Scrittori che scrivono Libri (finora mi ero occupato solo di Attori che scrivono Libri).

Come uno studente di liceo, leggendo il libro ho sottolineato una moltitudine di frasi che vorrei ricordare o che almeno farò poca fatica a ritrovare.

Dovrei citarle tutte, ma sarebbe come trascrivere il libro che invece bisogna comprare e leggere.

 ”La casa sulla roccia” se avesse un difetto sarebbe quello che purtroppo finisce, mentre invece lo si vorrebbe tenere ancora con noi dopo l’ultima pagina. E così faccio, scrivendo queste poche parole.

I miei pochissimi lettori già lo sanno, ma semmai ce ne fosse uno nuovo devo ripetere che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma appunto il piacere di rimanere a pensare al bel romanzo appena letto.

E’ un romanzo chiuso, completo, finito. L’esatto contrario di “Regate di terra” di Paolo Montevecchi di cui ho scritto la settimana scorsa che invece è aperto e mai finito, forse infinito, il cui seguito addirittura viene annunciato di volta in volta dall’ultimo codice QR. Eppure un giorno anche questo si chiuderà, immagino.

“La casa sulla roccia” è un libro completo, a suo modo circolare. Diversissimi, eppure li amo tutti e due questi libri, allo stesso modo. Quando leggo desidero trovare stile, originalità, narrazione, struttura. Quel che io non so fare. Qualsiasi cosa purché sia diversa da me, altrimenti che noia sarebbe!

Tutto del resto si chiude, finisce e il compimento di qualsiasi cosa è quanto di più soddisfacente possa esserci sia per l’autore come per il lettore. Ciò vale per esempio anche per un ponte, per il suo architetto, per chi lo attraverserà, come per tutto quel che facciamo e che siamo, compreso l’amore, compresa la vita. Così per questo libro, il compimento è esaustivo, come un ponte appunto che da oggi ci porta al 1961 e lentamente, accuratamente ritorna a noi, qui ed ora. Almeno così io l’ho interpretato. Cosa c’è di più bello di un ponte che si libra leggero sul fiume talvolta impetuoso e unisce due rive?

Come il ponte della Musica di Santiago Calatrava a Roma che guardo e ammiro ogni volta che ci capito vicino, senza mai avere il coraggio di percorrerlo, per quanto è bello, per quanto è leggero, per quanto di quel ponte ho sentito la mancanza fin dalla mia infanzia, quando ne parlavo con mio padre, con le mie prime parole, al tempo dei miei primi ragionamenti, mentre crescevo in quel quartiere allora privo del salto che unisce le rive. Nei primi anni sessanta appunto, avevo 5 anni e guardavo le due sponde del fiume dal balconcino del nostro soggiorno oppure dal Lungotevere, spostando qualche ramo della siepe d’alloro le cui foglie talvolta rubavo perché mia madre ci condisse e cucinasse i fegatini con la rete.

Con il libro di Monda ho avuto più coraggio, l’ho letto subito, l’ho divorato in privato. Tutto in privato è più facile. L’ho attraversato così come il ponte invita a fare. Guidato dal ricordo, dal monologo interiore della protagonista.

Come un ponte, il libro di Monda, mi ha permesso di percorrere non solo gli avvenimenti accuratamente riportati da lui stesso, ma quella miriade di sensazioni, sogni, speranze e necessarie conclusioni, scelte giuste e sbagliate, sperimentate fino ad oggi. La ricerca di una solidità che ancora mi manca. Appunto “una casa costruita sulla roccia e non sulla sabbia”, come il Vangelo* ci invita a fare, tutti, anche me che credente non sono, credo. Mi ha risvegliato il mio privato mondo interiore che pur diversissimo da quello di Elisabeth-Liz-Beth, è la chiave dell’identificazione con lei, necessaria al godimento di un libro la cui leggerezza è il compimento della prima lezione americana di Calvino.

E qui sta il paradosso più riuscito dell’autore, un altro atto compiuto. Il protagonista, l’io narrante è femminile, direi femmina, donna, nella sua pienezza dei sensi. Non c’è in questo presunzione, ma straordinaria abilità narrativa.

E’ un compendio del pensiero americano, della cultura americana dominante, del comportamento americano, del pragmatismo di cui sono maestri gli americani.

Conosco Antonio da almeno 35, forse 38 anni, da venti vive a New York, ma fu il primo tra le mie conoscenze ad andarci. Il suo pragmatismo lo potei constatare al mio primo tentativo di partenza per l’America, più o meno 33 anni fa, gli chiesi dei consigli e lui stampò e mi diede un suo compendio, un baedeker per vivere la città che aveva preparato per gli amici.

Da allora, ma sarebbe più giusto dire da sempre, Antonio fa e si occupa di mille cose. Oltre quelle citate nel risvolto di copertina ha anche una bella e numerosa famiglia cui non fa certo mancare ogni umana attenzione, concreta e spirituale.

Rimane un dubbio che mi sconquassa: ma come fa Antonio Monda a fare, e bene, tutto quello che fa? Le sue giornate non durano come le mie? Evidentemente conserva un segreto che spero un giorno vorrà rivelarci. Intelligenza, curiosità, organizzazione e pragmatismo, forse?

 

“La casa sulla roccia” di Antonio Monda, edizioni Mondadori, 138 preziose pagine. 17 €.

 

*Per quegli intervistatori che sbagliano il titolo del libro o non ne capiscono il riferimento, direi che non ci sarebbe nemmeno bisogno di aver letto il Vangelo, ma basterebbe informarsi un poco, prima di un’intervista, magari anche solo leggendo le note editoriali che si trovano facilmente in internet.

 

 

 

Le vite si incrociano

3 Maggio 2013

 

 

e si perdono.

Come tutte le mattine e tutte le sere e come ogni volta che posso, esco a spasso con il mio cane, Buio. Spesso, per le vie del mio quartiere devastato dall’incuria dei visitatori notturni.

I soliti Kilim di cocci rotti, encausti di vomito, una città devastata dalla vita che si crede vita e che a me appare attesa di qualcosa che non viene. Non Godot, né un cataclisma, né una soluzione, né economica né morale. Inutile attendere, ma almeno si ammazza il tempo che tanto di coltellate ne ha già avute un’infinità. Una più, una meno. Tanto che importa! Non fa una grande differenza. Ne portiamo tutti, i segni, nell’amarezza crescente delle nostre vite.

Le nostre vite che si incrociano e subito si separano.

Camminando passo passo, seguendo le evoluzioni di Buio, lasciandomi trainare da lui per le strade e gli angoli che preferisce, capita di incrociare un altra vita o altre vite. Un bambino “marine” che andando a scuola interrompe il suo percorso e torna indietro. La giovanissima cinese che si divide fra la scuola e la cassa del suo ricchissimo emporio. Alcuni reduci della battaglia notturna, né vincitori né sconfitti. Una signora con bambino. Questi ultimi li incrocio dietro l’angolo, percorriamo non più di 10 passi insieme. Sento e ascolto di proposito  quel che dicono durante il tempo della mescolanza delle nostre vite. Per l’esattezza, quel che con accento romano spinto dice la signora, forse mamma forse zia del bimbo di credo 7 anni che invece tace: “ma allora ‘o fai apposta, de mettete a legge’ quando è ora d’anna’ a dormi’ che pure rincojonito come stai manco ce capisci quello che stai a legge’.”

Guardo il bimbo che accortosi della mia presenza, sentendosi investito di un rimprovero, mi guarda con gli occhi di un cucciolo bastonato.

Gli sorrido.

Mi sorride rincuorato.

Lo guardo.

E’ piccolo piccolo, ma tiene in mano un libro, del quale senza riuscirci cerco di leggere il titolo, lo tiene come si tiene un tesoro segreto, che non cada, che non gli sia rubato o strappato, lo tiene come terremmo una pagnotta casereccia appena sfornata, sul petto a riscaldare il cuore e lo stomaco. Non mostra orgoglio per quel tesoro stretto tra le mani, ma lo tiene come il tesoro prezioso che è per lui, conscio del suo valore, alterna lo sguardo contrito alla signora, forse sua madre, allo sguardo di complicità con me.

Si fermano dal giornalaio e al bimbo si illuminano gli occhi, mi lancia un ultimo sorriso.

E le nostre strade si separano forse per sempre.

Ma perché quella signora, forse sua madre, non apprezza e loda il comportamento del giovane lettore? perché non gli chiede cosa abbia letto la notte? perché non gli chiede di raccontarglielo? farebbe bene anche a lei. Preferirebbe che si ammazzasse davanti a qualche partita di calcio televisiva o davanti a qualche video gioco?

Non sa quella madre che fortuna le è toccata in dono ad avere un figlio che legge?

Non sono riuscito a vedere il titolo di quel libro, ma era un romanzo, senza alcun dubbio, non un fumetto, non un albo d’avventure, un libro, un vero libro.

E ora vedo quel bimbo che fa finta di dormire fino a che in casa non senta più alcun rumore, poi sollevate le coperte, lo vedo trascinare sotto il lumino, riprendere il libro e aprirlo lì dove conservava il segnalibro e di nascosto leggere.

Non smettere mai cucciolo d’uomo. Buona fortuna.

Spero di fare in tempo a vederti professore o quel che preferirai, anche calciatore, ma soprattutto lettore.

Attori che scrivono libri. Capitolo 4° (sarebbe il 5°, ma il primo non l’ho numerato).

59 minuti. Più uno all’inizio ed un altro alla fine che ci indirizzano, si collegano, ci invitano per necessità alla lettura.

Una corsa da lasciare senza fiato. Eppure mi sembra di capire che una speranza alla fine ci sia. Ma non credo che conti. Dipende dall’anima con la quale si legge o quella che il libro scatena. La mia è affranta. Confortata solo dalla grande qualità della scrittura, a mio parere. La trama conta forse in ogni cosa, ma credo che conti infinitamente di più il modo in cui le cose si raccontino. Lì, è la differenza tra ciò che piace e ciò che turba, ciò che cambia i nostri sensi anche se solo per 59 minuti.

Sono venuto a sapere di questo libro con 7 anni di ritardo dalla sua uscita, pochi giorni fa per una nota appassionata dello stesso autore in memoria della qualità di donna e attrice che è stata Mariangela Melato.

L’ho cercato in libreria, presso l’editore ed in internet. Niente. L’editore che pure mi dicono essere un’ottima persona, come è tradizione degli editori non ha nemmeno risposto alla mia e-mail.

Ho scritto all’autore che me ne ha voluto regalare la copia che io avrei voluto pagare.

Un privilegio conoscere questo autore/attore/drammaturgo.

Generoso come in scena, come sulla pagina, come nella vita.

Conoscere l’autore di un libro che è piaciuto è un guaio, mi verrebbe voglia per esempio di chiedergli quanto sia autobiografico, ma poi ci penso e conosco la risposta. Certo che lo è, anche se spero che non lo sia. Lo è perché è passata per la sua mente questa storia drammatica, raccontata, meditata, sviluppata nell’arco di un’ora e tre vite. Non lo è e non vorrei che lo fosse, perché troppo dura, troppo tragica, troppo fluida, troppo dentro e fuori il mondo di un’infanzia perduta in un volo per toccare le stelle; in un altro volo per seguire il primo e ancora in uno schianto automobilistico inevitabile. Quindi il coma da cui l’autore ci parla. Non lo è, mi ostino a pensarlo, perché per fortuna conosco la moglie e credo che abbiano 2 bambini. Non gliel’ho chiesto, se hanno bambini, per non dover eventualmente rispondere ad analoga domanda. Con gran perdita di dolore e di gioie.

Ma poi che domanda è la mia? che vergogna. E’ una sorta di prurigine invereconda che vorrebbe investigare il privato di questo autore. No. Che brutta cosa mi è venuta in mente. Ma mi rinfranco sapendo di aver corso con le sue parole una corsa che lascia senza fiato, scritta in un sogno, tra giochi e pupazzi di bambini e responsabilità di adulti.

Tutto ciò che un autore scrive è autobiografico per il solo fatto che lo ha pensato. Ergo/

Non so chi scandisca il tempo, perché il flusso è continuo, forse una macchina cui il narratore è collegato. Che ansia! Ancora una volta però offre riparo alla mia anima in pericolo di lettore, la narrazione pura, perché di questo si tratta, che ci trascina via e dentro, ad un tempo, nella storia e nelle tragedie di un tempo fermo a 2 anni 3 mesi e 21 giorni. Il tempo degli adulti circonda l’altro dell’infanzia. Quante volte scrivo “tempo”. Il tempo, ancora e sempre il tempo come i 59 minuti. Il tempo. Scandito. Ritmato. Cantato. In un canto di dolore.

Un monologo feroce e delicato, delicatissimo, che si scioglie per nostra fortuna nelle due ultime parole del bellissimo libro.

Mi ostino a pensare che non ci sia autore migliore di chi è attore, non tutti magari, ma alcuni sì, di sicuro.

“Cinquantanove minuti” di Lorenzo Gioielli, Michele Di Salvo Editore, 93 pagine, € 9,50.

Attori che scrivono libri. Capitolo 3° (sarebbe il 4°, ma il primo non l’ho numerato).

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo.

E’ un libro in versi? sciolti? sghembi? Strani. E’ un libro bellissimo scritto in una lingua personale, un italiano con un’eco dialettale, forse. Molto spesso l’autore dispone il verbo alla fine delle frasi. Ciò credo, determini un ritmo sincopato, jazz, improvviso e improvvisato, ma accuratamente studiato dall’autore stesso di questa epopea del ’900.

Un’epopea che dal bisnonno procede fino al pronipote di questi giorni – da Andrea ad Alfonso ad Andrea a Fonzino – Walter narra gli eventi come se vi fosse stato presente. Ed infatti lo è stato. Almeno nell’eredità del sangue, sebbene ancora di là da venire (ho scritto questa considerazione mentre leggevo il libro e prendevo appunti, arrivato alla fine ne ho trovato conferma nello stesso autore con una di quelle sue frasi complete ed esaustive che fanno di questo libro un libro speciale).

Non sono un critico e meno che mai letterario, sono solo un lettore e quindi noto anche con piacere quelle occasioni in cui l’autore trasforma un sostantivo in aggettivo, sorprendendomi con una invenzione che aggiunge piacere al piacere della lettura, come per esempio: …si apprestava a scalare un monte con la sua bici, tra sguardi cecchini e il fuoco dei mortai. Moltissime sono le frasi che meriterebbero di esser trascritte, ma appunto, lui ci ha scritto un libro.

Questo libro narra la storia di un secolo, narrata all’autore stesso da un amico del nonno, attraversando tutti gli eventi più rilevanti, dal ritorno del bisnonno da Marsiglia al paese in Italia, la Prima Guerra Mondiale, Caporetto, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza, l’attentato a Togliatti, le intromissioni della Chiesa nella politica italiana, la DC, il terremoto dell’Irpinia e ancora e ancora, ma tutto da un punto di vista straordinariamente originale, il privato di un bravissimo artigiano di paese. Il Ciabattino.

L’autore Walter Da Pozzo è uno splendido attore, diplomato all’accademia Silvio D’Amico, allievo stimato del grande Andrea Camilleri. E il Maestro introduce il libro con una lettera che commuove per delicatezza e affetto, anche lì dove suggerisce una metrica. Che maestro, così umile davanti all’allievo.

Devo essere sincero: che invidia!

Ma l’invidia umana troppo umana non diminuisce di nulla il piacere di questa narrazione fatta per capitoli brevi, chiusi, esaustivi che si cumulano e spalancano, dal particolare, il quadro di un secolo.

Che personalità in questo attore scrittore.

I quattro attori/scrittori (Claudio Bigagli, Luca Di Fulvio, Fabio Bussotti, Walter Da Pozzo) dei quali finora ho scritto, hanno nell’anima una voce propria inestinguibile, irrinunciabile cui non basta il palcoscenico, una voce che preme ed emerge che parla di loro attraverso i loro personaggi, sulla scena e sulla pagina. Hanno insomma una voce personale fortissima che porta anche fuori dal Teatro un loro accordo armonico e personale. Un canto a cappella.

Così mi è parso il romanzo di Walter Da Pozzo, un canto a cappella anche un po’ rap, dedicato ai suoi avi, a questa terra e anche a noi.

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo, Graus editore, pag. 186, € 10,00

Attori che scrivono libri. Capitolo 2°

Da “L’Aleph” di Borges: “Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?”

E ancora: “Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse.”

Fabio Bussotti è un attore di provatissima esperienza professionale in Teatro come in Cinema. In questa occasione letteraria sembra aver messo l’occhio sulla “piccola sfera cangiante”. Sembra che lì possa aver scoperto i meccanismi della storia che ci racconta. Un giallo nelle mani del suo commissario Flavio Bertone che indagando sulla scomparsa di una misteriosa busta, non si sa contenete che cosa, ci porta dall’Esquilino di Roma a Buenos Aires, sfiorando Madrid. Risvegliando nel lettore l’angoscia per i delitti commessi dalla dittatura argentina, ma blandendoci con intrighi d’amore e letterari. Un intrigo ed un rebus che si risolvono nell’intrigo stesso e nel rebus. In una girandola di identità.

Qualche giorno fa durante una bella trasmissione radiofonica del pomeriggio di RAI 3, il dantista Vittorio Sermonti tra le tante cose importanti che diceva ha anche sottolineato come i brevi racconti di Borges fossero in realtà dei veri romanzi di magari solo 18 pagine. Diceva anche che oggi, avendo i romanzi una sponda cinematografica, durano in media un’ora e mezza come un film. Poi l’ingorgo s’è sciolto, il parcheggio si è palesato improvviso e non ho più potuto ascoltare altro, con rammarico sono dovuto scendere dalla radio/macchina.

Questo di Fabio Bussotti invece è, a mio avviso, un romanzo in piena regola, non un romanzo giallo. Non vorrei che la doppia definizione di romanzo e di giallo ne mutilasse l’ampiezza. Fa piacere che Liliana Cavani dica che potrebbe essere un bel film, certo potrebbe esserlo, ma questo romanzo ha la durata che gli compete, che gli necessita, senza sudditanze all’altro nobile media. E un romanzo che si divora, scritto con la classe di chi ha molto studiato i fatti, l’arte della scrittura e le opere di Borges. Ma non è un romanzo erudito, semmai è colto ed anche molto divertente, avvincente. Non una passeggiatina, ma una corsa condotta con estrema leggerezza. Un romanzo che assorbe il lettore.

La formazione teatrale del suo autore si legge in filigrana per piccoli segni, ma qui è narratore nella pienezza delle sue capacità.

Amo pensare che senza la minima intenzione di comporre un saggio, ma appunto solo un bellissimo romanzo, Bussotti abbia con semplicità, ma molto bene interpretato i temi universali cari a Borges, in particolare la personalità ed il suo sdoppiamento.

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti è edito da Perdisapop.

Attori che scrivono libri. Capitolo 1°

Luca Di Fulvio è stato attore (ma non è cosa che si possa smettere di essere, al massimo si può smettere di farlo), ha frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Poi è diventato scrittore e riversa la sua conoscenza dell’essere attore, a piene mani nel suo romanzo “La gang dei sogni”. Credo sia il suo 6°. Vi riversa quella conoscenza senza parlare di Teatro o recitazione se non molto di sponda, ma nella straordinaria capacità di disegnare con tratti essenziali i suo personaggi colmi di umanità. Anche quelli mostruosi. E metterli in conflitto, donando loro alto senso morale come aberranti perversioni. Ma anche queste ultime che a dire il vero fanno realmente paura sono costruite con il dono leggero della narrazione orale che un poco ne stempera la ferocia.

E la narrazione orale, improvvisata, radiofonica è il cuore esaltante del romanzo. Ne è argomento e stile, in un tutt’uno.

E’ un romanzo di sentimenti per nulla sentimentale, di ambizioni da perseguire.

“Quando la pianterai di dir cazzate” è la battuta che il padre di Zip rivolge al figlio, due personaggi del tutto secondari, ma che passano il testimone dal protagonista Christmas battezzato Natale, al probabile futuro narratore. La grande capacità di Christmas è raccontarie storie alle quali si possa credere, che queste siano vere o meno non ha alcuna importanza. Molto più importante è che si riflettano dalla e nella realtà, e che vi si creda.

Stanislavskij, di un’interpretazione si chiedeva: ci credo, o non ci credo? Nella risposta a questa domanda sta il senso del Teatro e di ogni genere di Arte per quanto improbabili possano apparire.

“La gang dei sogni” è un viaggio nella concreta difficoltà di vivere, quanto nell’avventura della realizzazione di un sogno continuamente ostacolato da infinite difficoltà, ma protetto dal talento e dalla determinazione. Il viaggio di uno scrittore, di un attore, sicuramente di un grande narratore, in tutti e tre i casi identificabili con l’autore. Un viaggio nell’anima semplice dei protagonisti buoni, Christmas il narratore narrato, Cetta la prostituta, Sal il pappone, Salvo il gregario di banda, Ruth l’amore inseguito, ma anche Cyril il fonico, Karl il manager, Clarance il fotografo, Rothstein il boss in equilibrio sul confine tra i buoni e i cattivi o i cattivi totali, Bill consapevole della sua malvagità o Arty il regista di porno film spietati. Insieme ad una miriade di altri personaggi i cui tratti distintivi si ricordano perfettamente e si riconoscono immediatamente nel procedere della lunga saga, per tutte le 571 pagine.

Un viaggio dall’Aspromonte del 1906 alla Ellis Island del 1909 per poi cominciare a rimbalzare verso il 1929 e tornare al 1909, dal 1924 al 1911 e così via per chiudere al 1929, tra la Manhattan del Lower East Side e la Harlem dei “negri”, la Hollywood della Metro Goldwyn Mayer e la 42° strada ancora a Manhattan, il Theater District. Un viaggio che attraversa un sogno.

Titolai uno dei miei tanti progetti irrealizzati “I wanna gonna gotta be American” (voglio disperatamente essere americano, o letteralmente: voglio, vado a, devo essere americano), Christmas ci è riuscito e un po’ riscatta anche me.

“La gang dei sogni” di Luca Di Fulvio è edito da Mondadori.

23 Ottobre 2012

Introduzione tardiva

23 Ottobre 2012

Da pochi giorni ospite, gratissimo e riconoscente a Tiscali, del canale tematico “Spettacoli&Cultura” di SocialNews e da altrettanti pochi giorni avendo avviato la sperimentazione di questo mio blog personale, mi accorgo che avrei da tempo dovuto introdurre le mie intenzioni. Certo dovrebbero emergere dalla scrittura, ma quando si scrive di Teatro, di Cinema e spero di trovare presto il coraggio per scrivere anche dei Libri che hanno cambiato e cambiano la mia vita, il pensiero va subito alla “critica”.

Ecco, i miei piccoli articoli, non sono e non vogliono essere critiche, ma occasioni di stupore davanti a quelle opere o a quegli artisti dei quali penso: beh, io non sono capace di far come loro. Non importa che siano scrittori, attori, musicisti. L’importante è che mi stupiscano.

Sì, desidero fissare quell’istante che precede la Sindrome di Stendhal, quando si rischia di perdere la coscienza di sé, sentendosi minuscoli ed inutili davanti alle grandi opere.

Naturalmente ciò non capita sempre a Teatro né al Cinema ed ancor meno con i libri, eppure in ogni espressione artistica credo si possa percepire, anche se non sempre individuare, almeno lo sforzo che qualcuno (gli autori, ciascuno per sé ed a volte insieme) si è posto riguardo il problema dell’interpretazione, il tentativo di valicare con la propria opera il conosciuto e proporcelo con rinnovata bellezza.

Ciò vale sia per gli artisti coinvolti che per gli spettatori, credo. Sì, anche allo spettatore è richiesto lo sforzo interpretativo sia intellettuale che emotivo. Lo richiede lo spettacolo, sia esso teatrale, cinematografico, architettonico o naturale come una valle rigogliosa o un mare in tempesta. E’ l’anima che deve essere mossa a tempesta sempre e comunque. Se ciò non accade, forse, oso, non c’è opera d’arte.

Anche davanti ad uno spettacolo orrendo l’anima potrebbe scuotersi, ma io eviterò per quanto possibile di “parlar male”, per poter citare solo ciò che mi sorprende e certe volte mi annichilisce ricordando a me stesso i limiti delle mie possibilità.

18 Ottobre 2012

1999, credo. “E’ tardi, ma mai troppo per farti dono di quel che ho amato, di quel che mi ha formato” Tuo, F.

Questa la dedica su “Wilhelm Meister, la vocazione teatrale” di Goethe. Firmata da me. Il libro è ancora mio. Me lo devo essere dedicato. Certo, a rileggerla mi pare decisamente confusa.

Fin dagli inizi ancora bambino, quattordicenne, e sempre più crescendo e acquisendo esperienze e mezzi, mi ero anche costruito la convinzione che ci si dovesse dedicare anima e corpo al mestiere del Teatro, della recitazione. E così è stato. Per anni ho guardato a quegli attori che svolgevano un doppio lavoro, spesso nelle assicurazioni, come dei poverini la cui passione evidentemente non era abbastanza forte da spingerli a rischiare. Nemmeno all’inizio quando le cose vanno bene un po’ a tutti perché si costa poco e i giovani servono sempre per far numero.

Nei miei anni americani ho scoperto che quasi tutti gli attori professionisti, bravi e accreditati, mantenevano un secondo lavoro fin dagli anni di scuola, proprio perché coscienti delle incertezze del mercato.

Da un anno o poco più rivedo certe mie convinzioni. Oggi in Italia sono proprio quelli che hanno un secondo lavoro (che può anche essere rappresentato da una famiglia benestante alle spalle) quelli che riescono a fare il teatro. Magari solo nella città di residenza, senza sperimentare le lunghe tournée che tanto non riescono quasi più a nessuno.

Certo ci sono delle eccezioni, ci sono tanti attori che riescono a vivere di Teatro, ma sono sempre meno. Una volta si diceva: chi è bravo comunque a casa non ci resta. Non è più così.

Una volta si diceva: non puoi fare troppe cose, confondi i tuoi interlocutori. Non è più così.

La quasi totalità degli attori che conosco diversificano la propria attività, anche scrivendo, facendo regie, sperimentando nuove tecniche, ma i vincenti sono quelli che riescono anche ad essere produttori di se stessi. Imprenditori.

Sono anni che ci provo anch’io, senza mai riuscire a capire quale sia la porta d’ingresso alla produzione. Scrivere, prendere premi, finanziare il proprio spettacolo, metterlo in scena con enormi sacrifici magari in una piccola rassegna, non basta, bisogna proporlo alle distribuzioni, ai Teatri. E qui il silenzio è totale. Mille le telefonate, le lettere, le spedizioni; insulse le risposte.

Eppure qualcuno ci riesce. Ma come facciano io non riesco a capirlo.

Scomparsi i piccoli finanziamenti che concedeva l’IMAIE e che per 3 anni hanno permesso lo sviluppo esponenziale di tantissime iniziative artistiche teatrali e cinematografiche, oggi rimane una resistenza individuale o di gruppi, ma che certo non garantisce la sopravvivenza.

Alcuni Teatri chiudono, altri non riescono più a fare programmazione.

Chissà se è veramente finita?

Se lo fosse, non saprei cosa fare, ma almeno avrei chiuso in bellezza, finalmente a pochi anni dai 60 un regista, Giancarlo Zanetti, si è accorto che avrei potuto anche affrontare un personaggio comico (prima avevo fatto solo 2 o 3 commedie), un po’ tardi forse, mi rimane però il piacere di aver fatto ridere platee di 1500 spettatori con il mio ultimo spettacolo con Gianfranco Jannuzzo, “Cercasi tenore” di Ken Ludwig che spero si riprenda il prossimo inverno. Che magnifica emozione dominare quello scoppio di risa. E senza claque è ancora più bello.

Una risata mi seppellirà.

8/10/12

Vorrei le pareti bianche

16 Ottobre 2012

L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re.

Vabbè, ma a casa mia non sono io il re?

Desidererei le pareti bianche, vuote. Libere. Scambierei volentieri tutti i miei libri per la digitalizzazione di ciascuno, anche delle doppie edizioni, anche di quelli in più versioni con diverse traduzioni. Li vorrei/ ops, li desidererei uguali uguali, con la stessa grana di carta sullo sfondo bianco, li vorr/ li desidererei con le stesse copertine e le mie note a matita sui margini, vo/ desidererei poterci nascondere i foglietti ripiegati delle lettere d’amore dimenticate, le fotografie, la cartolina da Balbec (Cabourg, Normandia. Anche se invece la mia è addirittura di Saint Malo, Bretagna. Che tradimento) che conservo nell’Amleto Atto III scena I e anche le orecchiette alle pagine. Ma li vorrei digitalizzati sul mio computer, non sul lettore, sul computer. Con il lettore puoi solo leggere, con il computer puoi fare di più. Li vorrei sull’HardDisk non sulla “nuvola” che avrebbe bisogno sempre di un collegamento internet, li vorrei comunque concreti, a portata di mano, sebbene digitali.

Chi vuol fare questo scambio?

Quando mia moglie legge il giornale (io non lo faccio più, leggo le notizie in internet) il nostro cane ne afferra uno dalla pila di quelli da buttare, lo stende ai suoi piedi, ci si mette sopra e lo guarda. Quando mia moglie legge un libro (ma non quando lo leggo io, chissà perché), il nostro cane sfila dalla libreria il più prezioso, il più antico, spesso uno di poesia e se lo divora in un batter d’occhi, poi torna a cuccia e medita, malinconico.

Metteteli in alto, i libri. Ma già arrivano al soffitto e dire che qui è piuttosto alto. Tanti, troppi libri. Perché conservare i libri? per rileggerli, ma se non li ho nemmeno letti tutti. Per amore del contatto con la carta, con la storia, con il proprietario precedente? Forse, ma a che serve? Solo un piacere, fisico, mentale?

Vorrei le pareti bianche sulle quali proiettare i miei sogni, invece di vedere i sogni di illustri e meno illustri scrittori coprirsi di polvere. Vorrei avere il coraggio di buttare tutte le versioni delle mie sceneggiature, Dio quante. Se invece di scrivere e stampare tutta quella roba rimasta inutile, avessi investito tutti quei soldi in libri, oggi sarei almeno un uomo migliore. Ma avrei ancora più libri. Avrei potuto bermeli quei soldi, invece di scrivere. Comunque avrei dovuto leggere di più.

Perché non si può fare con i libri quel che si fa con i CD di musica, li infili nel computer, in un attimo li registri e te li rivendi?

Vorrei le pareti bianche.

La carta dura di più, dura 1000 2000 3000 anni, il supporto informatico forse solo 20, poi si deve cambiare. Chi se li ricorda più quei dischetti quadrati che il mio primo Mac Classic ingoiava? ci ho registrato tutti i miei lavori e nessuno può più leggerli. Sono passati appunto solo vent’anni. Tutto sprecato.

Sì, vabbè, ma io vorrei le pareti bianche.

Mi terrò i libri. Solo quelli degli altri. Bianchi i miei, come le pareti.

7/10/12