di gara o tra isole che fungano da boe, per poche ore ed anche per percorsi di giorni e notti e settimane o mesi. Non sarebbe il caso di ricordare qui, ma tant’è, quando durante i campionati italiani, all’alba, nel golfo di Napoli, neanche in una brutta posizione sul campo di regata, cercando il vento migliore, ci avvicinammo così pericolosamente alla costa di Ischia che ci arenammo, con comprensibile perdita di tempo e posizione e seri rischi per il bulbo, la deriva e lo scafo che però per fortuna risultarono integri, permettendoci di giungere buoni ultimi dopo 24 ore di percorso. Poi ci sono le coppe internazionali, la Coppa America, i Round Robin ad eliminazione, il magnifico Circling, la sfida per la partenza per conquistare il lato più a favore del vento, molto affascinante, un’aggressione continua, una fuga e uno scontro sempre evitato o cercato.

A bordo di un’imbarcazione a vela da regata e durante la competizione, succedono cose incredibili, nascono amicizie con la stessa facilità con la quale si spaccano irrimediabilmente quelle stesse amicizie consolidatissime.

Ecco, tutto quel che precede ha poco a che fare con il libro in questione, ma molto con ciò che quel libro ha evocato in me, come una madeleinette.

 

Citazioni.

Sequenza del Fanculo:

Il Pagliaccio Elettrico – Fanculo (omissis). Fanculo a chi scambia la sofferenza per debolezza. A chi pensa che ciò che vale per sé debba valere per tutti. A chi pensa che ciò che vale per sé e per molti debba valere per tutti. Fanculo (omissis)”.

L’omissis non è per censura, ma perché se si vuole leggere il libro bisogna comprarlo e appunto leggerlo.

” (omissis) In acqua magari ci si insulta pure durante una regata. Può succedere di tutto. Si urla animatamente. A volte sbagliando ci si offende anche. Ci sta tutto. Magari ci si picchia pure, se si è un po’ fuori di testa come noi. Ma se c’è chi riporta a terra la sua rabbia e il suo risentimento, vuole dire che è troppo pieno di sé per essere un uomo di mare e con il mare non avrà mai nulla da spartire. (omissis)”

“(omissis) Ma la gente cosa ne sa delle tue promesse non mantenute, di quella lotta anche contro te stesso per un amico. La gente non lo sa. (omissis)”

Paulo e Flavio, all’inizio del libro, il loro personale Circling lo hanno già eseguito. L’aggressione c’è già stata. Ora davanti al comitato di regata costituito da loro stessi e poi da un paio di avvocati, cercano di venire a capo dei prodromi e delle conseguenze di quell’aggressione. La particolarità è che sì, i due hanno navigato insieme, ma le regate di cui narra il bel romanzo sono appunto a terra, “bastoni” lungo la spiaggia, “triangoli” tra le rispettive residenze e il circolo velico. Scontri e sfide condotte di bolina, virando quando l’altro vira, coprendosi il vento, ingannando con manovre repentine l’avversario, facendogli credere di andare in una direzione quando invece se ne prende un’altra che sorprenda.

Tutti i marinai si raccontano le regate appena svolte con quei gesti un po’ ridicoli e un po’ teneri delle due mani accostate in verticale a simulare l’andatura delle barche, la direzione del vento, le scelte fatte e quelle che si sarebbero dovute fare.

Paulo e Flavio nello stesso modo combattendosi dialetticamente si raccontano le posizioni e le scelte, le conseguenze delle andature e delle manovre – andature e manovre nella e della vita – anche ricordando, ma poco, quel che accadde in mare, con Paulo esposto al trapezio del catamarano di Flavio, mentre quest’ultimo con acido colpo di timone quasi affoga il primo. Ma le regate di cui discutono, amo immaginare anche mimando con le mani i corpi delle barche, i loro stessi corpi, sono appunto regate di terra, sono il loro amore e il disamore. La loro amicizia. Sono dialoghi che si sviluppano apparentemente registrati dal vivo. E se così fosse non ci sarebbe nulla di male. Sarebbe anzi giustificato narrativamente da ciò che scopriremo verso la fine della sfida, cioè che entrambi i protagonisti, l’uno all’insaputa dell’altro, uno direttamente ed uno per interposta persona, appunto registrano i loro dialoghi. Che ciò sia o meno la confessione dell’autore riguardo il metodo di scrittura utilizzato, è decisamente poco importante. Più importante è la stupefacente linearità con la quale l’autore Paolo Montevecchi lascia dipanarsi e scioglie dialoghi assai contorti, come sono quelli della vita, quelli della strada, quelli dell’amore, dell’amicizia, i dialoghi presi dal vero o, al vero perfettamente assimilabili.

Certamente invece è un outing di genere continuamente affrontato e rimandato e negato e proposto dai due protagonisti. Un’amicizia continuamente accettata e rifiutata, contesa e contestata.

Io non sono un critico e questa non è una recensione, ma solo il piacere di pensare ancora al bel libro appena letto che si divora senza mai stancare, pieno di inversioni di marcia e colpi a sorpresa nonostante il tema sia chiaro: un duello all’arma bianca come non solo la spada o il fioretto invitano a fare, ma anche il mare e tutte le tensioni che su quella superficie si scatenano per poi riflettersi e ripetersi sulla terra ferma. Il mare tempestoso e imprevedibile della vita.

Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere e lavorare con Paolo Montevecchi proprio nell’estate del ’96. Indimenticabile il passo alla Michael Jackson che impose al suo personaggio del soldato nello spettacolo Romolo il grande di Dürrenmatt, a Spoleto, protagonista l’indimenticabile, grande attore e maestro Mario Scaccia. Sì, Paolo è attore e anche musicista, ha infatti composto le musiche per altri spettacoli di Scaccia, ma è anche paroliere e compositore come per esempio della bellissima Ayrton che volle cantare Lucio Dalla.

Questo libro delizioso, Regate di terra, i cui protagonisti sono spesso preceduti dal bizzarro corifeo Il Pagliaccio Elettrico che si fa voce narrante, offre anche la possibilità di ascoltare l’autore stesso leggere interi passi attraverso la app per la lettura del codice Q-R. Io me ne rammarico assai, ma non l’ho utilizzato, perché quando ho provato a scaricare l’applicazione, l’avrei anche dovuta autorizzare a fare dei miei dati e della mie altre applicazioni quali macchina fotografica e galleria fotografica, rubrica forse e altro, ciò che essa stessa (l’applicazione di lettura del codice) a sua propria sintetica ed informatica volontà, avrebbe deciso di farne. Pensierino: non mi piace il collegamento diretto e incontrollabile tra tutti i cloud e google+ e device di ogni tipo per il quale se ti scatti una foto alla punta del naso, subito viene postata in FB o su twitter o su linkedin che subito a sua volta si preoccupa di girarla a tutta la tua rubrica. Un po’ di riservatezza, diomio. Peccato avrei desiderato ascoltare la voce di Paolo.

Eppure questo Regate di terra che molto ho amato, appare anche come un diario intimo che dopo stampato e diffuso, conserva poco di privato, così come si conviene a dei personaggi la cui funzione è, credo, esattamente quella di svelarsi, altrimenti poco senso avrebbe la loro vita letteraria.

Ultimo rammarico: già un anno fa cercai di comprare il libro a Milano, ma anche nelle grandi librerie, compresa le Feltrinelli, non riuscii a trovarlo e nel caso l’avessi ordinato, i tempi di consegna avrebbero superato i miei tempi di permanenza in quella città dovuti alla mia tournée teatrale, ma ora ce l’ho e ne consiglio la lettura.

Regate di terra di Paolo Montevecchi, pagine 221, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 13,00 € (ben spesi).

Ordinatelo nelle vostre librerie o scrivete a: Lucia Malatesta, regatediterra@libero.it, vi dirà come fare ad ottenerlo.

 

P.S. Mi sono lasciato convincere dalla curiosità ed ho scaricato l’app i-nigma per la lettura del codice QR, beh, funziona e i filmati sono imperdibili, fatelo anche voi.

Limbo

19 Agosto 2013

Il Limbo è una condizione. E’ anche un luogo sospeso tra Cielo e Terra tra Inferno e Paradiso.

Per Dante è il primo cerchio dell’Inferno, l’unico pieno di luce, ma nel suo Limbo ci sono uomini giusti e grandi. Non è il mio caso.

Il Limbo è quella condizione di attesa che potrebbe risolvere solo Dio. Mah.

Il Limbo è quella condizione che gli attori vivono sempre. L’attesa di qualcosa che accada. Anche quelli che si danno molto da fare sono sempre nel Limbo, nell’attesa di una risposta, di un collega che legga un testo, che lo legga un produttore, che arrivi un assegno, che si venga scelti chissà come e perché da un regista. Sempre che una rete televisiva pubblica o privata non metta il veto.

Sempre nel Limbo, nell’attesa che qualcosa accada.

Il Limbo ha 12 fasi. Tutte uguali ovviamente, sennò che Limbo sarebbe.

Ora è Agosto, tutto si ferma. Sì certo, c’è Locarno, il mio primo amatissimo Festival del Cinema, ero quasi ancora bambino almeno relativamente al mio lavoro, protagonista però dell’ultimo film in Bianco e Nero della RAI. Gianni Amelio. Valerio Zurlini. Sven Nykvist, sì, credo ci fosse anche lui, il direttore della fotografia di Ingmar Bergman. La proiezione in piazza sullo schermo grande, che meraviglia. 12 ore di treno in seconda con compagne di viaggio delle altrettanto giovani ragazze francesi tra le quali Brigitte, che bel nome, dissi, Brigitta, come la fidanzata di Paperoga (per un giovane attore pensare a Paperoga invece che alla Bardot forse non è stata una gran figura di professionista e forse la ragazza c’è rimasta pure male)! Feci una fatica col mio francese a spiegare chi fosse il papero citato, ma alla fine risero. Ci venne anche mia mamma, in macchina, con mio fratello grande. Chissà perché Locarno passa inosservato? Prima era quasi Agosto e si era nell’attesa che tutto si fermasse. Poi verrà Settembre con il forte impatto della Mostra del Cinema di Venezia che sembra ridare sprint alla vita, ma tutto si conclude con la serata dei premi, e anche le polemiche si spengono. Allora si spera tutto ricomincerà ad Ottobre, quindi si deve aspettare che passi anche Settembre, ma per fortuna, privato della settimana di Venezia, è breve. Poi ad Ottobre, beh, i giochi sono già stati fatti alla fine della stagione precedente e allora si aspetta Novembre che porti una novità, ma è troppo vicino a Dicembre e tutto si rifermerà per le feste del Santo Natale. Qualcuno rompe l’attesa nel Limbo delle feste e spergiura che l’anno nuovo sarà diverso, ma a Gennaio la ripresa dell’attività è lenta e si è già persa almeno una settimana quando non 10 giorni perché alcuni, produttori, notabili, funzionari, devono evitare le file del rientro, allora si guarda già a Febbraio e al festival di Berlino che appena passato si deve guardare a Cannes. Cannes sembra durare almeno 3 mesi e si porta via Marzo Aprile e Maggio. Poi ci sono i David di Donatello e si premia la Bui, meritatissimamente, non c’è dubbio, lo dico senza sarcasmo né ironia. Anche se forse non è proprio l’unica attrice italiana. Ed è subito Giugno, piove e fa freddo e non si ha una gran voglia di lavorare, si guarda a Venezia per i primi di Settembre, se un film non l’hai già fatto, certo non ci vai. Così si scioglie anche Luglio e ad Agosto tutto è fermo.

Ma quelli che fuori dal Limbo partecipano a tutti i festival e sono sempre impegnati, tanto che non riescono a leggere una sceneggiatura o almeno non le mie, quando le leggono quelle degli altri? quando li fanno i film che poi partecipano a tutti i festival?

Qualcuno, anzi molti ora sono nel Limbo. Altri, pochi e sempre gli stessi, nei gironi paradisiaci del lavoro.

Il Limbo è una gran brutta condizione, sembra abbia pareti d’acciaio impossibili da scalfire.

Dove sarà la porta per uscire?

E soprattutto, come ci si è entrati?

“Così come l’umore mi spinge a fare, racconto con qualche parola in più di un normale post, qualcosa che vedo e che sento sia fisicamente che nell’anima. Un appuntamento mensile, o a cadenza leggermente variabile. Ogni commento è gradito.”

 

A Nina, pattinatrice.

 

Odo tintinnar di pasticche. E tremo.

Oh Nina, come sei bella tu che volteggi veloce ed armoniosa sui tuoi pattini taglienti, tu che ti giri, voli, vinci la gravità, ti blocchi t’inchini e riprendi a tempo di musica, contro la musica, libera volteggi nel cielo del tuo ritmo interiore.

Nina, come sei bella tu che disegni la tua costellazione privata legando ogni stella all’altra con il filo pericoloso dei tuoi pattini acuminati.

Nina che tagli il ghiaccio, Nina che disegni dei cerchi come i marziani sul grano e nessuno ti ha visto sfiorarlo.

Nina come sei bella con quei tuoi sguinci dreadlock.

Nina come sei bella nel pieno dei tuoi 15 anni. Nina come sei bella.

Nina come fai a trasformare tutta questa rovina italiana nel tuo mondo liquido, fluido, cui solo tu sai dare forma e grazia?

Nina.

Nina, perché non parli?

Nina quando volteggi in cielo capovolgendo le leggi della fisica, mi ricordi i racconti di un compagnuccio di scuola, Romolo, avevamo anche noi non più di 15 anni, e lui, al suono maestoso superbo e sontuoso dell’organo di Bach sfiorato dalle mani sapienti di Fernando Germani, nella basilica romanica, ma all’interno barocca, dell’Aracoeli, lì, lì dentro dove braccia e piedi spuntano tridimensionali dalle stazioni di una Via Crucis lisergica, lì, accanto al Campidoglio, ma separata da una scala faticosa, bella, romanica come la facciata stessa della chiesa, Romolo mi raccontava come con un triangolino di carta lasciato sciogliere in bocca, poteva volare, poteva vedere villa Borghese ergersi e muoversi, l’acqua delle sue fontane fermarsi e tornare indietro come prima solo il Mar Rosso al passaggio degli esodi, staccarsi i pistilli delle fontane ed allungarsi, cambiare di colore gli alberi come nemmeno le stagioni saprebbero fare, sentire l’aria farsi sostanza, liquida, da attraversare a bracciate o volando come ora sapeva fare, mentre ti invade il corpo, i polmoni e soprattutto lo stomaco che subito se ne libera con un conato per lasciare spazio ad altre fantasmagorie Disneyane, dove non poteva allora la matita e dove ancora oggi non può arrivare nemmeno l’elaborazione informatica sperimentale, arrivavano i suoi occhi a ricomporre il mondo visibile, a capovolgerlo, solarizzarlo come un ritratto di Andy Warhol. A scomporlo in infiniti punti, ciascuno di un colore diverso, in infiniti colori, acidi, appunto, il blu, il verde, il giallo più del sole disegnato ancora tra due colline verdi e marroni, ma che ora si stacca e percorre in un istante il giro quotidiano per ricomparire un istante prima che si sia mosso, lì, proprio lì da dove si era sganciato.

Nina. Tu vedi quei colori, Nina_ tu mi fai vedere quei colori.

Nina! che fai lì ferma, senza scarpe e senza pattini taglienti da indossare? Nina che fai riversa nell’encausto del tuo vomito rancido?

Nina, alzati, vieni via. Nina.

Nina cosa fai con il tuo seno scoperto cui si appende il tuo corpo? E’ bello, lo vedo, ma perché lo tieni al vento? Copriti, Nina.

Nina ci vorrà del tempo, ancora molto tempo prima che possa soggiacere il tuo splendido seno alle accidie del tempo. Nina hai tempo per cedere al tempo. Sei ferma a guardare il tempo scorrere come un fiume impetuoso? tu, Nina, ferma? tu che lo navigavi con la forza delle tue reni, delle tue braccia, Nina che ci fai ferma sulla riva? Nina, tu che viaggiavi?

Nina, perché non parli?

Nina, io non sono Michelangelo, io non ti sferrerò una martellata per protestare il tuo silenzio.

Nina, il tuo silenzio ed i tuoi occhi sbarrati, scavati dall’incauto scalpello di un venditore di sogni mancati, parlano, eccome se parlano: sei tu non la mia, ma la nostra Pietà. Una Pietà trascurata cui né io né altri abbiamo saputo dare una risposta.

Tu non meriti Nina, quel colpo di scalpello.

Hai l’aspetto che ti ha dato Michelangelo, hai l’aspetto della Proserpina rapita del Bernini, dei Prigioni che staccarsi vorrebbero dalla terra per aspirare al cielo dello spirito puro. E te ne stai lì, ferma, zitta, immobile. Catatonica?!

Nina, lo sai che tu che facevi sognare, hai dentro di te la forza per sognare ancora?

Nina, non hai bisogno di angolini di carta impregnati di acido lisergico per sognare. Lo sapevi che si chiama così?

Nina, muoviti. Perché mi guardi senza vedermi?

Nina, cosa vuoi da me, cosa vuoi ottenere da me?

Ho quasi sessant’anni, tu 15, cosa vuoi da me, mostrandomi il trionfo del tuo seno che guarda il cielo? dei soldi? solo dei soldi, vero? Mi prometti amore, mi illudi, ed io coglione che ci credo, che mi lascio illudere ascoltando il racconto del tuo mondo che cambia colore al comando di un chicco di chimica ingoiata per ribellarti alla tua salute di ferro, per ribellarti alla tua immortalità, ma che amore è questo che pago un tanto a tetta? Che amore è quello di un corpo immobile che non sa più godere?

Nina, i tuoi occhi sbarrati pensano al futuro e il tuo futuro si spegne tra pochi istanti, prima ancora del mio inutile piacere, quando ti comprerai con il mio orgasmo una manciata di spugnette lisergiche, per continuare di flash in flash una strada che non diventa cinema, non si fa film, anzi, di flash in flash, si spegne.

Nina, non hai bisogno di inghiottire la chimica, il mondo fluttua come un tempo facevi tu sui pattini. Puoi vederlo lo stesso. Puoi vederlo ancora.

Nina cercando di vedere il segreto del mondo fluido, hai spento la tua capacità di guardare.

Nina non sbarrare gli occhi.

Vuoi l’amore?

No, Nina, non posso dartelo, quello che mi chiedi nel mio mondo invecchiato si chiama ancora stupro, abuso, violenza, violenza su minore.

Che me ne faccio della tua bocca sdentata?! No, nemmeno un pompino.

Eh? come? ma come cazzo parli? Non ti capisco. Grugnisci.

Guardati Nina. Guardati, ma non allo specchio, guardati come sei. Guarda se vedi qualcosa di quel che eri.

Come? eh? non ti capisco, grugnisci. Grugnisci e forse pensi che sia poesia?

Nina, guardati. Guarda quel che sei.

Nina, tu che sei minore solo d’età, tu che hai quegl’occhi che incantano, che incantavano, perché li tieni sbarrati?

Perché ti assordi di una musica che viene da fuori uguale sempre a se stessa come se la combinazione delle note fosse finita e ci aveste rinunciato, tu Nina, tu e i tuoi amici?

Posso smettere quando mi pare. Dici, cioè dicevi.

Va bene Nina, vengo con te, ci voglio provare anch’io. Se tanti di voi e tutti belli e tutti immortali vi ci ammazzate, ci sarà una ragione, Nina, voglio provare, portami con te. Parto, voglio partire con te con il tuo trip, è così che lo chiami vero? provo anch’io, ma solo per i tuoi begl’occhi. Io che sono ormai maturo, forse decrepito, non rischio di perdere altre cellule cerebrali che quelle che naturalmente brucia l’età. Tu ne hai ancora tante e si rigenerano, perché vuoi fermare il loro proliferare in un ultimo lampo? solo per quel flash di un istante? Nina.

Nina, lo sai che i camorristi sperimentano il taglio delle droghe sintetiche, ma ormai sono tutte sintetiche, su quelli come te? lo sai come li chiamano? Zombi. E lo sai perché? perché sono dei morti viventi e se al taglio lisergico o comunque chimico che sia, non resistono e ci lasciano la pelle, va bene lo stesso, tornano al mondo dei morti al quale si sono inconsapevolmente consacrati.

Nina, gli dei non hanno bisogno di un’altra vestale lisergica. Il Pantheon è morto anch’esso, non ci sono gli dei, ci sei solo tu nata dalla spuma del mare.

Posso smettere quando mi pare! Dici. L’hanno detto tutti.

Voglio dirlo anch’io. Posso smettere quando mi pare!

E ora, alla mia prima prova, lo dico anch’io, e se anche non mi fermo che importanza può avere? Poco mi resta da vivere e voglio farlo tra le tue gambe bambine. Sì, ti darò anche dei soldi, se insisti, ma domani mi porti un altro pezzetto di carta impregnata (di lisergico).

Posso smettere quando mi pare.

Con te il mondo mi è sempre parso liquido. Guidami, guidami tu ora, vestale di un dio che non esiste, guidami ora tu sotto la superficie del tuo corpo e del fluido in cui trasformi il mio sangue, portami in viaggio con te sotto la tua epidermide, dentro di te. Ancora un trip. Il biglietto per il viaggio te lo pago io, me lo pago io, ce lo paghiamo noi, con la tua giovane età. Nina, 15 anni!

Nina, cosa hai visto che io non vedo? perché piangi? Ah, ecco, il mondo ti fa paura, ma lo sfidi e ci ridi, ah ecco, non sono lacrime di dolore, ma di riso. Sì ridi Nina, ridi di me che non posso penetrarti, ridi di me che ti penetro nella sostanza liquida di cui è fatto il tuo corpo, ridi mentre mi immergo e soffoco senza più sperare di riemergere.

Ecco Nina, quanto ti avevo promesso? 10? 100, addirittura?!

Va bene, ma domani portamene ancora e porta pure quella tua amica.

Nina cosa fai lì immobile, ferma, con gli occhi sbarrati, vai ora e portamene ancora. Vai!

Sai dove ti porto oggi Nina? alla pista di pattinaggio, dove nessuno volteggia più come tu facesti un tempo, ma con le nostre spugnette di carta sapremo volare.

Nina non ti fermare.

Nina lasciami qui su questa panchina, non ce la faccio più a respirare, ma fra poco l’effetto passerà. Voglio smettere Nina. Io posso smettere quando voglio. Ma non trovo la porta per uscire, tutte le porte danno all’interno. Dove sei Nina, non mi abbandonare, aspetta che sia passato il flusso fragoroso e acido, aspetta Nina, dammi una mano ad alzarmi, Nina, dove cazzo sei, Nina.

Vedo volare il tuo corpo, forse è l’anima, ma non può essere la tua, tu l’hai venduta anni fa Nina. In un pacchetto, l’hai venduta insieme ai tuoi 15 anni ed insieme ai miei sessanta, del resto chi se li sarebbe comprati i miei senza i tuoi. Nemmeno il diavolo, nemmeno il tuo dèmone.

Nina vedo il tuo corpo decrepito, la tua bocca senza denti, le tue parole senza senso, la tua rabbia tardiva. Nina, non puoi più farci niente. L’hai gettata alle ortiche la tua giovane età, Nina, 15 anni!

Ma tu almeno Nina, vedi ancora qualcosa? No?

Di flash in flash hai perduto la vita. Vita e memoria della tua vita. Anche la vista. Anche i tuoi begl’occhi.

Non sono più in vendita i biglietti per partire e meno che mai quelli per tornare.

Nina, sei lontana, aveva la tua vita colori che non hai più.

Aveva la mia vita colori che non ho più*.

*Versi mutuati da una meravigliosa poesia di Sandro Penna.