Io certamente sì. Lo sono, tanto. Fortunato. In tutti gli aspetti della mia vita.

Nello specifico cui mi riferisco, dico che è meglio accudire una persona pensante e senziente che ancora comunica piuttosto bene, invece che una pianta carnivora, un vegetale di carne. Ma lei? mia madre? cosa preferirebbe? aver smarrito completamente la mente o l’averne conservato, come di fatto è, quel po’ che basti a ricordare tanti infiniti particolari della sua vita passata e presente e soffrire come un cane smarrito? sì, smarrita lei, nella sua mente, nei suoi lunghi dormiveglia, sognando cibi e luoghi e salute e forse amori. O smarrita come quel cane che perso il proprietario non trova più la via di casa e vaga seguendo tracce interrotte di un odore domestico?

La differenza è che lei è stata, è e vuole giustamente essere, irrinunciabilmente, padrona di se stessa. Quel cane cerca invece un padrone che lei non vuole. Rifiuta.

Allora. Questa è la vita. Ma è vita, questo lungo declino, questo declivio che certamente non può migliorare, arrestarsi, se non in una frenata sulla sabbia, uno sbandamento, un fermo immagine?

Portatemi in montagna, sulle Alpi, fatemi prendere una polmonite.

Solo una socratica considerazione che illumina la sua vita d’immenso come il sole le montagne all’alba. Certi della fine del mondo. Quello conosciuto.

L’alba di che?

L’alba di una lunga scorreggia che fisserà il rilassamento dei muscoli. La cessione di quel fabbricato del corpo lungo molto più di Corviale, animato di nemici silenti che la faranno esplodere in una nuvola di profumo.

Sì, sono sensibile agli odori. Mi penetrano nei tessuti della pelle e dei vestiti, non mi abbandonano per giorni e quando finalmente svaniscono è già da un pezzo l’ora di ricominciare.

Lo so mamma che a te fa ben meno piacere di me. Dimmi tu cosa io debba fare.

So solo che io devo prevedere per tempo quel che io, a me, dovrò fare. Ma per te, certamente, solo aspettare. Alleviarti, cercare di alleviarti, i dolori e le fatiche.

Cucino per te e non ti va mai bene un cazzo. Ti piace che ti porti l’orribile zucchina ripiena, l’orata sfilettata, il salmone a trance, poi lo cucino e a te non piace. Sbaglio sempre qualcosa. Non eseguo a misura le tue ricette. Eppure cucino abbastanza bene. E’ il tuo palato che si è fatto severo e contraddittorio o è la mia passione che si spegne? Senti gli stessi sapori di un tempo? nello stesso modo? quando mi dici che le patate arrosto sono bruciate e non rosolate hai ragione, ma perché si bruciano nella loro breve vita, invece che insaporirsi nell’olio abbondante insieme alle cipolle che si sfanno come in Maremma la Pia dei Tolomei, Siena mi fe’, disfecemi/ come il tuo corpo? Disfatemi, sembri dire. Come il mio corpo. Come l’amore filiale. Come il nostro Paese.

Disfacimento. Disfacciamoci. Disfiamoci. Amore e corpo. E italiche speranze.

L’unico rimpianto che so non avrai, forse, è quello del mondo che lentamente abbandoni che hai strenuamente lottato per migliore e che non sai quanto brutto si sia fatto. Quanto è brutta questa Italia che lasci. Che avresti voluto migliore per i tuoi figli. Per tutti. Quanto vani siano stati il tuo sacrificio e la tua dedizione alla lotta. Per le donne. Per gli uomini. Per le sorelle e fratelli vittime di leggi e sentenze ingiuste. Quelle che hai combattuto da donna della Polis. Perfettamente consapevole. Non so se sai che quelle battaglie le hai perdute.

Io non te lo dirò.