Scrittori che scrivono Libri (finora mi ero occupato solo di Attori che scrivono Libri).

Come uno studente di liceo, leggendo il libro ho sottolineato una moltitudine di frasi che vorrei ricordare o che almeno farò poca fatica a ritrovare.

Dovrei citarle tutte, ma sarebbe come trascrivere il libro che invece bisogna comprare e leggere.

 ”La casa sulla roccia” se avesse un difetto sarebbe quello che purtroppo finisce, mentre invece lo si vorrebbe tenere ancora con noi dopo l’ultima pagina. E così faccio, scrivendo queste poche parole.

I miei pochissimi lettori già lo sanno, ma semmai ce ne fosse uno nuovo devo ripetere che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma appunto il piacere di rimanere a pensare al bel romanzo appena letto.

E’ un romanzo chiuso, completo, finito. L’esatto contrario di “Regate di terra” di Paolo Montevecchi di cui ho scritto la settimana scorsa che invece è aperto e mai finito, forse infinito, il cui seguito addirittura viene annunciato di volta in volta dall’ultimo codice QR. Eppure un giorno anche questo si chiuderà, immagino.

“La casa sulla roccia” è un libro completo, a suo modo circolare. Diversissimi, eppure li amo tutti e due questi libri, allo stesso modo. Quando leggo desidero trovare stile, originalità, narrazione, struttura. Quel che io non so fare. Qualsiasi cosa purché sia diversa da me, altrimenti che noia sarebbe!

Tutto del resto si chiude, finisce e il compimento di qualsiasi cosa è quanto di più soddisfacente possa esserci sia per l’autore come per il lettore. Ciò vale per esempio anche per un ponte, per il suo architetto, per chi lo attraverserà, come per tutto quel che facciamo e che siamo, compreso l’amore, compresa la vita. Così per questo libro, il compimento è esaustivo, come un ponte appunto che da oggi ci porta al 1961 e lentamente, accuratamente ritorna a noi, qui ed ora. Almeno così io l’ho interpretato. Cosa c’è di più bello di un ponte che si libra leggero sul fiume talvolta impetuoso e unisce due rive?

Come il ponte della Musica di Santiago Calatrava a Roma che guardo e ammiro ogni volta che ci capito vicino, senza mai avere il coraggio di percorrerlo, per quanto è bello, per quanto è leggero, per quanto di quel ponte ho sentito la mancanza fin dalla mia infanzia, quando ne parlavo con mio padre, con le mie prime parole, al tempo dei miei primi ragionamenti, mentre crescevo in quel quartiere allora privo del salto che unisce le rive. Nei primi anni sessanta appunto, avevo 5 anni e guardavo le due sponde del fiume dal balconcino del nostro soggiorno oppure dal Lungotevere, spostando qualche ramo della siepe d’alloro le cui foglie talvolta rubavo perché mia madre ci condisse e cucinasse i fegatini con la rete.

Con il libro di Monda ho avuto più coraggio, l’ho letto subito, l’ho divorato in privato. Tutto in privato è più facile. L’ho attraversato così come il ponte invita a fare. Guidato dal ricordo, dal monologo interiore della protagonista.

Come un ponte, il libro di Monda, mi ha permesso di percorrere non solo gli avvenimenti accuratamente riportati da lui stesso, ma quella miriade di sensazioni, sogni, speranze e necessarie conclusioni, scelte giuste e sbagliate, sperimentate fino ad oggi. La ricerca di una solidità che ancora mi manca. Appunto “una casa costruita sulla roccia e non sulla sabbia”, come il Vangelo* ci invita a fare, tutti, anche me che credente non sono, credo. Mi ha risvegliato il mio privato mondo interiore che pur diversissimo da quello di Elisabeth-Liz-Beth, è la chiave dell’identificazione con lei, necessaria al godimento di un libro la cui leggerezza è il compimento della prima lezione americana di Calvino.

E qui sta il paradosso più riuscito dell’autore, un altro atto compiuto. Il protagonista, l’io narrante è femminile, direi femmina, donna, nella sua pienezza dei sensi. Non c’è in questo presunzione, ma straordinaria abilità narrativa.

E’ un compendio del pensiero americano, della cultura americana dominante, del comportamento americano, del pragmatismo di cui sono maestri gli americani.

Conosco Antonio da almeno 35, forse 38 anni, da venti vive a New York, ma fu il primo tra le mie conoscenze ad andarci. Il suo pragmatismo lo potei constatare al mio primo tentativo di partenza per l’America, più o meno 33 anni fa, gli chiesi dei consigli e lui stampò e mi diede un suo compendio, un baedeker per vivere la città che aveva preparato per gli amici.

Da allora, ma sarebbe più giusto dire da sempre, Antonio fa e si occupa di mille cose. Oltre quelle citate nel risvolto di copertina ha anche una bella e numerosa famiglia cui non fa certo mancare ogni umana attenzione, concreta e spirituale.

Rimane un dubbio che mi sconquassa: ma come fa Antonio Monda a fare, e bene, tutto quello che fa? Le sue giornate non durano come le mie? Evidentemente conserva un segreto che spero un giorno vorrà rivelarci. Intelligenza, curiosità, organizzazione e pragmatismo, forse?

 

“La casa sulla roccia” di Antonio Monda, edizioni Mondadori, 138 preziose pagine. 17 €.

 

*Per quegli intervistatori che sbagliano il titolo del libro o non ne capiscono il riferimento, direi che non ci sarebbe nemmeno bisogno di aver letto il Vangelo, ma basterebbe informarsi un poco, prima di un’intervista, magari anche solo leggendo le note editoriali che si trovano facilmente in internet.

 

 

 

Attori che scrivono libri. Capitolo 4° (sarebbe il 5°, ma il primo non l’ho numerato).

59 minuti. Più uno all’inizio ed un altro alla fine che ci indirizzano, si collegano, ci invitano per necessità alla lettura.

Una corsa da lasciare senza fiato. Eppure mi sembra di capire che una speranza alla fine ci sia. Ma non credo che conti. Dipende dall’anima con la quale si legge o quella che il libro scatena. La mia è affranta. Confortata solo dalla grande qualità della scrittura, a mio parere. La trama conta forse in ogni cosa, ma credo che conti infinitamente di più il modo in cui le cose si raccontino. Lì, è la differenza tra ciò che piace e ciò che turba, ciò che cambia i nostri sensi anche se solo per 59 minuti.

Sono venuto a sapere di questo libro con 7 anni di ritardo dalla sua uscita, pochi giorni fa per una nota appassionata dello stesso autore in memoria della qualità di donna e attrice che è stata Mariangela Melato.

L’ho cercato in libreria, presso l’editore ed in internet. Niente. L’editore che pure mi dicono essere un’ottima persona, come è tradizione degli editori non ha nemmeno risposto alla mia e-mail.

Ho scritto all’autore che me ne ha voluto regalare la copia che io avrei voluto pagare.

Un privilegio conoscere questo autore/attore/drammaturgo.

Generoso come in scena, come sulla pagina, come nella vita.

Conoscere l’autore di un libro che è piaciuto è un guaio, mi verrebbe voglia per esempio di chiedergli quanto sia autobiografico, ma poi ci penso e conosco la risposta. Certo che lo è, anche se spero che non lo sia. Lo è perché è passata per la sua mente questa storia drammatica, raccontata, meditata, sviluppata nell’arco di un’ora e tre vite. Non lo è e non vorrei che lo fosse, perché troppo dura, troppo tragica, troppo fluida, troppo dentro e fuori il mondo di un’infanzia perduta in un volo per toccare le stelle; in un altro volo per seguire il primo e ancora in uno schianto automobilistico inevitabile. Quindi il coma da cui l’autore ci parla. Non lo è, mi ostino a pensarlo, perché per fortuna conosco la moglie e credo che abbiano 2 bambini. Non gliel’ho chiesto, se hanno bambini, per non dover eventualmente rispondere ad analoga domanda. Con gran perdita di dolore e di gioie.

Ma poi che domanda è la mia? che vergogna. E’ una sorta di prurigine invereconda che vorrebbe investigare il privato di questo autore. No. Che brutta cosa mi è venuta in mente. Ma mi rinfranco sapendo di aver corso con le sue parole una corsa che lascia senza fiato, scritta in un sogno, tra giochi e pupazzi di bambini e responsabilità di adulti.

Tutto ciò che un autore scrive è autobiografico per il solo fatto che lo ha pensato. Ergo/

Non so chi scandisca il tempo, perché il flusso è continuo, forse una macchina cui il narratore è collegato. Che ansia! Ancora una volta però offre riparo alla mia anima in pericolo di lettore, la narrazione pura, perché di questo si tratta, che ci trascina via e dentro, ad un tempo, nella storia e nelle tragedie di un tempo fermo a 2 anni 3 mesi e 21 giorni. Il tempo degli adulti circonda l’altro dell’infanzia. Quante volte scrivo “tempo”. Il tempo, ancora e sempre il tempo come i 59 minuti. Il tempo. Scandito. Ritmato. Cantato. In un canto di dolore.

Un monologo feroce e delicato, delicatissimo, che si scioglie per nostra fortuna nelle due ultime parole del bellissimo libro.

Mi ostino a pensare che non ci sia autore migliore di chi è attore, non tutti magari, ma alcuni sì, di sicuro.

“Cinquantanove minuti” di Lorenzo Gioielli, Michele Di Salvo Editore, 93 pagine, € 9,50.

Il provino

14 Gennaio 2013

Durante queste settimane di vacanze natalizie, non ho scritto, o meglio non ho pubblicato, ma un po’ scritto sì, perché ho preparato un provino per un regista straniero, famosissimo e bravissimo, di cui amo l’esperienza e il temperamento così diversi dai nostri italiani che però lui conosce assai bene.

Non c’è spazio per nient’altro nella mia mente quando lavoro per o in Teatro.

La costruzione di un personaggio occupa tutta la mia mente, il mio corpo, il mio tempo, il mio respiro, i miei sogni, il mio sonno che si fa veglia.

Immagino dipenda dal metodo, non l’unico che uso, ma il principale, quello che ora mi è dentro come il respiro. Il metodo “costiano”, detto “mimesico”. L’elaborazione emotiva ma anche razionale e certamente fisica della combinazione dei quattro elementi che compongono la vita, che ne sono alle fondamenta, della vita e della vita dei personaggi, della vita della drammaturgia: Acqua Aria Terra Fuoco. Dalle loro proporzioni, presenze o assenze, vive il personaggio e la Tragedia come la Commedia. Da quell’elaborazione scaturisce fisicamente la parola così come si è costruita nei millenni dal grugnito al suo senso odierno, univoco o ambiguo che sia. Ci vorrebbero migliaia di pagine o anche poche lezioni pratiche, ma ci sono molte persone che saprebbero spiegare questo metodo meglio di me. Io quel metodo ce l’ho dentro e lo uso ed elaboro così come respiro. Anche il respiro per quanto involontario sia, lo posso modificare. Così, alchemicamente, combino quegli elementi che il mio adorato Maestro Orazio Costa Giovangigli mi fece scoprire in tutta la loro magia.

Sì, a 57 anni suonati, quasi 58, mi capita ancora di fare provini con monologo e poesia, come a 15 anni, come a 20. Mi dispiaccio un po’, ma non me ne vergogno davvero.

Il provino generico ha i suoi meriti, ma è una gran rottura di palle, il provino su parte è invece molto interessante.

Ho voluto preparare una cosa nuovissima per me. Un monologo di 12 minuti, sintesi del prologo del testo che quel regista metterà in scena, interpretando 3 personaggi diversissimi tra loro, ma che dialogano in modo serrato.

Un Ubriaco dalla mente assai vaga, un Signore cinico e spietato, direi pre-freudiano o, trattandosi di drammaturgia, potrei dire pre-schnitzleriano per il gioco onirico in cui versa la propria ferocia, e un giovane Paggio nel ruolo finto di donna bellissima. Un lavoro quindi di scrittura, riduzione, adattamento e interpretazione. In una parola, Studio.

Del monologo, come avrei dovuto prevedere, ne ho recitato solo un pezzetto, poi abbiamo lavorato su uno dei personaggi: un grandissimo piacere.

Non so che cosa potrà sortire da quest’incontro, se ci sarà o meno un contratto, ma sono felice di aver dedicato tutta la mia mente e il mio corpo in questi giorni di ferie alla preparazione di quell’incontro.

Ho piacere di sottolineare che il concorso per l’accesso a questa selezione che si svolgerà credo per 3 livelli (accesso, selezione e verifica) è stato diffuso con bando pubblico nazionale. A quanto mi risulta un’occasione rara in Italia. Io ne sono venuto a conoscenza 48 ore prima della scadenza, per colpa mia, i bandi pubblici bisogna cercarseli.

Ecco perché non ho pubblicato nulla, ma ora ricomincio con qualche altro esperimento di scrittura. Critiche e consigli mi saranno graditissimi.

Viva il Teatro.

1999, credo. “E’ tardi, ma mai troppo per farti dono di quel che ho amato, di quel che mi ha formato” Tuo, F.

Questa la dedica su “Wilhelm Meister, la vocazione teatrale” di Goethe. Firmata da me. Il libro è ancora mio. Me lo devo essere dedicato. Certo, a rileggerla mi pare decisamente confusa.

Fin dagli inizi ancora bambino, quattordicenne, e sempre più crescendo e acquisendo esperienze e mezzi, mi ero anche costruito la convinzione che ci si dovesse dedicare anima e corpo al mestiere del Teatro, della recitazione. E così è stato. Per anni ho guardato a quegli attori che svolgevano un doppio lavoro, spesso nelle assicurazioni, come dei poverini la cui passione evidentemente non era abbastanza forte da spingerli a rischiare. Nemmeno all’inizio quando le cose vanno bene un po’ a tutti perché si costa poco e i giovani servono sempre per far numero.

Nei miei anni americani ho scoperto che quasi tutti gli attori professionisti, bravi e accreditati, mantenevano un secondo lavoro fin dagli anni di scuola, proprio perché coscienti delle incertezze del mercato.

Da un anno o poco più rivedo certe mie convinzioni. Oggi in Italia sono proprio quelli che hanno un secondo lavoro (che può anche essere rappresentato da una famiglia benestante alle spalle) quelli che riescono a fare il teatro. Magari solo nella città di residenza, senza sperimentare le lunghe tournée che tanto non riescono quasi più a nessuno.

Certo ci sono delle eccezioni, ci sono tanti attori che riescono a vivere di Teatro, ma sono sempre meno. Una volta si diceva: chi è bravo comunque a casa non ci resta. Non è più così.

Una volta si diceva: non puoi fare troppe cose, confondi i tuoi interlocutori. Non è più così.

La quasi totalità degli attori che conosco diversificano la propria attività, anche scrivendo, facendo regie, sperimentando nuove tecniche, ma i vincenti sono quelli che riescono anche ad essere produttori di se stessi. Imprenditori.

Sono anni che ci provo anch’io, senza mai riuscire a capire quale sia la porta d’ingresso alla produzione. Scrivere, prendere premi, finanziare il proprio spettacolo, metterlo in scena con enormi sacrifici magari in una piccola rassegna, non basta, bisogna proporlo alle distribuzioni, ai Teatri. E qui il silenzio è totale. Mille le telefonate, le lettere, le spedizioni; insulse le risposte.

Eppure qualcuno ci riesce. Ma come facciano io non riesco a capirlo.

Scomparsi i piccoli finanziamenti che concedeva l’IMAIE e che per 3 anni hanno permesso lo sviluppo esponenziale di tantissime iniziative artistiche teatrali e cinematografiche, oggi rimane una resistenza individuale o di gruppi, ma che certo non garantisce la sopravvivenza.

Alcuni Teatri chiudono, altri non riescono più a fare programmazione.

Chissà se è veramente finita?

Se lo fosse, non saprei cosa fare, ma almeno avrei chiuso in bellezza, finalmente a pochi anni dai 60 un regista, Giancarlo Zanetti, si è accorto che avrei potuto anche affrontare un personaggio comico (prima avevo fatto solo 2 o 3 commedie), un po’ tardi forse, mi rimane però il piacere di aver fatto ridere platee di 1500 spettatori con il mio ultimo spettacolo con Gianfranco Jannuzzo, “Cercasi tenore” di Ken Ludwig che spero si riprenda il prossimo inverno. Che magnifica emozione dominare quello scoppio di risa. E senza claque è ancora più bello.

Una risata mi seppellirà.

8/10/12

Vorrei le pareti bianche

16 Ottobre 2012

L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re.

Vabbè, ma a casa mia non sono io il re?

Desidererei le pareti bianche, vuote. Libere. Scambierei volentieri tutti i miei libri per la digitalizzazione di ciascuno, anche delle doppie edizioni, anche di quelli in più versioni con diverse traduzioni. Li vorrei/ ops, li desidererei uguali uguali, con la stessa grana di carta sullo sfondo bianco, li vorr/ li desidererei con le stesse copertine e le mie note a matita sui margini, vo/ desidererei poterci nascondere i foglietti ripiegati delle lettere d’amore dimenticate, le fotografie, la cartolina da Balbec (Cabourg, Normandia. Anche se invece la mia è addirittura di Saint Malo, Bretagna. Che tradimento) che conservo nell’Amleto Atto III scena I e anche le orecchiette alle pagine. Ma li vorrei digitalizzati sul mio computer, non sul lettore, sul computer. Con il lettore puoi solo leggere, con il computer puoi fare di più. Li vorrei sull’HardDisk non sulla “nuvola” che avrebbe bisogno sempre di un collegamento internet, li vorrei comunque concreti, a portata di mano, sebbene digitali.

Chi vuol fare questo scambio?

Quando mia moglie legge il giornale (io non lo faccio più, leggo le notizie in internet) il nostro cane ne afferra uno dalla pila di quelli da buttare, lo stende ai suoi piedi, ci si mette sopra e lo guarda. Quando mia moglie legge un libro (ma non quando lo leggo io, chissà perché), il nostro cane sfila dalla libreria il più prezioso, il più antico, spesso uno di poesia e se lo divora in un batter d’occhi, poi torna a cuccia e medita, malinconico.

Metteteli in alto, i libri. Ma già arrivano al soffitto e dire che qui è piuttosto alto. Tanti, troppi libri. Perché conservare i libri? per rileggerli, ma se non li ho nemmeno letti tutti. Per amore del contatto con la carta, con la storia, con il proprietario precedente? Forse, ma a che serve? Solo un piacere, fisico, mentale?

Vorrei le pareti bianche sulle quali proiettare i miei sogni, invece di vedere i sogni di illustri e meno illustri scrittori coprirsi di polvere. Vorrei avere il coraggio di buttare tutte le versioni delle mie sceneggiature, Dio quante. Se invece di scrivere e stampare tutta quella roba rimasta inutile, avessi investito tutti quei soldi in libri, oggi sarei almeno un uomo migliore. Ma avrei ancora più libri. Avrei potuto bermeli quei soldi, invece di scrivere. Comunque avrei dovuto leggere di più.

Perché non si può fare con i libri quel che si fa con i CD di musica, li infili nel computer, in un attimo li registri e te li rivendi?

Vorrei le pareti bianche.

La carta dura di più, dura 1000 2000 3000 anni, il supporto informatico forse solo 20, poi si deve cambiare. Chi se li ricorda più quei dischetti quadrati che il mio primo Mac Classic ingoiava? ci ho registrato tutti i miei lavori e nessuno può più leggerli. Sono passati appunto solo vent’anni. Tutto sprecato.

Sì, vabbè, ma io vorrei le pareti bianche.

Mi terrò i libri. Solo quelli degli altri. Bianchi i miei, come le pareti.

7/10/12

Monologo: Exit strategy

8 Ottobre 2012

A che ora? beh, le 20 e 30, dopo l’estrazione del super enalotto, non si può mai sapere. Quindi il martedì, il giovedì e il sabato. Tre possibilità. Se si scavalla di un giorno ricomincia quella cazzo di fievole speranza che te lo impedisce.

Come? Boh, un colpo secco, sì, ma di che? fionda, pistola, busta di plastica, rasoio, davanzale, apoplettico. Fionda, mi pare improbabile, al massimo ti cavi un occhio. Pistola, già meglio. Con fascia in testa come Il cacciatore? Forse non è il momento di mascherarsi. Però che spettacolo orrendo. Vabbè, dritto al cuore, già meglio. Ma se lo manchi? Più o meno lo sappiamo tutti dov’è il cuore. Sì, più o meno. La busta, troppo lungo e troppo drammatico. Magari ci ripensi strada facendo, ti fermi e rimani rincoglionito per il resto dei tuoi giorni, no, troppo rischioso. Rasoio, funziona, ma anche qui lo spettacolo per chi ti trova è terrificante. La vasca da bagno impregnata per l’eternità di umore indelebile, non servirebbe nemmeno il luminal, semplicemente non si lava più. No, brutta cosa. Davanzale, sì è possibile, ma sotto c’è un ristorante sempre pieno, all’uscita che è anche l’entrata, di giovanotti corteggioni, magari ne porto via qualcuno, ma quelli sono troppo giovani, che c’entrano. Apoplettico? non puoi deciderlo tu. Dimenticavo, una corda, sì, ma dove? dove l’attacchi una corda? il mondo non è poi così pieno di ganci. Alberi ce ne sono, ma se mentre ne scali uno cadi e rimani paralizzato? E poi anche lì, quelli che ti trovano, magari dei bambini che vanno a scuola, no, non bello. Però chi glielo ha detto ai bambini di attraversare villa Borghese? Anzi gli era stato precisamente vietato. Beh, allora un albero, perché no. E il nodo, come si fa un nodo scorsoio? Boh. Resta il treno. Ma proprio io devo dare un’ulteriore fregatura ai pendolari che restano? no, sarebbe ingeneroso.

Non che mi ricordi bene l’esame di maturità, ero molto preparato, 56/60. Forse i giorni prima, quando ti sembra di non ricordare niente, il vuoto, il vuoto pneumatico nello stomaco. Un buco universale nello stomaco. No, peggio, un vuoto pneumatico che mi devasta da anni. Ma ora è più vuoto. E più devastante. La sensazione di aver commesso una colpa, un crimine irreparabile. Ma quale? Ho investito qualcuno e non l’ho soccorso? non mi pare. Ho abbandonato una donna che non si è più ripresa? no. Ho abbandonato un cane, un po’ sì, non mi sono portato a casa un cane di campagna, ma allora pensai che sarebbe stato meglio lì in libertà. Maledetta filosofia Hippy. Non ho studiato? no, per il mio lavoro ho studiato eccome. Ma l’ho perso lo stesso. Sento un vuoto dentro, un vuoto enorme. Ci vorrebbe una soluzione improvvisa. No. Improvvisa no, bisogna godersela la fine, non ce ne sarà un’altra. Prendere tempo. Seee, questa è la scusa che dilata la voragine. Stare sul bordo dell’abisso può anche essere esaltante, ma quando si comincia a precipitare, non so che sensazione possa dare. Sì, ah, ecco, ho investito qualcuno e sono scappato? Non mi pare. Che vuoto che sento allo stomaco. Sì ho investito qualcuno. Ho investito me stesso. Mi sono investito da solo e pensavo di riuscire a sottrarmi. Che scemo.

Dov’è l’errore della mia vita? aver creduto al posto fisso, no, non ce l’ho mai avuto né l’ho cercato. Aver amato la mia fabbrica? aver amato il mio lavoro? Beh, questo sì. E’ una colpa? sì, forse sì. Aver insistito per fare ciò per cui avevo studiato? Non aver capito per tempo che non ce n’era più per nessuno? E seppure l’avessi capito cosa avrei potuto fare? Cambiare in che? Un vuoto assoluto, un senso di colpa infinito per aver sprecato una vita. Pure fortunata. Sì, non mi sono certo mancate le occasioni. Come ho fatto a sprecarle tutte? Tutta colpa mia? Beh, almeno un po’, sì. Mi sento come agli esami, mi sento come al primo debutto, o all’ultimo esaltante di 9 anni fa che, nel ricordo, è uno dei pochi che mi abbia fatto ancora tremare le gambe. Poi la piena coscienza, sì, dopo quell’esperienza ho acquisito la piena coscienza dei miei mezzi. Ma non è servita più a nessuno.

Ho fame. Una scusa. Ho sete. Nooo, non hai sete, vorresti ubriacarti per sentire meno dolore, ma che resterebbe di quest’ultima esperienza? Niente! Ecco appunto, niente. Che dovrebbe restare? Qualcosa sì, ma cosa?

Ah, sì, tutti i casini: La carta di credito da coprire che sennò portano via la macchina a mia moglie, ché è intestata a me. Distribuire i pagamenti automatici dalla carta di credito alle banche di mia madre e di mia moglie. Disdire l’adsl e il telefono, il cellulare e quello fisso. Ah, coprire il conto in banca che brilla color sangue da anni. Che altro? salutare gli amici, ma se gli mando una lettera, capiscono e mi fermano. Allora lasciare una lettera ciascuno a casa, qui, sotto il computer. Sì, è la cosa migliore. Una lettera ciascuno con il testamento. Testamento? ma di che? a parte il computer e parecchi libri non ho nient’altro. Solo debiti. Alcuni non li pago. Capiranno, sono amici. Non vorrei pagare la carta di credito e la banca, ma quelli sono feroci. Devo aspettare ancora. Ecco, devo comporre un elenco delle cose di cui disfarmi prima di agire per non lasciare nei guai quelli che restano. Ma ci vuole tempo, mannaggia. E se fosse solo una scusa anche questa? come smettere di fumare, domani, sempre domani. Ma perché mi sono deciso a questo? In passato ho pensato di impiccarmi per amore. Ma per soldi non l’avrei mai immaginato. Per soldi? sì, e allora non posso lasciare più guai di quanti ne avevo in vita a persone del tutto innocenti. Bene, questa non sarà una scusa per ritardare. Se va bene appiano la situazione e lascio pure qualcosa.

Dove? Alla filiale sotto casa mi riconoscono anche con il mephisto calato in testa. Sì, vabbè, chi se ne frega. Tanto è l’ultima volta.

Speriamo abbiano mira. Se fossi a New York o comunque in America, starei tranquillo, mi pigliano sicuro, se fossi negro beh, allora avrei il 100% di possibilità di lasciarci le penne. Però sono bianco. In certi casi non pare essere un vantaggio. Tanto non sono in America.

Dove, allora? Una banca qualsiasi, la prima che mi capita.

Se va male, mi sparano loro. Sì, la cosa migliore è la pistola. Che sia la mia o quella di un altro non fa differenza.

Ho deciso, la pistola.

Che ore sono? le sette di sera. Che giorno è? martedì. Beh, c’è tempo. Ho ancora due euro. Mi compro un superenalotto. Non si sa mai.

Che schifo.

Mi dia un superenalotto, anche super star. Quanto? Due Euro! Cazzo!

Rimandare, rimandare, rimandare. Preferisco il rumore del mare.

Federico Pacifici