Attori che scrivono libri, 6° (sarebbe il 7°, ma il primo non l’ho numerato).

Amo la Memoria degli attori. Le loro Memorie.

Il primo, per me, fu Carlo Goldoni. Le sue Memorie, un libro straordinario. Sì, Goldoni era anche attore e avvocato, non solo il grande drammaturgo che conosciamo o dovremmo conoscere, se alle medie e al liceo non ce lo avessero fatto odiare. Per fortuna ho avuto modo di vedere suoi testi messi in scena da Giorgio Strehler, da Luca Ronconi, da Ugo Gregoretti (con Proietti appunto) e io stesso desidererei metterne in scena uno, non dico quale, con una compagnia di vecchi attori, cioè miei coetanei, ma questa è un’altra storia. A Goldoni dobbiamo anche l’invenzione del diritto d’autore, del resto come già detto era anche avvocato, oggi esteso anche alla nostra immagine rivenduta nei programmi televisivi, un diritto che se ci arrivasse puntuale permetterebbe a chi, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente lavora meno o non più, di stare un po’ meno male. Ma anche questa è un’altra storia.

Goldoni andava da Chioggia a Venezia con un barcone a vela latina, navigava con i suoi bauli e le carte di credito, sì, esistevano anche allora, ma non c’erano i bancomat e per scontarle ci volevano anche settimane di attesa per essere ricevuti dal direttore di banca locale. Scriveva con pennino e calamaio, al freddo, per Teatri freddi, eppure ci fu un anno in cui scrisse ben 16 commedie, tra le quali alcuni capolavori. Finì la sua vita in Francia. Le sue monumentali Memorie le scrisse in francese, infatti. Fuga di cervelli allora come oggi.

Sono costretto a ripetere, sebbene i miei pochissimi lettori già lo sappiano, semmai ce ne fosse uno nuovo, che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma solo il piacere di rimanere a pensare al bel libro appena letto e alle sue conseguenze.

Proietti ha navigato e naviga ogni esperienza di Teatro con le vele piene di vento. E qui ce lo racconta, il Teatro.

Così come Carlo Goldoni, Antonin Artaud e tanti altri con le loro opere disegnano il rigore di una vita dedicata al Teatro, anche Proietti con queste sue Memorie dà una lezione di rigore, raccontando con entusiasmo il mare da lui percorso, dalle prime esperienze come musicista e cantante, al Teatro universitario, dalle compagnie di giro al one man show, la televisione, il cinema e il doppiaggio, fino alle più recenti, attraverso ogni genere di spettacolo. Quello su cui le generazioni successive si sono formate, hanno magari sfiorato e ora è completamente cambiato.

Il mondo dei musicisti di night club e di locali da ballo nel quale Proietti ha cominciato ad esibirsi, non lo conosco che pochissimo, direi più che altro dai suoi racconti entusiasmanti e divertenti.

Quello del Teatro lo conosco decisamente meglio, ma mai abbastanza.

La mia frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica coincise con l’apertura della sua mitica scuola al Teatro Brancaccio. Così che tutti noi allievi di recitazione dell’una e dell’altra scuola, noi un po’ più seriosi, loro divertentissimi, ci incontravamo e passavamo le sere e le notti insieme, proprio con quasi tutti coloro i quali lui cita nel suo bel libro. Certo parlavamo di quel che studiavamo, confrontavamo metodi ed esperienze, ma soprattutto facevamo un sacco di cagnara, sfogavamo in strada, magari davanti a quei buonissimi e dannosi cornetti caldi notturni che allora andavano tanto di moda, quello che ancora non ci era dato di sfogare in palcoscenico. Si andava a vedere gli uni gli spettacoli degli altri e poi si faceva baldoria, dopo esserci congratulati per le belle cose cui avevamo assistito (non sempre, sigh!), discutendo del bene e del male, della messa in scena e della recitazione, lodando e criticando, parlando e straparlando di recitazione, scene, costumi, regia, luci, cose di cui capivamo abbastanza poco, ma che cominciavamo a conoscere, affermando verità crollabilissime e bugie perfette, indossando quella che chiamavamo la necessaria faccia di tolla. Non si esitava ad andare da una città all’altra in una specie di tournée preparatoria al futuro cui aspiravamo, per vedere un amico già diventato attore che lavorava magari proprio con lui, per conoscerlo, per farsi vedere. Fu così per esempio per il Bugiardo di Goldoni con la regia di Ugo Gregoretti e Gigi Proietti protagonista che andai a vedere a Genova. In questo modo studiando e imparando la vita del Teatro e dello Spettacolo, dentro e fuori il palcoscenico.

Nel suo racconto di una vita di spettacolo, non una biografia, ma “quattro chiacchiere sul passato”, non c’è un milligrammo di autocommiserazione, di insistenza sulle difficoltà, ma solo quell’entusiasmo per la sua Arte che vediamo sgorgare come una sorgente fresca in ogni sua interpretazione, ma anche semplicemente la mattina quando arriva sul set sfoggiando un sorriso e una battuta che alleggerisce il lavoro e rallegra.

Le fasi della sua esperienza sono talmente tante che è difficile citarle tutte, dal CUT con Giancarlo Cobelli al gruppo 101 con Antonio Calenda, da Roberto Lerici a Ugo Gregoretti, passando per i più grandi registi che tutti abbiamo amato e amiamo come Scola e Fellini, Altman. Ma anche Sergio Citti, mai abbastanza lodato, un genio del cinema che aveva ricevuto l’arte dalle mani di Pasolini e ce l’ha restituita in una cinematografia personalissima, con capolavori indimenticabili, come Casotto che Proietti cita, rievocando l’irresistibile scena dei piedi “zozzi” per le scarpe che stingevano. Proietti, concludendo il suo libro, dice che vorrebbe ancora fare uno spettacolo intitolato “Cartoni animati”, incentrato sui barboni. Colgo io la coincidenza, quello fu anche il titolo di un film di Citti che purtroppo nessuno o pochissimi videro. Ne chiesi notizia a Ninetto Davoli quando anni fa ebbi il piacere di lavorare con lui, mi disse che evidentemente non era venuto bene o non ne era stato soddisfatto lo stesso Sergio Citti. Auguro a Proietti miglior fortuna.

Proietti rievoca la mirabile stagione del Teatro Tenda di Molfese. Anni indimenticabili, entravamo gratis con la tessera dell’Accademia o invitati da amici. Lì ho visto grandi attori, Proietti appunto, Vittorio Gassman all’asta, Eduardo De Filippo, Jango Edwards, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il famoso Masaniello di Armando Pugliese con Mariano Rigillo e Lina Sastri. Il Teatro insomma.

I miei personali ricordi poco hanno a che fare con le intensissime avventure teatrali di Gigi Proietti, ma lui me li ha evocati con le sue Memorie. L’unicità della sua storia artistica diventa universale quando ce la racconta e ci fa sognare almeno una piccola identificazione con lui. Difficilissimo riassumere il suo libro, composto di mille e mille citazioni, occasioni, avventure teatrali. Ne cito una per tutte, tra le più recenti, l’avventura del Globe Theatre, costruito dalla famiglia Toti da un’idea, dal desiderio di Proietti che ci fosse magari anche un piccolo palcoscenico all’aperto, a Villa Borghese, per fare spettacoli estivi e che è diventato quel magnifico Teatro, luogo di riferimento a vocazione strettamente shakespeariana, sempre esaurito in ogni ordine di posti.  Il libro è da leggere per intero, con la voracità che lui ha messo e mette nella sua Arte, per provare a saziarsene ben sapendo che è impossibile. Il Teatro dal vivo, ma anche raccontato, specie se da lui, è cosa che più ne mangi, più ne respiri e più ne mangeresti e respireresti, comunque vi si assista, sia in scena (preferibilmente), sia in platea, specialmente davanti a quella carica vitale che lui mette in ogni suo “gesto” artistico, sia esso una canzone, uno spettacolo, un aneddoto, una barzelletta, una storia. Guardate e ascoltatene una, http://www.youtube.com/watch?v=qYY4HERByd8, “Il cavaliere bianco e il cavaliere nero”.

Incontrai una prima volta Gigi Proietti appena diplomato all’Accademia. Per guadagnare, ma soprattutto per stare in Teatro, quell’estate lavoravo come aiuto coreografo di Lydia Biondi per le Nuvole di Aristofane che stava mettendo in scena il grande Tino Buazzelli. Proietti mi ricevette in un piccolo studio al Teatro Brancaccio. Cercava un giovane attore, non so come o chi gli avesse fatto il mio nome. In quell’occasione, ahimè, dissi una di quelle mie scemenze poco meditate e che non ripeto, perché ancora me ne vergogno e non so come possa allora essermi venuta in mente, ma ricordo la sua espressione esterrefatta, così che tutto finì lì.

Ho avuto per fortuna l’occasione di rincontrarlo proprio qualche mese fa per un ruolo in una serie televisiva, per la regia di Luca Manfredi, di cui lui è protagonista. Già la scorsa estate al provino su parte, quando Pino Pellegrino, il casting, mi disse che si trattava di una serie con lui, impallidii per il timore di lavorarci, il timore del confronto. Feci in modo di non pensarci, il provino andò bene e mi scritturarono. E, desidero dirlo, in un cast completamente composto da Attori di provata esperienza teatrale, cosa rara e bellissima. Ho letto il copione ed ho ricominciato a tremare. Finalmente un personaggio diverso dai miei “cattivi” che pure amo molto, per una volta un personaggio sfortunato, incompreso e offeso, però in una delle scene con Proietti c’era una mia battuta che avrebbe potuto trasformare la situazione da tragica in comica. Mi sono detto, e se gli autori non mi autorizzassero a cambiarla? e se Proietti non volesse cambiarla e se ne approfittasse con la sua celeberrima ironia, io e il mio personaggio che fine faremmo? Non avevo fatto i conti con il suo genio e la sua delicatezza, quella delicatezza che hanno solo coloro che testimoniano rispetto assoluto per il mestiere e la condizione dell’attore con il quale si trovano a lavorare. Lui certo non aveva bisogno di quella battuta per prendersi la scena, l’abbiamo leggermente variata e abbiamo lavorato benissimo insieme. Un’ulteriore lezione di sensibilità per l’arte della recitazione e per i colleghi, di cui gli sono grato.

Insomma, caro Gigi (mi hai autorizzato tu a darti del “tu”, semplicemente girandoti a guardare chi altro ci fosse intorno, ogni volta che io rivolgendomi a te dicevo “lei” e tu “ma chi è ‘sta lei?”), del tuo libro ho detto ben poco, ma me lo sono proprio gustato.

Grazie Gigi, per la tua Memoria, ricordi tutto, proprio tutto e grazie per la tua Arte.

 

“Tutto sommato – qualcosa mi ricordo” di Gigi Proietti, Rizzoli editore, 241 pagine di insuperabile memoria, € 19,50 ottimamente spesi.

Egr. Dott. Marino,

io la voto. E l’avrei votata a Sindaco di Roma anche se non fossi venuto al suo incontro pubblico allo Spazio Cerere del 15/5/13. Mi ha fatto piacere ascoltarla. La voto perché Roma ed anche tutta l’Italia avrebbero bisogno di persone intelligenti, competenti, coraggiose e soprattutto non organiche né piegate a sistemi partitici ed ideologici che hanno ampiamente dimostrato l’inefficienza e l’inefficacia oltre la mala amministrazione. Purtroppo bisogna notare che il suo partito che poi sarebbe stato anche il mio, il PD, ieri, disertando la manifestazione della FIOM, l’unico sindacato che abbia ancora chiara la sua missione, ha perso un’altra occasione di crescita e ricompattamento.

L’altra sera avrei desiderato dir qualcosa, esprimere alcune mie osservazioni, magari ascoltare le sue risposte. Non l’ho fatto perché ahimè sono timido, nonostante il mio mestiere di attore e perché mi è parso che fossero previste 4 domande che avrebbero dovuto soddisfare, così come hanno fatto, i 4 invitati direttamente dall’organizzazione dell’incontro. Niente di male in questo.

Ho sentito la proposta di aprire uno sportello di ascolto presso Equitalia. A parte che da lunedì 20/5/13 la società sarà sciolta e le sue competenze attribuite ai Comuni e ciò rende inutile l’apertura dello sportello di cui sopra, rilevo che quella società le cui competenze le erano state attribuite dall’Agenzia delle Entrate, si è comportata come un camorrista assoldato da un usuraio per il recupero crediti a tassi esponenziali e con scarsa chiarezza.

Cito da http://www.repubblica.it/economia/2013/05/17/news/scheda_equitalia-58979436/ “Il sistema – infallibile – di riscossione legato ai verbali non pagati faceva sì che più dell’80 per cento dei cittadini pagasse subito i verbali che gli venivano contestati, con la certezza di essere altrimenti perseguitati a vita con interesse semestrali a tassi elevatissimi.”

Altri invece ne morivano stritolati. Appunto, per i tassi forse da usura?

Questi metodi si chiamano minacce.

Senza dir dell’apparentemente congrua incongruenza dei ruoli del dott. Attilio Befera, presidente di Equitalia e direttore generale dell’Agenzia delle entrate.

Sarebbe ora che i cittadini italiani tornassero ad esser uguali davanti alla legge e davanti alla riscossione delle tasse. E’ accaduto con i grandi evasori e gli esportatori di capitali all’estero che, se sorpresi, potessero trattare sconti enormi rispetto a quanto evaso e a quanto avrebbero dovuto pagare, mentre malcapitati cittadini comuni per avere dimenticato di pagare una multa si vedevano sottrarre la macchina e finanche la casa, senza nemmeno esserne informati, se non al momento in cui avessero cercato magari di vendere quelle proprietà, proprio per pagare quelle multe spaventosamente moltiplicatesi di entità come nemmeno i pani e i pesci.

Anch’io ho vissuto all’estero, Parigi, Londra e soprattutto New York per alcuni anni, lavorando lì e pagando le tasse in quel paese, l’America, in Francia ed Inghilterra ci sono stato troppo poco per poter anche lavorare.

Tornato nel ’96 sono venuto a vivere proprio a San Lorenzo. Questo quartiere che da bambino (vivevo in quella via Guido Reni oggi nobilitata dal MAXXI e che già allora, 50 anni fa, per mano a mio padre, mi lasciava stupefatto per lo spreco dello spazio occupato dalle caserme militari, quando già da tempo la Costituzione affermava che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. All’epoca anche un bambino studiava l’Educazione Civica), questo quartiere dicevo, che da bambino mi sembrava periferico ed oggi è decisamente centrale, al tempo del mio ritorno dall’America conservava ancora la sua vocazione artigiana, popolare e artistica. C’erano i lattonieri (ne è rimasto uno), i marmisti (ne sono rimasti 3 o 4), i falegnami (rimasti solo 2), le legatorie, sì, quelle capaci di restaurare un libro, di rilegarlo, di cucirlo, di comporre le lettere a mano, capaci di utilizzare la carta di Firenze o quella marmorizzata (scomparse, ci sono solo fotocopisti), bombolari (venditori di gas in bombole, scomparsi), piccole salsamenterie (rimaste 2), meccanici, tornitori, fabbri. Al posto di tanti di questi laboratori piccoli o piccolissimi ci sono ora i Pub e le paninoteche (che parola orribile pur mutuata dall’arte, o forse proprio per questo inadatta), ma soprattutto, nell’ultimo anno sono invece comparsi 10, forse 15 negozi con un rotolo di carta igienica, due bottiglie d’acqua e birre, tante birre, al costo di 1 € l’una, tutti in mano ad extracomunitari il cui inserimento è certamente una cosa ottima, ma che evidentemente praticano, per legge, una concorrenza sleale nei confronti di coetanei italiani che volessero intraprendere la stessa attività, perché sembra che non paghino le tasse per 5 anni e soprattutto, non capisco dove tutti questi giovani che vengono da paesi lontani, trovino il denaro per aprire i loro negozi, subentrare negli spazi lasciati liberi non appena chiudano le altre attività, avviando un commercio identico di negozio in negozio, praticando prezzi imbattibili, evidentemente procurandosi la merce al super ingrosso, usando come unità di misura i tir o i bilici, acquistando una tale quantità di merce (birre) da poter tenere prezzi bassissimi, cosa che sarebbe ottima se non suggerisse l’idea di un “cartello” e di una sola organizzazione che manovri tutte queste persone che in realtà, forse, farebbero solo da prestanome, essendo invece chissà solo dei lavoranti, pagati chissà come?

Tenere i prezzi bassi è una cosa buona, chi potrebbe lamentarsene? Ma questo meccanismo invasivo di apertura di negozi tutti uguali, con gli stessi prezzi, il cui prodotto principale è la birra, la stessa birra commerciale, oltre a devastare il mercato, determina una “movida” disastrosa, rumorosa e ubriaca che con il consumo di ettolitri di quella birra acquistata a pochissimo prezzo, lascia per la via tappeti di cocci, macchie di sangue, vomito e feci.

Desidererei allegare un paio di foto scattate stamattina alle 7 e 50, ma non so come fare, le caricherò su FB.

Ieri sera, durante i pochi istanti che ho impiegato per attraversare un incrocio interno al quartiere, tirato dal mio cane, ho potuto ammirare una splendida ragazza con un bel sorriso luminoso che alzando una bottiglia da 3/4 ha incrociato il braccio con il braccio di altre sue amiche che sorreggevano analoghe bottiglie e, per almeno 3 volte (in pochi istanti) ed al grido di un motto a me incomprensibile, probabilmente il grido di guerra dell’ubriachezza, ha ingollato ripetuti sorsi. E così ad ogni angolo di strada, altre ragazze e altri ragazzi con il sorriso che si andava spegnendo di sorso in sorso.

Nel quartiere hanno aperto anche due grosse rivendite di frutta a prezzi decisamente concorrenziali, non determinati però dalla pratica del Km 0 o dalla filiera corta, ma ancora una volta dall’acquisto al super ingrosso e la cui apertura ha anticipato di poco la chiusura di analoghi banchi al mercato di Piazza degli Osci, ci lavorano le stesse persone che si scambiano compiti e mansioni. La concorrenza è una cosa buona, ma l’odore anche qui è di un cartello. E tutto ciò mentre sembra si vieti alle gelaterie interne alle strade comprese tra via Tiburtina e via dello Scalo di San Lorenzo, di avere il laboratorio artigiano interno allo stesso negozio. A me pare follia.

Forse bisognerebbe dare un’occhiata a questo meccanismo perverso di abbandono del territorio.

NOTI BENE per favore caro Ignazio Marino, non le sto chiedendo un intervento della forza pubblica, non sto sottolineando un problema di ordine pubblico, non è cosa che riguardi il poco stimato Prefetto di Roma e meno che mai intendo suscitare moti razzisti, semmai sollecito un ripristino di uguaglianza e pari opportunità. Quanto descritto sopra è cosa che riguarda il futuro di questa città e questa nazione: quale futuro? Quale futuro per dei giovani che non trovano di meglio da fare che ubriacarsi tutte le sere in strada? Non è ricco quel paese in cui un magnate dell’editoria e dei media si occupi di politica per pararsi il culo, ma è ricco quel paese che offra una prospettiva ai suoi giovani, una prospettiva di studio, cultura, conoscenza, una prospettiva di investimento e impiego delle conoscenze acquisite. Lei lo sa molto meglio di me, lei ha potuto acquistare un biglietto di andata all’estero e poi uno di ritorno. A questi giovani mi sembra non sia data nemmeno la possibilità di andarsene a piedi, rischiano di non reggersi sulle loro gambe. Quale futuro per i bambini che tutte le mattine vanno a scuola attraversando tappeti di bottiglie rotte, invece di poter tenere lo sguardo alto alle mirabili architetture di questa città?

Ecco caro candidato Sindaco, ridare delle prospettive ai nostri cittadini giovani e meno giovani.

Le chiedo di perseguire questa missione.

Naturalmente il quartiere non ha solo aspetti negativi, rilevo che ci sono vari punti di coagulo di forze artistiche e culturali come la stessa Fondazione Cerere e l’ex Cinema Palazzo Occupato, il bar Marani, luogo di incontro di intellettuali, hacker, informatici, registi, scrittori e persone tranquille, la libreria delle occasioni di fronte allo stesso bar, centri sociali e attività di giovani impegnatissimi nel recupero del quartiere e nella difesa dalle speculazioni edilizie e commerciali e tanti altri piccoli luoghi di elaborazione del pensiero sociale e di lavoro. Una speranza c’è. Ci sarebbe. Io la voto.

Ecco.

Grazie per la sua attenzione.

Federico Pacifici

Racconto, forse.

San Lorenzo il quartiere è dedicato a San Lorenzo il santo. Chissà se il Santo Lorenzo prima di essere messo al rogo (cosa non certa) abbia chiesto, come 1541 anni dopo, ma sempre d’agosto, Eleonora Pimentel Fonseca prima d’esser impiccata che gli fornissero almeno delle mutande. Certo non queste.

Alba. Il sole è sorto da poco, ma ancora non lo si vede all’orizzonte. Lo si intuisce dal bagliore viola che filtra attraverso le maglie strappate del cielo grigio, teso. Non ancora il cielo grigio di Woyzeck “come è grigio il cielo stamani, ci si potrebbe piantare un chiodo ed impiccarcisi”. Anzi, sembra concedere una tregua, è piovuto fino a poco fa, pioverà più tardi, ora forse c’è giusto il tempo di una rapida passeggiata col cane, per i suoi bisogni. Questa piccola Manhattan violata da urbanisti scriteriati nella sua rete ortogonale di canali di scolo cui ormai sono ridotte le strade, è bagnata, riflette il cielo che si fa sull’asfalto ancora più cupo. Fuga da New York? Blade runner? solo una normale mattina di domenica quando il sabato è quasi completamente scivolato via. In questa Normandia, passato lo sbarco serale di un popolo che non viene a liberare nessuno, anzi si imprigiona, passato lo sbarco di questo popolo che mi appare infelice, ritiratasi la marea di giovani e meno giovani, sulla battigia rimangono incastrati tra le buche, senza nemmeno più dibattersi, i cocci di infinite bottiglie di vetro, bicchieri accartocciati di plastica, forchettine. Qui e là nugoli di piccioni intenti all’appetitoso pasto della remissione di stomaci feriti, avvertono il passante del pericolo perché si allontani e giri a largo, altrimenti spaventandoli, li costringerebbe a librarsi in volo diffondendo per l’aere il ricercato profumo gastrico. In questa battigia devastata, si aggirano sfidando i piccioni, alcuni cacciatori di frodo, cacciatori di monetine disperse durante la notte dall’umanità ritiratasi ormai a casetta, un poco piegati in avanti acuiscono lo sguardo, penetrano le crepe come potrebbero aver fatto le monetine lì scivolate, raccolgono qualcosa che li aiuti a superare la giornata. Ad un angolo un gruppo di imitatori rasta si fronteggia con un altro gruppo di imitatori portoricani. Fra i due gruppi alcune ragazze, contrariamente a quel che tutti hanno fatto durante la notte, questi parlano piano, sotto voce, non stanno litigando, anzi, forse cercano di smussare il disamore di una coppia che discute con lentezza e che poi si allontana. Lui tace incarognito, lei, bella, sfatta, come una superba dark lady, sostiene lentamente le proprie ragioni, lui si allontana, si riuniscono poco dopo un po’ più in là, discutono discretamente, alzano il volume solo per consegnare alla storia le frasi più importanti, “esci dalla mia vita t’ho detto”, si esaspera la ragazza che fino a quel momento aveva cercato di calmare l’amico, e subito ritorna al lento mugolio del mare.

I colori della città stentano ad emergere, tutto è ancora grigio, eppure sembra di cogliere la dominante giallina delle mutande strisciate di piscio di un incontinente. Rivoli di birra caduta, aperitivi rossi, verdi, gialli, vomito, piscio propriamente detto, cocci, mondezza di ogni tipo e dietro qualche cassonetto anche gli effetti di mal di pancia umani che non hanno preso la via iatale, ma quella più corretta, anche se purtroppo nel luogo sbagliato. E’ obbligatorio raccogliere le deiezioni canine, ma non quelle umane.

Sedere per terra ha sempre dato un senso di libertà. Anche a me. Mi piaceva da pazzi sedere sulla scalinata di Piazza di Spagna e guardare le proporzioni della Barcaccia quasi affondata per il peso dei turisti allegri, poi magari bere un sorso dell’acqua gelida pompata con forza in un getto enorme, dissetante solo per il fatto di sgorgare da quel capolavoro. Poi guardare lontano, in su, verso la chiesa di Trinità dei Monti, villa Medici o in giù oltre via Condotti, oltre via della Fontanella Borghese, via del Clementino, via di Monte Brianzo, fino ai platani che arginano il Tevere, immaginare sulla sinistra piazza Navona e l’intrico barocco della città che amo, le chiese e i Caravaggio diffusi come doni preziosi alla cittadinanza.

Ma sedersi sul gradino basso di un negozio chiuso, davanti ad una macchina parcheggiata ed un muro a pochi passi, sullo sfiato dell’aria condizionata di un super mercato, tra rivoli di luppolo sgasato, bicchieri accartocciati, carte della pizza rosolate di sugo ormai rancido, mangiando da piattini di plastica poggiati sulla superficie di quel dentro di cassonetto rivoltato all’esterno come budella strappate che è ormai l’asfalto di San Lorenzo, perché?

Ed è così a Trastevere, a Piazza Navona e vie limitrofe, è così sotto lo sguardo del filosofo arso vivo. E’ così dappertutto.

Non uno che alzi lo sguardo sulla facciata restaurata di Palazzo Farnese.

Io non ci credo che questi giovani e meno giovani siano felici. E del resto, come potrebbero? Quali le prospettive? Mi sembrano vivere un’imitazione della vita. Un riflesso di quel che altri vivono e peggio ancora fanno vivere loro. A Berlino, mi dicono, accade lo stesso. A Berlino, mi dicono, alle 4 di mattina è già tutto pulito. Non che qui a Roma non ci siano squadre di operatori ecologici che puliscono, anzi li vedo tutte le mattine indaffarati e schifati strofinare, perfino disinfettare questo campo di battaglia, ma non ce la fanno. Rispetto a quel che trovano, certo, puliscono, ma dopo il loro passaggio rimane il marciume nelle crepe e rotola spinto dal vento. E i cacciatori di frodo cacciano tra gli avanzi della risacca.

Ma un rigurgito invece che di vomito, di dignità? No? ma non dovrebbero essere per primi questi miei fratelli più giovani a ribellarsi dal sedersi sulle mutande spisciate di San Lorenzo, a non gettare carte e avanzi e bottiglie e bicchieri e cannucce e forchettine e cicche lì dove loro stessi siedono, magari parlano, discutono anche di esami all’università, di viaggi, mentre si affogano di birre a un euro che dalla miriade di negozietti aperti di recente invadono il quartiere?

Questo quartiere aveva una vocazione all’artigianato, c’erano i lattonieri, i marmisti, i sarti, i calzolai, le osterie, i bombolai. Chiudono. E rivendite di birra a prezzi concorrenziali aprono come spuntano i funghi al primo sole dopo la pioggia. Perché una gelateria al centro di San Lorenzo non può avere il laboratorio interno ed una gelateria nello stesso quartiere ma sulla via Tiburtina invece sì? Chi l’ha scritta questa regola? E’ vera?

Per fortuna tra tutta questa umanità che invade le strade di tutte le città del mondo ci sono anche altri giovani fratelli che con cultura e sacrificio si preoccupano di impedire l’apertura di un casinò, occupano il Cinema Palazzo come il Teatro Valle come Battery Park e Wall Street, ed in questi luoghi accendono dibattiti di storia, fanno giocare i bambini, ospitano artisti, arginano il malaffare altrimenti dilagante. Per fortuna ci sono questi giovani che tutt’altro che disamorati della politica la praticano con fatti e opere.

Amici e giovani fratelli, alzate lo sguardo. Le prospettive che politici corrotti, banchieri speculatori vi stanno strappando, dovete per primi riconquistarle voi, non sono dentro il collo di una bottiglia rotta, sono nelle proporzioni architettoniche di questa magnifica città, sono negli studi di storia, di filosofia, nell’arte che qui ci piomba addosso da ogni angolo. Alzate lo sguardo. Lo so, spesso quel che si vede alzando lo sguardo è la corruzione e lo sfruttamento. Lo sapete bene anche voi. Ribellatevi però, non lasciatevi affogare di birra, di cocktail altamente alcoolici, di shottini colorati, non è questa la libertà, questo è suicidio. Non buttate via quel che i politici non vi hanno ancora rubato. Non vi riducete ad imitare la vita, ad imitare la libertà, prendetevele, vita e libertà. Alzate lo sguardo. E seguitelo.

Tanti anni fa, era più facile entrare nel mondo del lavoro. Archiviata la straordinaria esperienza del neorealismo, si accedeva al mondo dello spettacolo dalle quattro scuole pubbliche di recitazione, l’Accademia di Roma, la Civica e il Piccolo di Milano, lo Stabile di Genova, alle quali si aggiunse presto quella dello Stabile di Torino per merito di Luca Ronconi, oppure con un severo praticantato nelle “cantine” teatrali; oggi ci sono più scuole che allievi, come se recitare fosse solo questione di aprir bocca e dire delle battute imparate a memoria. E lo spazio scenico? e il movimento? e la scherma? e l’equitazione? e l’analisi del testo? e la comprensione del testo? e i classici? e i moderni? e i contemporanei? e la storia dello spettacolo? e la storia del Teatro? e la voce? e la danza? e il canto? e i versi? e l’acrobazia? e il comico? e il drammatico? e il grottesco? e la commedia dell’arte? e la scrittura del corpo? e la prossemica? e la mimesica? e la rottura dei muri di imbarazzo? e il Rinascimento? e il Barocco? e il Futurismo? e Svoboda e Appia e Craig? e il Teatro Greco e quello Romano? e l’anfiteatro? e e e e e, e la solitudine del portiere davanti al calcio di rigore! e la solitudine del rigorista davanti al portiere avversario!

Io sono stato assai fortunato. Fu sul molo di un porticciolo toscano, in preda ad un piacevole mal di terra dopo la mia prima lunga navigazione a vela con mare molto mosso i cui effetti avevamo chetato con del pane azzimo, sì, anch’io, rinunciando al cibo “cattolico” che pur mi era stato riservato, era Pasqua, che seduto a guardare l’infinito al tramonto, senza altra siepe davanti che l’ansia di sapere di dovere prendere una decisione per il mio avvenire, medicina? lettere? attore? mi si avvicinò il mio futuro capitano solo di un anno più anziano di me, ma assai concreto, aveva già navigato l’Oceano mare, e mi disse “che vuoi fare? non lo sai? bene, cosa preferiresti fare? bene. Fallo, senza dubbi e senza incertezze. Non c’è una strada più facile delle altre. Se si fanno o si vogliono fare le cose seriamente tutte le strade sono belle e difficili. Qualsiasi cosa tu voglia fare va bene, purché tu la faccia con serietà e convinzione.”

Così è stato fino ad oggi, o forse ieri, perché oggi anch’io mi scopro un po’ ad imitare la vita invece che viverla. Non è questo il lavoro dell’attore, l’attore non imita la vita, vive, l’attore evoca la vita, con ferocia, con determinazione, guidato da un dèmone laico che lo governa. Ma questi sono tempi di copie. Anche i miei dèmoni sono un po’ sbiaditi. Anch’io dovrei rialzare lo sguardo. Forse, questi esperimenti di scrittura sono un tentativo di guardare un po’ più in là, verso l’orizzonte che si sposta tanto quanto cerchiamo di avvicinarlo. Eppur si avvicina.

Alzare lo sguardo. E seguirlo.