Un coltello nella schiena

22 Febbraio 2015

Un coltello nella schiena di Gassman. Era una foto profetica che annunciava un cambiamento. Ronconi avrebbe ucciso il mattatore.

Oh diomio, quanto mi hanno preso per il culo Sergio Castellitto e Ennio Coltorti, seduti al bar di Santa Maria in Trastevere, quando io di ritorno da un periodo di prove dell’Uccellino azzurro a Gubbio, a casa di Ronconi, nel raccontare quelle giornate mi ostinavo a chiamarlo Luca. Con feroce sarcasmo l’uno, con una risata diretta l’altro. E io che mi giustificavo affermando che ce lo aveva detto lui di dargli del tu, di chiamarlo per nome.

Raccontai come il suo iracondo pastore maremmano di allora, rispose al mio entusiasmo di essere arrivato a casa di Ronconi, aggredendomi appena provai a metter piede all’interno, salvato in extremis da Franco Branciaroli che lo afferrò al volo. Certamente il pastore aveva intuito che uno più cane di lui avrebbe potuto insidiargli l’affetto del proprietario.

Luca Ronconi, arruolatomi per diversi ruoli tra i quali un Pioppo, mi mandò a guardare quegli alberi nella sua tenuta, ma io non sapevo neanche quali fossero i pioppi e quindi mi aggirai in lungo e largo facendo solo attenzione che non si avvicinasse il pastore famelico e iracondo. Nulla imparai degli alberi, ma tanto di un altro modo di leggere i testi che non fosse quello stantio. Imparai, insomma ebbi l’illusione che avrei imparato, ma non fu così. Io mica lo capivo perché si dovessero fare quegli accenti e quelle cesure così inconsuete che avevano fatto grande Marisa Fabbri nelle sue Baccanti. E infatti non era per niente obbligatorio. Mi aiutarono tutti, Mauro Avogadro e Giancarlo Prati in particolare, e la stessa Fabbri, ma si intuiva che quest’ultima non riponeva speranze in me. Fatto sta che grandissimi attori li usano come preferiscono e altrettanto grandi attori li rifiutano, tutti accolti dall’immensa generosità e creatività del grande regista.

Io che affronto i ruoli dando uguale peso alla razionalità e alla comprensione fisica attraverso il corpo, 100% a ciascuna strada, mica lo capivo cosa significasse che la Felicità di star bene in salute, fosse una felicità sporca, meschina, piccola, volgare. Mi ci sono voluti 40 anni e tantissime sconfitte per capire, forse, il guaio di illudersi di godere di una salute fisica, non accompagnata da altrettanta comprensione intellettuale. Perverso! dovevo apparirgli perverso evidentemente, ma io che ancora non mi conoscevo così, io che ancora oggi credo di essere una persona abbastanza pulita, se non del tutto, abbastanza ingenua, se non del tutto, abbastanza stùpida, se non del tutto, abbastanza stupìta, del tutto, come avrei dovuto fare a capire che lui mi vedeva profeticamente nella mia perversione e ambiguità che si sarebbero svelate anche ai miei occhi troppe decine d’anni dopo?

A Lui, Luca Ronconi, devo una gioia infinita, quella di aver creduto almeno per un poco di far parte, di essere entrato, di aver avuto accesso a quel mondo che credevo sarebbe stato la mia vita. A lui devo la gioia di aver visto quel Teatro da dentro. A lui devo l’amicizia irrinunciabile e insuperata con alcuni attori meravigliosi, con una comunità di artisti tanto semplici quanto grandi. A lui devo la gioia di spettacoli fiume come fu Ignorabimus di Arno Holz, visto nella versione di 12 ore e la gioia per tutti quei “Romanzi Sceneggiati” che ha portato mirabilmente in scena. A lui devo il calore di quegli abbracci che mi ha regalato le poche volte che ci siamo incontrati nel tempo seguente e mai concluso. A lui devo l’aver creduto nel Teatro e aver apprezzato le diversità, le grandezze, i fallimenti.

A lui devo/

Introduzione tardiva

23 Ottobre 2012

Da pochi giorni ospite, gratissimo e riconoscente a Tiscali, del canale tematico “Spettacoli&Cultura” di SocialNews e da altrettanti pochi giorni avendo avviato la sperimentazione di questo mio blog personale, mi accorgo che avrei da tempo dovuto introdurre le mie intenzioni. Certo dovrebbero emergere dalla scrittura, ma quando si scrive di Teatro, di Cinema e spero di trovare presto il coraggio per scrivere anche dei Libri che hanno cambiato e cambiano la mia vita, il pensiero va subito alla “critica”.

Ecco, i miei piccoli articoli, non sono e non vogliono essere critiche, ma occasioni di stupore davanti a quelle opere o a quegli artisti dei quali penso: beh, io non sono capace di far come loro. Non importa che siano scrittori, attori, musicisti. L’importante è che mi stupiscano.

Sì, desidero fissare quell’istante che precede la Sindrome di Stendhal, quando si rischia di perdere la coscienza di sé, sentendosi minuscoli ed inutili davanti alle grandi opere.

Naturalmente ciò non capita sempre a Teatro né al Cinema ed ancor meno con i libri, eppure in ogni espressione artistica credo si possa percepire, anche se non sempre individuare, almeno lo sforzo che qualcuno (gli autori, ciascuno per sé ed a volte insieme) si è posto riguardo il problema dell’interpretazione, il tentativo di valicare con la propria opera il conosciuto e proporcelo con rinnovata bellezza.

Ciò vale sia per gli artisti coinvolti che per gli spettatori, credo. Sì, anche allo spettatore è richiesto lo sforzo interpretativo sia intellettuale che emotivo. Lo richiede lo spettacolo, sia esso teatrale, cinematografico, architettonico o naturale come una valle rigogliosa o un mare in tempesta. E’ l’anima che deve essere mossa a tempesta sempre e comunque. Se ciò non accade, forse, oso, non c’è opera d’arte.

Anche davanti ad uno spettacolo orrendo l’anima potrebbe scuotersi, ma io eviterò per quanto possibile di “parlar male”, per poter citare solo ciò che mi sorprende e certe volte mi annichilisce ricordando a me stesso i limiti delle mie possibilità.

18 Ottobre 2012

Deve fare un freddo in Norvegia!

E sarà proprio il freddo ad uccidere Borkman alla fine del dramma quando finalmente si deciderà ad uscire dalla sua stanza.

Ma tutto il dramma è pervaso dal freddo che lasciano l’ambizione mancata, la vita irrisolta, i meriti irriconosciuti, oltre che dal rumore dei passi del banchiere che si aggira al piano superiore, solitario e prigioniero di se stesso.

La scena essenziale che muta solo spostando qualche sedia, è immersa in un blu che sa di ghiaccio, poi un esterno freddissimo nonostante la luce sugli alberi, realizzato con semplicissimo cambio di scena.

E di ghiaccio è la recitazione dei bravissimi interpreti di personaggi tutti disperatamente inconsolati, inconsolabili ed irrealizzati.

Recitazione “di ghiaccio”, non significa priva di sentimenti, al contrario, significa colma di sentimenti induriti però, ossessivi, dolorosi.

Mirabile l’interpretazione che Mauro Avogadro offre di Vilhelm Foldal, frodato dai crimini di Borkman, ma a lui solidale. Il povero Foldal che in gioventù ha anche scritto una pregevole commedia che però non ha mai visto la luce del palcoscenico.

Raffinatissima e severa l’interpretazione che offre Alex Cendron di Erhart Borkman.

Così come sono raffinati e severi gli interpreti di tutti i personaggi falliti nelle loro ambizioni, Lucrezia Lante Della Rovere per Gunhild Borkman, Manuela Mandracchia per Ella Rentheim, Ilaria Genatiempo per Fanny Wilton, Camilla Diana per Frida Foldal.

Su tutti si erge Massimo Popolizio con il gelo del suo Borkman. Il gelo del personaggio e il gelo del cuore di chi, sapendo di non potervisi misurare, assite all’interpretazione sempre inarrivabile di questo attore meraviglioso per rigore artistico e dedizione al Teatro. Quel rigore artaudiano che è mancato a John Gabriel Borkman nella propria vita.

Non amo attualizzare i testi teatrali e questo è del 1896, ma se il Teatro è come deve essere, uno specchio dei tempi che viviamo, come non pensare alla crisi economica mondiale guardando come Borkman, il direttore di banca Borkman, convinto di fare il bene dei suoi investitori ne ha invece tradito la fiducia e rovinato le finanze? E nella solitudine della sua stanza nella quale si è rinchiuso medita attendendo il giorno del riscatto, il giorno in cui qualcuno riconoscerà i suoi meriti, il mondo, pensa, riconoscerà che se le sue speculazioni finanziarie non fossero state interrotte lui avrebbe potuto restituire con vantaggio il denaro sottratto ai clienti della banca. E con questo sogno nel cuore muore di freddo e di inedia e di delusione.

La scena essenziale è di Carlo De Marino, i costumi severi di Gianluca Sbicca, le pregevoli penombre e luci di Umile Vainieri e le musiche di Antonio Di Pofi sempre pregevolissime.

Nuova e veramente bella la traduzione di Claudio Magris.

Gelida, ed è un merito, anche la regia di Piero Maccarinelli.

Che freddo.

Questo spettacolo da non perdere, prodotto da Artisti Riuniti in collaborazione con Teatro Eliseo, è ora appunto al Teatro Eliseo di Roma fino al 4 Novembre, poi sarà a Milano, ma auguro loro di poter continuare a portarlo in tutti i Teatri italiani.

18 Ottobre 2012