Erotismo?

Mah!

E che cos’è poi l’erotismo?

Boh! titillarsi? guardare immagini porno? farsi titillare da mani estranee o come si diceva da ragazzi, anche da soli, ma con la sinistra che sembra quella di un altro? spiare le gambe che spuntano da una gonna sciagurata mentre la proprietaria scende e scavalca una portiera amica, di quelle controvento delle macchine degli anni sessanta? riuscire a spiare un reggicalze (per avere di questi ricordi, la mia età è evidente)? le autoreggenti? forse, ma non i pantacollant per favore, i leggings, le calzamaglie, gli abiti verniciati addosso che disegnano tutto e non lasciano una sorpresa neanche piccola.

I luoghi hanno una propria individuale vocazione, credo. Cinecittà al di là delle nostalgie sarebbe bello fosse una nuova fucina di Cinema, piuttosto che un albergo (chi vorrebbe vivere dentro il recinto di Cinecittà venendo un periodo limitato a Roma per lavoro, magari dall’America?). Roma e Firenze sono città d’arte, sebbene la prima svilita e umiliata dalla politica, l’altra resistente come poche, Milano la città della moda. Un Teatro del settecento o anche più recente sarebbe bello restasse un Teatro. Una chiesa sarà sempre un luogo mistico, consacrata o meno che sia. Una ex fabbrica, può diventare un concentrato di arte e di studi d’artisti. Si può quindi modificare la vocazione di un luogo. Non credo sia un reato.

Il mio quartiere, San Lorenzo, aveva una vocazione artigiana. Botteghe di marmisti per via del vicino cimitero, molti però hanno trasformato le loro botteghe in improbabili loft. Botteghe di lattonieri, falegnami, bombolari, olivari, fabbri, stampatori, sì, di quelli che rilegano e restaurano i libri preziosi, di quelli che usano la carta di Firenze, quelli che ci mettono le cifre. Tutti chiusi.

Ora ci sono quasi esclusivamente innumerevoli botteghe con un rotolo di carta igienica, un litro di latte e milioni di birre, più un paio di Compro Oro (sigh!). Questi, i negozi che nell’ultimo anno hanno preso il posto delle botteghe.

Così che quando, poco prima di Natale 2012, all’angolo di via degli Ausoni con via dei Sabelli aprì un negozio di abbigliamento Burlesque, tutti sorridemmo per il genere di merce e per la novità. Vendevano ogni genere di parafernalia teoricamente adatta a suscitare una qualche emozione erotica, immagino, non so se questa sia la funzione di quegli oggetti, ma ammetto che mi divertiva moltissimo fermarmi a guardare quelle cose e quegli abiti sconosciuti. La cosa che più mi sorprendeva era una specie di manina o ventaglietto a forma di pube femminile stilizzato, un telaio con stesa una seta rosso-fragola-matura che lasciava il piacere della trasparenza e che terminava con una specie di uncino che non ho capito come si fissasse, se semplicemente a pressione tra le natiche o addirittura infilato nel più oscuro dei pertugi. Comunque delizioso a vedersi anche se di per sé non particolarmente erotico. Ma immaginandolo nell’occasione giusta per indossarlo, chissà, magari sì. E poi un’infinità di reggiseni, calze strappate ad arte, giacche di lattice e altra roba. Bella poi quella signora che ho immaginato essere la proprietaria anche se la si è vista poco. Bruna, eretta, severa, stretta in un tailleur grigio. Non un ammicco, non uno sguardo, riservatissima, forse una danzatrice di Burlesque? mah. Bella sì, molto bella. Ahimè, non il mio genere e sicuramente io non il suo. Però era un piacere guardarla e immaginarla indossare quegli strumenti di sollecitazione erotica nella sua altra vita segreta, forse. Non me ne voglia, è solo uno dei tanti piccoli romanzi che mi faccio su tutti quelli che incontro. Il piacere di immaginare, provare a intuire anche sbagliando le altrui vite. Un gioco innocente.

Beh, circa due mesi fa, tra la mercanzia più esotica che erotica, sono comparse delle birre. Non capivo il connubio. Guardavo e pensavo, chi entra in un negozio diciamo della lussuria per comprarsi una birra?

Mistero svelato: scomparsa tutta la parafernalia, rimaste solo le birre.

Un altro di quei negozi di cui sopra. Si sono dati il cambio. Una proposta forse di gioco erotico? Vecchi scambisti! Perverse birre, innocenti manine e ventaglietti.

Addio sogni di Burlesque.

Addio erotismo di passaggio all’angolo.

Non un sorriso né complice né imbarazzato alla vista dell’ennesima birra.

Nessun romanzo da inventarsi. Neppure d’appendice.

Egr. Dott. Marino,

io la voto. E l’avrei votata a Sindaco di Roma anche se non fossi venuto al suo incontro pubblico allo Spazio Cerere del 15/5/13. Mi ha fatto piacere ascoltarla. La voto perché Roma ed anche tutta l’Italia avrebbero bisogno di persone intelligenti, competenti, coraggiose e soprattutto non organiche né piegate a sistemi partitici ed ideologici che hanno ampiamente dimostrato l’inefficienza e l’inefficacia oltre la mala amministrazione. Purtroppo bisogna notare che il suo partito che poi sarebbe stato anche il mio, il PD, ieri, disertando la manifestazione della FIOM, l’unico sindacato che abbia ancora chiara la sua missione, ha perso un’altra occasione di crescita e ricompattamento.

L’altra sera avrei desiderato dir qualcosa, esprimere alcune mie osservazioni, magari ascoltare le sue risposte. Non l’ho fatto perché ahimè sono timido, nonostante il mio mestiere di attore e perché mi è parso che fossero previste 4 domande che avrebbero dovuto soddisfare, così come hanno fatto, i 4 invitati direttamente dall’organizzazione dell’incontro. Niente di male in questo.

Ho sentito la proposta di aprire uno sportello di ascolto presso Equitalia. A parte che da lunedì 20/5/13 la società sarà sciolta e le sue competenze attribuite ai Comuni e ciò rende inutile l’apertura dello sportello di cui sopra, rilevo che quella società le cui competenze le erano state attribuite dall’Agenzia delle Entrate, si è comportata come un camorrista assoldato da un usuraio per il recupero crediti a tassi esponenziali e con scarsa chiarezza.

Cito da http://www.repubblica.it/economia/2013/05/17/news/scheda_equitalia-58979436/ “Il sistema – infallibile – di riscossione legato ai verbali non pagati faceva sì che più dell’80 per cento dei cittadini pagasse subito i verbali che gli venivano contestati, con la certezza di essere altrimenti perseguitati a vita con interesse semestrali a tassi elevatissimi.”

Altri invece ne morivano stritolati. Appunto, per i tassi forse da usura?

Questi metodi si chiamano minacce.

Senza dir dell’apparentemente congrua incongruenza dei ruoli del dott. Attilio Befera, presidente di Equitalia e direttore generale dell’Agenzia delle entrate.

Sarebbe ora che i cittadini italiani tornassero ad esser uguali davanti alla legge e davanti alla riscossione delle tasse. E’ accaduto con i grandi evasori e gli esportatori di capitali all’estero che, se sorpresi, potessero trattare sconti enormi rispetto a quanto evaso e a quanto avrebbero dovuto pagare, mentre malcapitati cittadini comuni per avere dimenticato di pagare una multa si vedevano sottrarre la macchina e finanche la casa, senza nemmeno esserne informati, se non al momento in cui avessero cercato magari di vendere quelle proprietà, proprio per pagare quelle multe spaventosamente moltiplicatesi di entità come nemmeno i pani e i pesci.

Anch’io ho vissuto all’estero, Parigi, Londra e soprattutto New York per alcuni anni, lavorando lì e pagando le tasse in quel paese, l’America, in Francia ed Inghilterra ci sono stato troppo poco per poter anche lavorare.

Tornato nel ’96 sono venuto a vivere proprio a San Lorenzo. Questo quartiere che da bambino (vivevo in quella via Guido Reni oggi nobilitata dal MAXXI e che già allora, 50 anni fa, per mano a mio padre, mi lasciava stupefatto per lo spreco dello spazio occupato dalle caserme militari, quando già da tempo la Costituzione affermava che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. All’epoca anche un bambino studiava l’Educazione Civica), questo quartiere dicevo, che da bambino mi sembrava periferico ed oggi è decisamente centrale, al tempo del mio ritorno dall’America conservava ancora la sua vocazione artigiana, popolare e artistica. C’erano i lattonieri (ne è rimasto uno), i marmisti (ne sono rimasti 3 o 4), i falegnami (rimasti solo 2), le legatorie, sì, quelle capaci di restaurare un libro, di rilegarlo, di cucirlo, di comporre le lettere a mano, capaci di utilizzare la carta di Firenze o quella marmorizzata (scomparse, ci sono solo fotocopisti), bombolari (venditori di gas in bombole, scomparsi), piccole salsamenterie (rimaste 2), meccanici, tornitori, fabbri. Al posto di tanti di questi laboratori piccoli o piccolissimi ci sono ora i Pub e le paninoteche (che parola orribile pur mutuata dall’arte, o forse proprio per questo inadatta), ma soprattutto, nell’ultimo anno sono invece comparsi 10, forse 15 negozi con un rotolo di carta igienica, due bottiglie d’acqua e birre, tante birre, al costo di 1 € l’una, tutti in mano ad extracomunitari il cui inserimento è certamente una cosa ottima, ma che evidentemente praticano, per legge, una concorrenza sleale nei confronti di coetanei italiani che volessero intraprendere la stessa attività, perché sembra che non paghino le tasse per 5 anni e soprattutto, non capisco dove tutti questi giovani che vengono da paesi lontani, trovino il denaro per aprire i loro negozi, subentrare negli spazi lasciati liberi non appena chiudano le altre attività, avviando un commercio identico di negozio in negozio, praticando prezzi imbattibili, evidentemente procurandosi la merce al super ingrosso, usando come unità di misura i tir o i bilici, acquistando una tale quantità di merce (birre) da poter tenere prezzi bassissimi, cosa che sarebbe ottima se non suggerisse l’idea di un “cartello” e di una sola organizzazione che manovri tutte queste persone che in realtà, forse, farebbero solo da prestanome, essendo invece chissà solo dei lavoranti, pagati chissà come?

Tenere i prezzi bassi è una cosa buona, chi potrebbe lamentarsene? Ma questo meccanismo invasivo di apertura di negozi tutti uguali, con gli stessi prezzi, il cui prodotto principale è la birra, la stessa birra commerciale, oltre a devastare il mercato, determina una “movida” disastrosa, rumorosa e ubriaca che con il consumo di ettolitri di quella birra acquistata a pochissimo prezzo, lascia per la via tappeti di cocci, macchie di sangue, vomito e feci.

Desidererei allegare un paio di foto scattate stamattina alle 7 e 50, ma non so come fare, le caricherò su FB.

Ieri sera, durante i pochi istanti che ho impiegato per attraversare un incrocio interno al quartiere, tirato dal mio cane, ho potuto ammirare una splendida ragazza con un bel sorriso luminoso che alzando una bottiglia da 3/4 ha incrociato il braccio con il braccio di altre sue amiche che sorreggevano analoghe bottiglie e, per almeno 3 volte (in pochi istanti) ed al grido di un motto a me incomprensibile, probabilmente il grido di guerra dell’ubriachezza, ha ingollato ripetuti sorsi. E così ad ogni angolo di strada, altre ragazze e altri ragazzi con il sorriso che si andava spegnendo di sorso in sorso.

Nel quartiere hanno aperto anche due grosse rivendite di frutta a prezzi decisamente concorrenziali, non determinati però dalla pratica del Km 0 o dalla filiera corta, ma ancora una volta dall’acquisto al super ingrosso e la cui apertura ha anticipato di poco la chiusura di analoghi banchi al mercato di Piazza degli Osci, ci lavorano le stesse persone che si scambiano compiti e mansioni. La concorrenza è una cosa buona, ma l’odore anche qui è di un cartello. E tutto ciò mentre sembra si vieti alle gelaterie interne alle strade comprese tra via Tiburtina e via dello Scalo di San Lorenzo, di avere il laboratorio artigiano interno allo stesso negozio. A me pare follia.

Forse bisognerebbe dare un’occhiata a questo meccanismo perverso di abbandono del territorio.

NOTI BENE per favore caro Ignazio Marino, non le sto chiedendo un intervento della forza pubblica, non sto sottolineando un problema di ordine pubblico, non è cosa che riguardi il poco stimato Prefetto di Roma e meno che mai intendo suscitare moti razzisti, semmai sollecito un ripristino di uguaglianza e pari opportunità. Quanto descritto sopra è cosa che riguarda il futuro di questa città e questa nazione: quale futuro? Quale futuro per dei giovani che non trovano di meglio da fare che ubriacarsi tutte le sere in strada? Non è ricco quel paese in cui un magnate dell’editoria e dei media si occupi di politica per pararsi il culo, ma è ricco quel paese che offra una prospettiva ai suoi giovani, una prospettiva di studio, cultura, conoscenza, una prospettiva di investimento e impiego delle conoscenze acquisite. Lei lo sa molto meglio di me, lei ha potuto acquistare un biglietto di andata all’estero e poi uno di ritorno. A questi giovani mi sembra non sia data nemmeno la possibilità di andarsene a piedi, rischiano di non reggersi sulle loro gambe. Quale futuro per i bambini che tutte le mattine vanno a scuola attraversando tappeti di bottiglie rotte, invece di poter tenere lo sguardo alto alle mirabili architetture di questa città?

Ecco caro candidato Sindaco, ridare delle prospettive ai nostri cittadini giovani e meno giovani.

Le chiedo di perseguire questa missione.

Naturalmente il quartiere non ha solo aspetti negativi, rilevo che ci sono vari punti di coagulo di forze artistiche e culturali come la stessa Fondazione Cerere e l’ex Cinema Palazzo Occupato, il bar Marani, luogo di incontro di intellettuali, hacker, informatici, registi, scrittori e persone tranquille, la libreria delle occasioni di fronte allo stesso bar, centri sociali e attività di giovani impegnatissimi nel recupero del quartiere e nella difesa dalle speculazioni edilizie e commerciali e tanti altri piccoli luoghi di elaborazione del pensiero sociale e di lavoro. Una speranza c’è. Ci sarebbe. Io la voto.

Ecco.

Grazie per la sua attenzione.

Federico Pacifici

Racconto, forse.

San Lorenzo il quartiere è dedicato a San Lorenzo il santo. Chissà se il Santo Lorenzo prima di essere messo al rogo (cosa non certa) abbia chiesto, come 1541 anni dopo, ma sempre d’agosto, Eleonora Pimentel Fonseca prima d’esser impiccata che gli fornissero almeno delle mutande. Certo non queste.

Alba. Il sole è sorto da poco, ma ancora non lo si vede all’orizzonte. Lo si intuisce dal bagliore viola che filtra attraverso le maglie strappate del cielo grigio, teso. Non ancora il cielo grigio di Woyzeck “come è grigio il cielo stamani, ci si potrebbe piantare un chiodo ed impiccarcisi”. Anzi, sembra concedere una tregua, è piovuto fino a poco fa, pioverà più tardi, ora forse c’è giusto il tempo di una rapida passeggiata col cane, per i suoi bisogni. Questa piccola Manhattan violata da urbanisti scriteriati nella sua rete ortogonale di canali di scolo cui ormai sono ridotte le strade, è bagnata, riflette il cielo che si fa sull’asfalto ancora più cupo. Fuga da New York? Blade runner? solo una normale mattina di domenica quando il sabato è quasi completamente scivolato via. In questa Normandia, passato lo sbarco serale di un popolo che non viene a liberare nessuno, anzi si imprigiona, passato lo sbarco di questo popolo che mi appare infelice, ritiratasi la marea di giovani e meno giovani, sulla battigia rimangono incastrati tra le buche, senza nemmeno più dibattersi, i cocci di infinite bottiglie di vetro, bicchieri accartocciati di plastica, forchettine. Qui e là nugoli di piccioni intenti all’appetitoso pasto della remissione di stomaci feriti, avvertono il passante del pericolo perché si allontani e giri a largo, altrimenti spaventandoli, li costringerebbe a librarsi in volo diffondendo per l’aere il ricercato profumo gastrico. In questa battigia devastata, si aggirano sfidando i piccioni, alcuni cacciatori di frodo, cacciatori di monetine disperse durante la notte dall’umanità ritiratasi ormai a casetta, un poco piegati in avanti acuiscono lo sguardo, penetrano le crepe come potrebbero aver fatto le monetine lì scivolate, raccolgono qualcosa che li aiuti a superare la giornata. Ad un angolo un gruppo di imitatori rasta si fronteggia con un altro gruppo di imitatori portoricani. Fra i due gruppi alcune ragazze, contrariamente a quel che tutti hanno fatto durante la notte, questi parlano piano, sotto voce, non stanno litigando, anzi, forse cercano di smussare il disamore di una coppia che discute con lentezza e che poi si allontana. Lui tace incarognito, lei, bella, sfatta, come una superba dark lady, sostiene lentamente le proprie ragioni, lui si allontana, si riuniscono poco dopo un po’ più in là, discutono discretamente, alzano il volume solo per consegnare alla storia le frasi più importanti, “esci dalla mia vita t’ho detto”, si esaspera la ragazza che fino a quel momento aveva cercato di calmare l’amico, e subito ritorna al lento mugolio del mare.

I colori della città stentano ad emergere, tutto è ancora grigio, eppure sembra di cogliere la dominante giallina delle mutande strisciate di piscio di un incontinente. Rivoli di birra caduta, aperitivi rossi, verdi, gialli, vomito, piscio propriamente detto, cocci, mondezza di ogni tipo e dietro qualche cassonetto anche gli effetti di mal di pancia umani che non hanno preso la via iatale, ma quella più corretta, anche se purtroppo nel luogo sbagliato. E’ obbligatorio raccogliere le deiezioni canine, ma non quelle umane.

Sedere per terra ha sempre dato un senso di libertà. Anche a me. Mi piaceva da pazzi sedere sulla scalinata di Piazza di Spagna e guardare le proporzioni della Barcaccia quasi affondata per il peso dei turisti allegri, poi magari bere un sorso dell’acqua gelida pompata con forza in un getto enorme, dissetante solo per il fatto di sgorgare da quel capolavoro. Poi guardare lontano, in su, verso la chiesa di Trinità dei Monti, villa Medici o in giù oltre via Condotti, oltre via della Fontanella Borghese, via del Clementino, via di Monte Brianzo, fino ai platani che arginano il Tevere, immaginare sulla sinistra piazza Navona e l’intrico barocco della città che amo, le chiese e i Caravaggio diffusi come doni preziosi alla cittadinanza.

Ma sedersi sul gradino basso di un negozio chiuso, davanti ad una macchina parcheggiata ed un muro a pochi passi, sullo sfiato dell’aria condizionata di un super mercato, tra rivoli di luppolo sgasato, bicchieri accartocciati, carte della pizza rosolate di sugo ormai rancido, mangiando da piattini di plastica poggiati sulla superficie di quel dentro di cassonetto rivoltato all’esterno come budella strappate che è ormai l’asfalto di San Lorenzo, perché?

Ed è così a Trastevere, a Piazza Navona e vie limitrofe, è così sotto lo sguardo del filosofo arso vivo. E’ così dappertutto.

Non uno che alzi lo sguardo sulla facciata restaurata di Palazzo Farnese.

Io non ci credo che questi giovani e meno giovani siano felici. E del resto, come potrebbero? Quali le prospettive? Mi sembrano vivere un’imitazione della vita. Un riflesso di quel che altri vivono e peggio ancora fanno vivere loro. A Berlino, mi dicono, accade lo stesso. A Berlino, mi dicono, alle 4 di mattina è già tutto pulito. Non che qui a Roma non ci siano squadre di operatori ecologici che puliscono, anzi li vedo tutte le mattine indaffarati e schifati strofinare, perfino disinfettare questo campo di battaglia, ma non ce la fanno. Rispetto a quel che trovano, certo, puliscono, ma dopo il loro passaggio rimane il marciume nelle crepe e rotola spinto dal vento. E i cacciatori di frodo cacciano tra gli avanzi della risacca.

Ma un rigurgito invece che di vomito, di dignità? No? ma non dovrebbero essere per primi questi miei fratelli più giovani a ribellarsi dal sedersi sulle mutande spisciate di San Lorenzo, a non gettare carte e avanzi e bottiglie e bicchieri e cannucce e forchettine e cicche lì dove loro stessi siedono, magari parlano, discutono anche di esami all’università, di viaggi, mentre si affogano di birre a un euro che dalla miriade di negozietti aperti di recente invadono il quartiere?

Questo quartiere aveva una vocazione all’artigianato, c’erano i lattonieri, i marmisti, i sarti, i calzolai, le osterie, i bombolai. Chiudono. E rivendite di birra a prezzi concorrenziali aprono come spuntano i funghi al primo sole dopo la pioggia. Perché una gelateria al centro di San Lorenzo non può avere il laboratorio interno ed una gelateria nello stesso quartiere ma sulla via Tiburtina invece sì? Chi l’ha scritta questa regola? E’ vera?

Per fortuna tra tutta questa umanità che invade le strade di tutte le città del mondo ci sono anche altri giovani fratelli che con cultura e sacrificio si preoccupano di impedire l’apertura di un casinò, occupano il Cinema Palazzo come il Teatro Valle come Battery Park e Wall Street, ed in questi luoghi accendono dibattiti di storia, fanno giocare i bambini, ospitano artisti, arginano il malaffare altrimenti dilagante. Per fortuna ci sono questi giovani che tutt’altro che disamorati della politica la praticano con fatti e opere.

Amici e giovani fratelli, alzate lo sguardo. Le prospettive che politici corrotti, banchieri speculatori vi stanno strappando, dovete per primi riconquistarle voi, non sono dentro il collo di una bottiglia rotta, sono nelle proporzioni architettoniche di questa magnifica città, sono negli studi di storia, di filosofia, nell’arte che qui ci piomba addosso da ogni angolo. Alzate lo sguardo. Lo so, spesso quel che si vede alzando lo sguardo è la corruzione e lo sfruttamento. Lo sapete bene anche voi. Ribellatevi però, non lasciatevi affogare di birra, di cocktail altamente alcoolici, di shottini colorati, non è questa la libertà, questo è suicidio. Non buttate via quel che i politici non vi hanno ancora rubato. Non vi riducete ad imitare la vita, ad imitare la libertà, prendetevele, vita e libertà. Alzate lo sguardo. E seguitelo.

Tanti anni fa, era più facile entrare nel mondo del lavoro. Archiviata la straordinaria esperienza del neorealismo, si accedeva al mondo dello spettacolo dalle quattro scuole pubbliche di recitazione, l’Accademia di Roma, la Civica e il Piccolo di Milano, lo Stabile di Genova, alle quali si aggiunse presto quella dello Stabile di Torino per merito di Luca Ronconi, oppure con un severo praticantato nelle “cantine” teatrali; oggi ci sono più scuole che allievi, come se recitare fosse solo questione di aprir bocca e dire delle battute imparate a memoria. E lo spazio scenico? e il movimento? e la scherma? e l’equitazione? e l’analisi del testo? e la comprensione del testo? e i classici? e i moderni? e i contemporanei? e la storia dello spettacolo? e la storia del Teatro? e la voce? e la danza? e il canto? e i versi? e l’acrobazia? e il comico? e il drammatico? e il grottesco? e la commedia dell’arte? e la scrittura del corpo? e la prossemica? e la mimesica? e la rottura dei muri di imbarazzo? e il Rinascimento? e il Barocco? e il Futurismo? e Svoboda e Appia e Craig? e il Teatro Greco e quello Romano? e l’anfiteatro? e e e e e, e la solitudine del portiere davanti al calcio di rigore! e la solitudine del rigorista davanti al portiere avversario!

Io sono stato assai fortunato. Fu sul molo di un porticciolo toscano, in preda ad un piacevole mal di terra dopo la mia prima lunga navigazione a vela con mare molto mosso i cui effetti avevamo chetato con del pane azzimo, sì, anch’io, rinunciando al cibo “cattolico” che pur mi era stato riservato, era Pasqua, che seduto a guardare l’infinito al tramonto, senza altra siepe davanti che l’ansia di sapere di dovere prendere una decisione per il mio avvenire, medicina? lettere? attore? mi si avvicinò il mio futuro capitano solo di un anno più anziano di me, ma assai concreto, aveva già navigato l’Oceano mare, e mi disse “che vuoi fare? non lo sai? bene, cosa preferiresti fare? bene. Fallo, senza dubbi e senza incertezze. Non c’è una strada più facile delle altre. Se si fanno o si vogliono fare le cose seriamente tutte le strade sono belle e difficili. Qualsiasi cosa tu voglia fare va bene, purché tu la faccia con serietà e convinzione.”

Così è stato fino ad oggi, o forse ieri, perché oggi anch’io mi scopro un po’ ad imitare la vita invece che viverla. Non è questo il lavoro dell’attore, l’attore non imita la vita, vive, l’attore evoca la vita, con ferocia, con determinazione, guidato da un dèmone laico che lo governa. Ma questi sono tempi di copie. Anche i miei dèmoni sono un po’ sbiaditi. Anch’io dovrei rialzare lo sguardo. Forse, questi esperimenti di scrittura sono un tentativo di guardare un po’ più in là, verso l’orizzonte che si sposta tanto quanto cerchiamo di avvicinarlo. Eppur si avvicina.

Alzare lo sguardo. E seguirlo.