A Manrico Gammarota

14 Febbraio 2015

La malattia lunga o improvvisa mi addolora, mi sorprende, mi annichilisce soprattutto se incurabile e accompagnata da dolore, decadimento della carne, perdita di dignità, ma il suicidio, che pure è malattia talvolta improvvisa tal’altra lungamente meditata, mi sgomenta. Nell’uno e nell’altro caso ci vuole un coraggio infinito. Dell’una facciamo finta di saperne le ragioni, lo stile di vita, la genetica, la sfortuna. Del secondo anche in presenza di notizie, biglietti, addii, le ragioni non le sapremo mai. Io ancor meno di altri perché non ero intimo di Manrico Gammarota e nemmeno amico e nemmeno conoscente. Lo conoscevo di fama come persona squisita e ottimo attore.

E poi servirebbe conoscerne le ragioni quando ormai tutto è stato?

Inarritu rispondendo in una intervista sul suo ultimo film (vivilcinema n. 1, 2015, pag. 08) dice: “Che sia potere politico, mediatico, economico, il problema è sempre lo stesso: l’esasperazione dell’Ego che può portare alla disperazione, alla distruzione. E non riguarda solo gli attori, come recentemente Philip Seymour Hoffman e Robin William, ma anche banchieri, politici, giornalisti e altri ancora: il suicidio, purtroppo, è un’opzione.” Inarritu parla del suo film e io non posso permettermi di contraddirlo sullo specifico, ma non credo, mi permetto di non credere che per Manrico e per altri, ricordo Gigi Pistilli, Giampiero Bianchi, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, si sia trattato di esasperazione dell’Ego, ma forse di una più comune fatica di vivere che li accomuna alla disperazione di tanti, di ogni mestiere e disoccupazione. Desidererei sperare che non debba seguirne una lunga inarrestabile serie. Viviamo un tempo di cambiamento, di rivoluzione di regole e condizioni non necessariamente migliorativi. Un tempo di preguerra. Constato la difficoltà di vivere di tantissimi e questa difficoltà trasformarsi in malattia di vivere. Non un muro da sfondare, non una quarta parete da varcare, ma una barriera non altrimenti affrontabile se non con un gesto estremo. Desidero pensare che almeno per un attimo, quel tempo dilatatatissimo che la letteratura narra possa seguire il gesto e precedere la fine; una volta compiuto il suo gesto, prima che se ne realizzassero le conseguenze, Manrico, abbia potuto godere di una serenità nuova per traghettarsi di sua volontà con il gesto ormai compiuto e ormai irreversibile. Una serenità che spero lo accompagni per sempre. Se c’è un sempre.

Francesco Apolloni gli ha dedicato alcuni magnifici versi di Amleto, a me sembra che anche questi celeberrimi gli siano dovuti:

”                                                        Morire, dormire

Nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine

Al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

Di cui è erede la carne: è una conclusione

Da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo.

Quali sogni potranno assalirci in questo sonno di morte

Quando ci saremo scrollati di dosso questa spoglia mortale

Deve farci esitare. E’ questo lo scrupolo

Che dà alla sventura una vita così lunga”

 

Manrico non ha avuto scrupolo.

P.S. perdonami se mi sono permesso di scriverti.