Meticci

25 Novembre 2014

Ancora sui cani neri con la macchia bianca.

Certo Enrico Alleva difficilmente potrà condividere la mia ricerca.

Io però posso affermare che i cani neri con la macchia bianca sono i più antichi del mondo.

 Dal Sanscrito, Diluvio Universale, l’Arca di Noè:

 (trad. e poi venne  la coppia di due cani neri maschio e femmina, con la macchia bianca sul petto).

Il problema di Noè caricando l’Arca era evidentemente quello di tutti gli stivatori, farci entrare tutto e tutti perché poi passato il diluvio, di nuovo tutto e tutti dessero vita a tutto e tutti.

Ovviamente non poteva caricare una coppia per ogni razza e una coppia per ogni variazione di razza.

Così caricò una mucca e un toro per tutte le mucche e i tori, un bufalo e una bufala per tutte le bufale, un bue e un asinello per tutti i presepi e così via.

Ma Noè, pochi lo sanno, era un informatico ante litteram.

Zippò le razze e in ciascuna coppia concentrò tutte le variazioni, così che fosse sufficiente poi decomprimerle e ritrovarle tutte.

Ciò è meravigliosamente evidente nel caso del cane nero con la macchia bianca. Avrete certamente notato come quando qualunque razza si accoppi con una razza diversa ne escano fuori sempre cani neri con la macchia bianca? Non importa quale razza vi sia all’origine. Tant’è vero che quando due cani neri con la macchia bianca si accoppiano, non fanno altro che decomprimere le razze in essi contenute, infatti nelle loro cucciolate si possono trovare esempi di ogni origine, ogni carattere, ogni umore, ogni qualità.

Magari ci si potrebbe chiedere perché il file zippato risultasse proprio nero e bianco, ma è facile dedurlo. Noè non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, tanta luce forse, tanto buio forse, era necessario per lui e per la ciurma, poter individuare i cagnolini di giorno per il manto nero e di notte per la macchia bianca, per poterli sfamare.

Ci si potrebbe chiedere ancora perché proprio i cani indossassero una livrea così straordinariamente elegante, anche questa risposta è facile, perché nel caso, dopo il diluvio, avessero voluto sedersi tutti insieme a festeggiare il ritorno della primavera, sarebbero stati pronti sia per servire a tavola i compagni di ciurma che, per accomodarsi, elegantemente vestiti. Vestiti da cani.

Ma soprattutto per dar l’esempio all’uomo, per invitarlo a mantenere dignità in ogni occasione.

Evviva i meticci che siamo.

da tempo devo qualche spiegazione, sempre che interessi qualcuno.

In una breve pausa della tournée, avevo scritto:

Il ritorno a Roma è bello. Rivedere la mia città adorata con la speranza che qualcosa sia migliorata e ritrovarla lercia e confusa, trasforma subito la speranza in delusione.

Tornare anche per pochi giorni mi provoca un’ansia che mi pervade nel corpo e nell’anima. Questo breve soggiorno è la prova generale di quel che sarà tra un mese al ritorno definitivo. La fine di quel tempo sospeso che è la tournée. Viaggiare, recitare, sono la normalità che mi sottrae ai doveri quotidiani, non li rallenta come quando prendo l’autobus per tornare a casa, li sospende. 

In viaggio sembra tutto possibile, incontri, ristoranti, alberghi, quasi una vita di lusso, anzi paragonata alla vita di tantissimi altri è un lusso incalcolabile. Ma l’incertezza del futuro, dopo una parentesi di sospensione, mi ripiomba nell’ansia, forse angoscia.”

Poi:

Dante non si occuperebbe di me, semmai mi metterebbe all’inferno nel girone aggiunto dei fortunati. Dei fortunati che non hanno saputo far profitto della propria fortuna, dei doni ricevuti. Sì, sono fortunato. Vengo da due mesi di tournée teatrale e ripartirò per altri 10 giorni fra una settimana. In un periodo in cui va male per tutti, in cui chi aveva risparmi gli ha dato fondo, in un periodo in cui tanti miei colleghi se ne stanno tutt’altro che spensieratamente a casa ed altri sono tornati addirittura al paese d’origine. In un periodo in cui le proposte di lavoro prevedono indecorosamente e senza alcun ritegno né vergogna, la gratuità della prestazione d’opera, come investimento personale, anche lunghissimo e duro, quando invece dovrebbe essere il contrario, proprio perché l’economia non gira, ancor più di prima si dovrebbe pretendere un compenso per la propria attività. In un periodo così disastrato politicamente economicamente moralmente, chi come me ha avuto la fortuna di lavorare in un grande spettacolo, altamente professionale, commerciale, nei più grandi Teatri italiani, con un vasto pubblico plaudente e divertitissimo, non può, non posso io, che ringraziare il produttore e il culo che si è fatto per rendere possibile questo nuovo giro d’Italia al solo scopo di far lavorare 8 attori e 4 tecnici più i trasportatori e i Teatri e, speriamo, divertire il pubblico. In questo tempo sospeso durante il quale si naviga numerose volte da est a ovest, da ovest a est, disperandosi che non si riescano ad ottimizzare i percorsi per ragioni di date stabilite da numerose altre compagnie e dai Teatri, nonostante l’informatica che potrebbe permettercelo; navigando da nord a sud e viceversa, si percorre quel mondo che i miei genitori solo in parte visitarono per il loro viaggio di nozze e dove altrimenti noi non saremmo mai approdati. Si vedono città e paesi dotati di monumenti incantevoli, capolavori della pittura e della scultura, chiese normanne, barocche, bizantine, romaniche, gotiche, musei o anche semplici strade, spesso così pulite da far disprezzare il ricordo del proprio quartiere smerdato, altre volte talmente disperanti da far rimpiangere la sozzura di questa Roma devastata dai politici e dalla cacca. In questo tempo sospeso in cui non si vede la televisione, si mangia il più delle volte negli autogrill, si litiga, si fa pace, si sperimentano le varie tecnologie possedute da ciascuno, si ripetono le domande: meglio Apple o Android? IPhone o Galaxy? dove svoltare a destra o sinistra (nel senso proprio della strada)? come si interpreta il navigatore, o le mappe, o i Tom Tom? Ma come facevamo a viaggiare 30 anni fa senza tutte queste guide GPS? Ci si fermava semplicemente a chiedere informazioni. Partiti magari da Milano e chiusa la portiera sull’accento meneghino, a volte non si resisteva e si scoppiava a ridere in faccia al mal capitato fornitore di indicazioni, per l’accento bizzarro di Livorno o al calabrese stretto di C(h)at(h)anz(h)ar(h)o aspirato come quello fiorentino, o al veneto cantalenato delle Baruffe. Si viaggiava e si benediceva il cielo, non il contrario, sì, eravamo noi a benedirlo, di averci concesso 6 mesi di tournée, diventati poi 4, ora 2. Si abitava privilegiatissimi in alberghi a 4 stelle, poi 3, poi 2 poi B&B non sempre decenti, qualcuno da un affittacamere, retrocedendo nelle ambizioni e nelle speranze, ma felici la sera in palcoscenico per 2 ore e mezza di spettacolo, più la celebre mezzora, intesa come 35 minuti prima dell’orario di manifesto, prima dei quali è obbligatorio trovarsi in Teatro e darne segno al direttore di scena, poi lo smontaggio, noi attori del semplice camerino, i tecnici dell’intera monumentale scena che deve subito ripartire per la città successiva per essere in un nuovo Teatro almeno alle 8 di mattina per cominciare il nuovo montaggio. Fatiche diverse, ma benedette, benedette in tempo di vacche grasse, ora ancor più benedette da noi pochi fortunati che ne godiamo.

In questo tempo sospeso in cui si traversa in lungo e in largo il nostro bellissimo e disastrato paese c’è chi come il produttore, l’organizzatore, il regista lavorano dall’alba all’allargamento della tournée, al recupero dei compensi che i Teatri dovrebbero già aver pagato dall’anno scorso e che invece latitano, alla costruzione di nuove occasioni e nuovi spettacoli, c’è chi intrattiene rapporti e relazioni che tornino negli anni a venire, c’è chi dorme fino a mezzogiorno, l’ultimo momento utile per lasciare l’albergo, oggi chissà perché anticipato alle 10, c’è chi appunto lava e stira i costumi perché siano pronti la sera per il nuovo spettacolo, c’è chi si porta altro lavoro da svolgere al computer per arrotondare la paga insufficiente, c’è chi prepara gli esami per l’università, c’è chi si fidanza dentro e fuori la compagnia, c’è chi prenota gli alberghi per tutti o i B&B e, pur generoso, si becca i rimproveri di tutti gli altri ai quali non va mai bene niente, ma la sera in palcoscenico, questo spettacolo sospeso nella realtà, come al binario 9 e 3/4 del maghetto, va in scena. A volte il pubblico numeroso ed entusiasta ripaga tutti delle fatiche e aggiunge gioia alla nostra fortuna di essere in scena, altre volte mi viene anche il dubbio che non capiscano la pur semplicissima trama. Fare una commedia che dovrebbe far ridere e non beccare la risata di comprensione, può avvilire l’attore (io) fino a fargli pensare che non sia più il suo lavoro. Il pubblico è diverso l’uno dall’altro, di città in città, di sera in sera, certo, ma se non ridono lì dove ce lo aspetteremmo la colpa è solo dell’attore, mia. Anche di altri magari che pur di beccare una risata esagerano il personaggio verso strade ad esso estranee, parlo di un mio partner diretto che mi lascia tutte le sere basito costringendomi ad una pausa di “vergogna” che diventa drammaturgia e che moltiplica il piacere del pubblico, ma io so che non è quello il personaggio e so che il mio collega vuole solo prendersi la soddisfazione di far ridere il pubblico con una battuta che anche detta male farebbe ridere lo stesso ed appunto, pronunciandola malissimo ed esageratamente o anche benissimo, ma come prelevata da un altro spettacolo, un altro personaggio, ottiene il suo onanistico compenso. Ma gli voglio bene lo stesso e so che la mia pausa di stupore per il lavoro del mio collega viene interpretata dal pubblico per una pausa di stupore del personaggio. Tutto torna. Il pubblico ride, talvolta applaude. E lo spettacolo va avanti.

E quando si intuisce in quinta un tecnico o un collega o addirittura il capocomico, forse anche un pompiere (per l’unica sera, lui) addetto alla sicurezza del Teatro, che ancora ride, magari un po’ meno di cento repliche fa, ma pur sempre ancora, alla mia, alla nostra scena, è gioia e piacere fisico insieme.

In questo tempo sospeso che è donato a noi attori fortunati che lo possiamo trascorrere in scena, corrisponde un tempo che ci verrà restituito. Disse un regista cui devo molto, che gli attori vivono più degli altri comuni mortali perché appunto il tempo trascorso in scena è un tempo sospeso che cumulato gli verrà restituito. Purtroppo non è vero, e poi ormai trascorriamo troppo poco tempo in scena, ma quella sospensione del tempo di scena anzi, duplica, intensifica la nostra vita che viviamo da esseri umani e da personaggi strappati alla carta, non ci toglie nulla, anzi ci arricchisce, ci esalta, ciascuno a proprio modo, esalta anche le anime e le tensioni negli scontri di scuole di recitazione diverse o diversissime, o peggio, ma magnifico, negli scontri di vuoti di memoria, tensioni interpretative, voglia di improvvisazione. In questo tempo sospeso, solo io non faccio nulla. Non gioco a Ruzzle, non ne sono capace, ma imparerò, non navigo in internet, mi poggio in macchina come un pacco, qui e là mi agito un po’, cerco di avviare qualche discorso di Teatro, ascolto quel che gli altri dicono, non siamo mai d’accordo, ma troviamo una sintesi, sempre, all’autogrill. Scarichiamo le nostre tensioni ed insoddisfazioni prendendocela con uno o l’altro dei nostri colleghi, non sempre assenti, talvolta col capocomico, tal altra con uno degli interpreti, mai con noi stessi.

In questo tempo sospeso mi capita di non far niente. Lusso, sfrenato e peccaminoso. Anche in alcune città che amo, ho passeggiato pochissimo, ho guardato i monumenti solo da fuori. Mi sono fermato a lungo solo davanti a Giorgione.

Sono stato alla finestra.

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando sono alla finestra sto lavorando?” pare si sia chiesto Jean Claude Carrière, magnifico sceneggiatore e collaboratore di Luis Buñuel.

Ma io, sto lavorando?

Io che scrivo moltissimo, che dico mi basti un tavolinetto su cui poggiare il computer, io che non vivo senza scrivere, non ho scritto che pochissimo. Perché?

E’ il tempo sospeso della scrittura, forse, specchio, copia, di quello sospeso della tournée. Senso intimo del viaggio. Stare in finestra, può essere anche una lezione.

Odio quelli che dicono che il nostro lavoro non sia un lavoro. Sì, è infinitamente più bello di qualsiasi altro, se poi lo si paragona ad altri lavori come la miniera, è chiaro, si rimane in silenzio. Ma è un lavoro. Tanto più bello tanto più rigore vi si applichi. Purtroppo non succede più come tanti anni fa che pur viaggiando ed avendo poco tempo a disposizione, pur dovendo replicare uno spettacolo la sera, il pomeriggio lo si dedicasse a provarne un altro che ci avrebbe tenuto in giro per altri 3 o 4 mesi. I Teatri chiudono, ahinoi. Ma è pur sempre nella sua sontuosa, maestosa ruvidezza, inconsistenza, mutabilità, un lavoro e un lavoro da privilegiati, sebbene di questo privilegio spesso godano persone, parenti, amici, amanti che non se lo meriterebbero (soprattutto in TV e un poco al Cinema, in Teatro è più dura far passare un raccomandato). E’ un lavoro e come tale deve essere retribuito. Ed anche di questo ringrazio la puntualità del mio produttore. So che molti altri non hanno né praticano lo stesso rispetto per i compagni di strada.

In questo tempo sospeso penso a quei miei colleghi anche più bravi di me che vedono invece sospesa la loro arte. Dubitano di sé, s’incancreniscono nel dolore, qualcuno reagisce, altri cercano altri lavori. Ma se lavoro non c’è come si può trovarne più d’uno. Alcuni ahimè, ahiloro, ahinoi, abbandonano.

Penso ad alcuni miei colleghi meritevolissimi e mi danno l’anima.

Il tempo sospeso della tournée, della scena, è il luogo della nostra vita.

Lo uso, non lo uso, non so. Lo vivo. E ringrazio.

P.S. Cito, non autorizzato e spero non me ne voglia, dal bellissimo blog “Lettere agli Amanti” di Lorenzo Gioielli, una parte del suo articolo del 23 Febbraio, dedicato a Barbara, la moglie di Giampiero Ingrassia, morta improvvisamente:

“Vorrei fargli sentire (a Giampiero) quello che ho sempre saputo e che lui ha confermato parlando della moglie in quell’occasione di stupefacente affetto che è stato il funerale di Barbara: che è un uomo con alcuni difetti e tanti pregi, in testa ai quali brilla la lieve profondità della nostra razza, la razza dei comici alla quale sono fiero di appartenere. Gente che sorride anche quanto sta cadendo tutto intorno, che rimane dritta quando non ci sarebbe altra possibilità che accasciarsi e singhiozzare. Gente che vive tutto fino in fondo e che se anche ha paura non lo dà a vedere, perché non è di buon gusto. Gente che conosce il mondo anche se dal mondo non è riconosciuta come la sua parte migliore.”

Ecco, io non sorrido più. Io ho paura. E ahimè, lo do a vedere. E questo mi mette fuori dalla razza dei comici cui volli appartenere. Mi mette dalla parte di quei comici che si disperano. Senza vergogna.

Con la speranza che tornino in scena.

P.P.S. Il mio lettore privilegiato mi suggerisce di sorridere, di indossare la maschera. Tranquillo, non me la sono mai tolta, se piango, mi dispero, temo, tremo, ho paura, avviene tutto sotto la maschera sorridente della leggerezza di scena, commedia o tragedia che sia. Ci si sfila la parrucca, ci si asciugano i capelli appiccicati, si sistema la maschera sulla sua testa di polistirolo e la si affida ad un altro viaggio.

Sì, la grandezza è nel non darlo a vedere. E se accade, lo si attribuisce al personaggio. E’ lecito.

P.P.P.S. No, in questo tempo sospeso della tournée, io non so scrivere. Io non so scrivere. Io non so scrivere in un luogo segreto, in un luogo riservato, in un castello incantato, in un eremo di montagna, in una villa hollywoodiana, questi fanno parte del tempo sognato e non necessario. Io ho bisogno del casino di casa mia, dei salti del mio cane, ho bisogno di dimenticare la caffettiera carbonizzarsi quotidianamente sul fuoco, ho bisogno di uno spazio rubato ai doveri (dio quante volte ricorre questa parola, doveri), ho bisogno del mio tavolo sul quale non c’è più spazio nemmeno per poggiar le braccia. Ho bisogno di un tempo confuso e sospeso nel quale guardare dalla finestra. Poi tornare. A scrivere. A sognare. Il tempo sospeso dell’eremo sul mare dal quale guardare al Teatro in tempesta. Il tempo sospeso dello spettacolo.

Del Teatro.

Attori che scrivono libri. Capitolo 2°

Da “L’Aleph” di Borges: “Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?”

E ancora: “Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse.”

Fabio Bussotti è un attore di provatissima esperienza professionale in Teatro come in Cinema. In questa occasione letteraria sembra aver messo l’occhio sulla “piccola sfera cangiante”. Sembra che lì possa aver scoperto i meccanismi della storia che ci racconta. Un giallo nelle mani del suo commissario Flavio Bertone che indagando sulla scomparsa di una misteriosa busta, non si sa contenete che cosa, ci porta dall’Esquilino di Roma a Buenos Aires, sfiorando Madrid. Risvegliando nel lettore l’angoscia per i delitti commessi dalla dittatura argentina, ma blandendoci con intrighi d’amore e letterari. Un intrigo ed un rebus che si risolvono nell’intrigo stesso e nel rebus. In una girandola di identità.

Qualche giorno fa durante una bella trasmissione radiofonica del pomeriggio di RAI 3, il dantista Vittorio Sermonti tra le tante cose importanti che diceva ha anche sottolineato come i brevi racconti di Borges fossero in realtà dei veri romanzi di magari solo 18 pagine. Diceva anche che oggi, avendo i romanzi una sponda cinematografica, durano in media un’ora e mezza come un film. Poi l’ingorgo s’è sciolto, il parcheggio si è palesato improvviso e non ho più potuto ascoltare altro, con rammarico sono dovuto scendere dalla radio/macchina.

Questo di Fabio Bussotti invece è, a mio avviso, un romanzo in piena regola, non un romanzo giallo. Non vorrei che la doppia definizione di romanzo e di giallo ne mutilasse l’ampiezza. Fa piacere che Liliana Cavani dica che potrebbe essere un bel film, certo potrebbe esserlo, ma questo romanzo ha la durata che gli compete, che gli necessita, senza sudditanze all’altro nobile media. E un romanzo che si divora, scritto con la classe di chi ha molto studiato i fatti, l’arte della scrittura e le opere di Borges. Ma non è un romanzo erudito, semmai è colto ed anche molto divertente, avvincente. Non una passeggiatina, ma una corsa condotta con estrema leggerezza. Un romanzo che assorbe il lettore.

La formazione teatrale del suo autore si legge in filigrana per piccoli segni, ma qui è narratore nella pienezza delle sue capacità.

Amo pensare che senza la minima intenzione di comporre un saggio, ma appunto solo un bellissimo romanzo, Bussotti abbia con semplicità, ma molto bene interpretato i temi universali cari a Borges, in particolare la personalità ed il suo sdoppiamento.

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti è edito da Perdisapop.

Le regole, capitolo 1°

14 Ottobre 2012

Com’è difficile rispettare le regole.

Sì, di regole desidererei scrivere spesso e tanto. Di quelle del vivere civile, di quelle del lavoro, di quelle del tempo libero, di quelle di grammatica che sempre sfuggono un poco, di quelle umane, di quelle fisiche, di quelle/

Oggi: Il codice della strada.

Un omino alla guida della propria utilitaria si aggira pericolosamente per le strade d’Italia. Contromano? No, solo nel rispetto dei limiti di velocità. Beh, un po’ come andare contromano.

All’omino l’assicurazione della sua vettura ha generosamente proposto di installare, per una modesta spesa aggiuntiva sulla polizza, un rilevatore satellitare che possa controllare il suo stile di guida che, se risultasse molto buono o eccellente, potrebbe portargli uno sconto massimo annuale del 25% per tre anni. Cioè il 75% totale allo scadere dei tre anni.

Felice, l’omino, ha subito accettato.

Per il satellitare tutte le strade, divise in 3 categorie, urbana, extraurbana e autostrada, hanno dei coefficienti di rischio secondo fasce orarie. Da poco rischiosa, a estremamente rischiosa. La peggiore è l’extraurbana di notte dalle 22 alle 5. La migliore l’autostrada di mattina dalle 5 alle 13. Le strade urbane hanno un rischio medio, poco la mattina 5-13, maggiore il pomeriggio 13-22 e più alto la notte 22-5. Non è previsto un percorso privo completamente di rischio, ma la combinazione di strade nelle fasce orarie migliori permette l’ottenimento di un bonus.

Tutti, più o meno, tranne i pazzi, rispettano le regole elementari, i semafori rossi, i divieti di conversione a U in autostrada o comunque con la semplice o la doppia riga, gli attraversamenti pedonali, i sensi di marcia e/

E? che altro c’è da rispettare?

Non mettersi alla guida dopo un paio di bicchieri di vino per evitare il ritiro della patente per una regola veramente pensata “a capocchia” che ha ucciso la socialità.

L’omino ormai esce la sera, se esce, in taxi oppure in autobus e ritorna con Cenerentola prima della mezzanotte perché almeno a Roma i mezzi pubblici di trasporto dopo quell’ora sono un inferno. Inutile fare paragoni con le capitali straniere.

Ah, ecco, cosa c’è ancora da rispettare, i limiti di velocità!

In città si sa sono al massimo di 50 Km/h, sulle tangenziali raggiungono i 70.

E per esempio la Cristoforo Colombo, che strada è?

Percorrendola da Caracalla al Palazzo dello Sport dell’Eur, l’omino, non avendo potuto scorgere un solo cartello che indicasse un limite specifico, ad un semaforo, essendoglisi accostata una vettura della Municipale di Roma, lo ha chiesto ai militi passeggeri. Pare gli abbiano testualmente risposto: “Boh, 60, 80 boh.” Figuratevi come possa saperlo l’omino.

L’omino ha quasi sempre avuto una Vespa Piaggio, 50cc, 125, 150, comprata regalata prestata, e l’ha sempre guidata come si guida una vespa. Svicolando. Altrettanto ha fatto con la macchina, una utilitaria (e se non portasse sfiga, rivelerebbe che non ha mai avuto incidenti, ma non lo dice, per superstizione), beh, fino all’installazione del satellitare.

Ora viaggia nel panico.

Provateci voi a rispettare i folli limiti di velocità posti sulle nostre strade urbane! grida l’omino in uno sbotto di rabbia.

Apparentemente l’omino è l’unico ad adeguarsi ai limiti sia in città che sulla tangenziale est di Roma che frequenta spesso: 70, 50, 60, 50, 70 e poi improvvisamente 30 a 500 m da un semaforo che interrompe lo scorrimento delle macchine. Ma come si fa a frenare da 70 a 30 senza l’urgenza di un pericolo? dice l’omino, e giura di essere il solo che ci prova temendo tutte le volte di essere tamponato. Da quando va a 50 in città, lo afferra una cecagna pericolosa, oltre l’invidia per tutti quelli che lo sorpassano veloci, a 70, 90, 100 e senza pericolo se ne vanno via. Lui procede lento tra tutti gli altri che lo sorpassano a destra e a sinistra, lampeggiandogli di non rompere le scatole e togliersi di mezzo con la sua lumacaggine, oppure strombazzando.

L’omino comincia a deprimersi, ma resisterà, domandandosi se sia davvero più sicuro rispettare le regole e i limiti, ma senza riuscire a darsi una risposta.

Lui comunque insisterà imperterrito e maniacale a seguire le indicazioni sui cartelli rotondi con il numero. Magari sperando che li mettano meno a capocchia e più diffusi. Perché anche lui possa essere sicuro della velocità a cui andare.

6/10/12