Divinare humanum est

6 Giugno 2014

Divinare humanum est.

sembra un ossimoro e forse almeno un po’ lo è. Mi piacciono gli ossimori, mi riconducono al reale. Concreto. Tutto ciò che sembra qualcosa è anche il suo contrario. Esattamente il contrario di quel che credevo a scuola. Un’immagine riflessa nel suo contrario. Con la crisi straordinaria che ci attanaglia, le tasse sono aumentate, le bollette sono aumentate, il costo della vita è aumentato. Tutto il contrario di ciò che sarebbe necessario. Il consiglio d’Europa accetta per l’Italia il rinvio al 2016 per il pareggio di bilancio, ma ci chiede ulteriori sacrifici. Ulteriore austerità. Tutto il contrario di ciò di cui avremmo bisogno. Dal 2009 i nostri governanti ci dicono che la ripresa sarà l’anno successivo, il ’10, l’11, il ’12, il ’13, il ’14, il ’15 and so on (e via così). Li ascolto e capisco che non mentono, si esprimono per ossimori. Gli ossimori di un paese irrimediabilmente in crisi che spera in una impossibile ripresa aumentando il costo della vita in modo uguale e contrario alla diminuzione progressiva del lavoro e dei compensi. Renzi, con la richiesta alla Rai di pagare con 150 milioni di Euro, parte della somma a lui necessaria a restituire 80,00 € a 10.000.000 di lavoratori ha dato l’ultimo colpo di grazia all’industria della cultura come nemmeno Berlusconi aveva osato fare. Forse la Rai ridurrà gli sprechi, sicuramente ridurrà i budget per le produzioni, quindi sempre noi pagheremo questo debito. Cercare di risolvere la crisi aumentandola. Che soluzione! Riduzione quindi di una qualsiasi speranza. Di una Speranza di ripresa. La Speranza appunto.

La Speranza magari non nella Provvidenza manzoniana, ma anche solo una piccola speranza quotidiana, ci stimola, almeno me, a cercare e interpretare dei segni premonitori. Non solo in TV.

L’oroscopo non lo leggo più da un’infinità di anni. Che gliene frega alle stelle di me. Sperimento qualche piccola ridicola scaramanzia. Evito accuratamente che le posate si incrocino, non solo sulla tavola apparecchiata, ma anche nel lavandino quelle sporche. Evito che gli strumenti del trucco di Teatro, pennelli e matite, formino una croce sul tavolo del camerino, me lo suggerì un attore che diceva di essere un po’ stregone lui stesso o forse se ricordo bene, un veggente il suo compagno. Un tempo, per propiziare un debutto, indossavo per la prima di ogni spettacolo, almeno un elemento di vestiario usato alla prova generale, ma siccome la scelta cadeva inevitabilmente sulle mutande o boxer, perché magari le magliette non entravano sotto un costume settecentesco, trovando la cosa un po’ ripugnate, ho cominciato a fregarmene e cambiarmi completamente anche gli indumenti intimi, per essere in scena completamente nuovo ogni sera, per portere solo me stesso e il personaggio su quelle tavole. Le mie mutande non particolarmente sporche mi ripugnavano se indossate per due giorni, quelle di altri indossate dal primo giorno d’accademia 3 anni prima, conservavano le mitiche strisciate di piscio di quelle da bambini, e speravo che i loro proprietari e indossatori non se le sfilassero, per evitare che finissero inevitabilmente sui vestiti o costumi miei o di altri. Non so se quelle fossero di buon augurio, certo riferivano di scarsa igiene personale o di una tale difficoltà di vivere che nemmeno le mutande quei giovani attori potevano permettersi. E non era una profezia, ma una certezza.

Divinare humanum est.

Ora che l’Oracolo di Delfi è divenuto per me troppo lontano, ora che è meta di turismo industriale e di suv del mare e comunque solo di quelli che se lo possano ancora permettere, i quali quando scoprono che è lontano dalla costa, probabilmente rinunciano ad interpellare la Pythia, loro che il dono di qualcosa da sacrificare lo potrebbero concedere. Ora che le profezie non si scrivono più su foglie abbandonate al vento, ora che profeti catodici sperperano le loro parole nell’etere, ora che il volo degli uccelli dice poco a quasi tutti, ora che non pratico più la lettura dei fondi di caffè, nella quale mi ero specializzato al punto di non riuscire nemmeno a capire i libri che leggevo, perché invece di ascoltare le parole dell’autore, cercavo immagini e disegni che mi suggerissero il mio futuro, rendendomi spesso incomprensibile il libro stesso. Ora che non ho più un orizzonte marino da interpretare per capire cosa succederà del vento sulla nostra rotta di naviganti a vela, ora che le nuvole mi suggeriscono al massimo di prendere l’ombrello, ora che la carta da parati con gli schizzi di gesso non si usa più e che tante storie mi raccontava da bambino, ora che le macchie sul muro non le vedo nemmeno, per abitudine.

Ora cerco di prevedere il futuro dalla tranquillità o meno con la quale il mio cane riesce ad esprimere i suoi bisogni quotidiani.

Se rapidamente trova la sua ispirazione in un ciuffo d’erba ed esegue la sua fisiologia in pace, bene, forse sarà una giornata tranquilla, ma se come oggi, appena cominciato ad esibire la sua necessità, proprio lì arriva un grosso furgone rumoroso, dal quale scende un conducente a dire il vero anche simpatico che si scusa dichiarando certo i bisogni sono bisogni, ma tuttavia pensa anche ai propri e spalanca con gran fracasso lo sportellone di carico sul muso del mio cucciolo, capisco che la giornata sarà dura, a cominciare dalla ricerca di un altro filo d’erba sul quale lasciar defecare il mio timido animaletto. Ma se poi succede che appena trovato un altro angolo questa volta sterrato e rimessosi al lavoro intestinale, il mio cane fiuti dall’altra parte della strada, un maschio che lo odia chissà perché, allora la funzione nuovamente interrotta diventerà un vero problema, come forse la mia giornata, come forse la mia settimana. Non mi resta che sperare che la profezia sia, come dicono i profeti televisivi, a breve termine. Tanto è sempre e comunque un problema di cacca. Di stare nella cacca. Io, noi, il nostro altrimenti bellissimo Paese. L’importante è raccoglierla. Chissà che non se ne possa fare una start-up.

Attori che scrivono libri. Capitolo 4° (sarebbe il 5°, ma il primo non l’ho numerato).

59 minuti. Più uno all’inizio ed un altro alla fine che ci indirizzano, si collegano, ci invitano per necessità alla lettura.

Una corsa da lasciare senza fiato. Eppure mi sembra di capire che una speranza alla fine ci sia. Ma non credo che conti. Dipende dall’anima con la quale si legge o quella che il libro scatena. La mia è affranta. Confortata solo dalla grande qualità della scrittura, a mio parere. La trama conta forse in ogni cosa, ma credo che conti infinitamente di più il modo in cui le cose si raccontino. Lì, è la differenza tra ciò che piace e ciò che turba, ciò che cambia i nostri sensi anche se solo per 59 minuti.

Sono venuto a sapere di questo libro con 7 anni di ritardo dalla sua uscita, pochi giorni fa per una nota appassionata dello stesso autore in memoria della qualità di donna e attrice che è stata Mariangela Melato.

L’ho cercato in libreria, presso l’editore ed in internet. Niente. L’editore che pure mi dicono essere un’ottima persona, come è tradizione degli editori non ha nemmeno risposto alla mia e-mail.

Ho scritto all’autore che me ne ha voluto regalare la copia che io avrei voluto pagare.

Un privilegio conoscere questo autore/attore/drammaturgo.

Generoso come in scena, come sulla pagina, come nella vita.

Conoscere l’autore di un libro che è piaciuto è un guaio, mi verrebbe voglia per esempio di chiedergli quanto sia autobiografico, ma poi ci penso e conosco la risposta. Certo che lo è, anche se spero che non lo sia. Lo è perché è passata per la sua mente questa storia drammatica, raccontata, meditata, sviluppata nell’arco di un’ora e tre vite. Non lo è e non vorrei che lo fosse, perché troppo dura, troppo tragica, troppo fluida, troppo dentro e fuori il mondo di un’infanzia perduta in un volo per toccare le stelle; in un altro volo per seguire il primo e ancora in uno schianto automobilistico inevitabile. Quindi il coma da cui l’autore ci parla. Non lo è, mi ostino a pensarlo, perché per fortuna conosco la moglie e credo che abbiano 2 bambini. Non gliel’ho chiesto, se hanno bambini, per non dover eventualmente rispondere ad analoga domanda. Con gran perdita di dolore e di gioie.

Ma poi che domanda è la mia? che vergogna. E’ una sorta di prurigine invereconda che vorrebbe investigare il privato di questo autore. No. Che brutta cosa mi è venuta in mente. Ma mi rinfranco sapendo di aver corso con le sue parole una corsa che lascia senza fiato, scritta in un sogno, tra giochi e pupazzi di bambini e responsabilità di adulti.

Tutto ciò che un autore scrive è autobiografico per il solo fatto che lo ha pensato. Ergo/

Non so chi scandisca il tempo, perché il flusso è continuo, forse una macchina cui il narratore è collegato. Che ansia! Ancora una volta però offre riparo alla mia anima in pericolo di lettore, la narrazione pura, perché di questo si tratta, che ci trascina via e dentro, ad un tempo, nella storia e nelle tragedie di un tempo fermo a 2 anni 3 mesi e 21 giorni. Il tempo degli adulti circonda l’altro dell’infanzia. Quante volte scrivo “tempo”. Il tempo, ancora e sempre il tempo come i 59 minuti. Il tempo. Scandito. Ritmato. Cantato. In un canto di dolore.

Un monologo feroce e delicato, delicatissimo, che si scioglie per nostra fortuna nelle due ultime parole del bellissimo libro.

Mi ostino a pensare che non ci sia autore migliore di chi è attore, non tutti magari, ma alcuni sì, di sicuro.

“Cinquantanove minuti” di Lorenzo Gioielli, Michele Di Salvo Editore, 93 pagine, € 9,50.

Il provino

14 Gennaio 2013

Durante queste settimane di vacanze natalizie, non ho scritto, o meglio non ho pubblicato, ma un po’ scritto sì, perché ho preparato un provino per un regista straniero, famosissimo e bravissimo, di cui amo l’esperienza e il temperamento così diversi dai nostri italiani che però lui conosce assai bene.

Non c’è spazio per nient’altro nella mia mente quando lavoro per o in Teatro.

La costruzione di un personaggio occupa tutta la mia mente, il mio corpo, il mio tempo, il mio respiro, i miei sogni, il mio sonno che si fa veglia.

Immagino dipenda dal metodo, non l’unico che uso, ma il principale, quello che ora mi è dentro come il respiro. Il metodo “costiano”, detto “mimesico”. L’elaborazione emotiva ma anche razionale e certamente fisica della combinazione dei quattro elementi che compongono la vita, che ne sono alle fondamenta, della vita e della vita dei personaggi, della vita della drammaturgia: Acqua Aria Terra Fuoco. Dalle loro proporzioni, presenze o assenze, vive il personaggio e la Tragedia come la Commedia. Da quell’elaborazione scaturisce fisicamente la parola così come si è costruita nei millenni dal grugnito al suo senso odierno, univoco o ambiguo che sia. Ci vorrebbero migliaia di pagine o anche poche lezioni pratiche, ma ci sono molte persone che saprebbero spiegare questo metodo meglio di me. Io quel metodo ce l’ho dentro e lo uso ed elaboro così come respiro. Anche il respiro per quanto involontario sia, lo posso modificare. Così, alchemicamente, combino quegli elementi che il mio adorato Maestro Orazio Costa Giovangigli mi fece scoprire in tutta la loro magia.

Sì, a 57 anni suonati, quasi 58, mi capita ancora di fare provini con monologo e poesia, come a 15 anni, come a 20. Mi dispiaccio un po’, ma non me ne vergogno davvero.

Il provino generico ha i suoi meriti, ma è una gran rottura di palle, il provino su parte è invece molto interessante.

Ho voluto preparare una cosa nuovissima per me. Un monologo di 12 minuti, sintesi del prologo del testo che quel regista metterà in scena, interpretando 3 personaggi diversissimi tra loro, ma che dialogano in modo serrato.

Un Ubriaco dalla mente assai vaga, un Signore cinico e spietato, direi pre-freudiano o, trattandosi di drammaturgia, potrei dire pre-schnitzleriano per il gioco onirico in cui versa la propria ferocia, e un giovane Paggio nel ruolo finto di donna bellissima. Un lavoro quindi di scrittura, riduzione, adattamento e interpretazione. In una parola, Studio.

Del monologo, come avrei dovuto prevedere, ne ho recitato solo un pezzetto, poi abbiamo lavorato su uno dei personaggi: un grandissimo piacere.

Non so che cosa potrà sortire da quest’incontro, se ci sarà o meno un contratto, ma sono felice di aver dedicato tutta la mia mente e il mio corpo in questi giorni di ferie alla preparazione di quell’incontro.

Ho piacere di sottolineare che il concorso per l’accesso a questa selezione che si svolgerà credo per 3 livelli (accesso, selezione e verifica) è stato diffuso con bando pubblico nazionale. A quanto mi risulta un’occasione rara in Italia. Io ne sono venuto a conoscenza 48 ore prima della scadenza, per colpa mia, i bandi pubblici bisogna cercarseli.

Ecco perché non ho pubblicato nulla, ma ora ricomincio con qualche altro esperimento di scrittura. Critiche e consigli mi saranno graditissimi.

Viva il Teatro.

Le parole hanno diverse qualità, credo. Ce ne sono di precise, ambigue, difficili, rare, volgari, eleganti, nobili, abusate, comuni troppo comuni. Parole. Ce ne sono di quelle che usiamo tutti senza più attribuire loro alcun significato, diventano interiezioni, esclamazioni, pause, ma anche orrori. Di per sé le parole non hanno bisogno di aggettivi per definirle. Significano quel che significano. Direi che tutto dipende da chi le dice e come le dice. Vedi Benigni e ora anche Crozza, possono dire qualsiasi cosa.

Io sono un uomo comune e posso sbagliare, ma i giornalisti, almeno loro, dovrebbero essere in grado di usarle in modo appropriato, molto appropriato, o sbaglio?

Se non lo fanno c’è della malafede? Mah!

Delle parole si può fare l’uso che si vuole, anzi esistono per questo, anche per non essere chiari, per confondere, per mutarne il senso ed il significato anche solo avvicinandole ad altre.

Creando conflitti tra queste e lasciando vincere il senso che si preferisce. Poi certo è arte dello scrittore, dell’oratore, usarle, trasformarle, modificarle, cambiarne il senso ed il significato, rispettarle e variarne la comprensione. Questa è parte dell’arte di scrivere o della dialettica. Piegare le parole alle proprie intenzioni e fini, così come il fabbro piega il ferro, l’artista piega l’immagine quale che essa sia, bidimensionale o tridimensionale o addirittura a 4 dimensioni, aggiungendo il tempo, così come fa Bill Viola.

Ma mentire, perché? Usarle in modo improprio, impreciso, miserabile, a nascondere la vera parola ed il suo senso che definirebbero quel che non si vuole dire, perché?

Dai giornalisti io mi aspetterei molta precisione. Anzi, la pretendo.

E allora perché tutti i giornalisti continuano a parlare e scrivere di “antipolitica”, quando invece si tratta con tutta evidenza di un vastissimo, mondiale, universale, movimento di opinione che si oppone ai politici, a questi politici, il cui relativo termine è “antipolitici”? Questi politici che hanno lasciato mano libera ai finanzieri, questi politici che invece di affrontare e  risolvere i problemi del paese, i problemi dei cittadini, speculano e risolvono solo i problemi personali, individuali.

Quando sentiremo i giornalisti correggersi e scusarsi e ricominciare a chiamare le cose con il proprio nome? A definire ciò che sta accadendo nel mondo con il proprio titolo: “antipolitici”?

Ma qualcuno davvero vede da qualche parte un fenomeno definibile come “antipolitica”? Con tutti gli studenti e professori in piazza, con tutti gli operai che protestano, con tutti i cittadini di tutto il mondo che occupano piazze, case, teatri? Tutti contro questa finanza e questi politici? Per favore, siate seri. E precisi.

Beh, forse io stesso vedo qualche miserabile aspetto di antipolitica. Sì, vedo tanti politici lavorare alacremente per distruggere la politica, ma a questi deprecabili movimenti vedo anche opporsi l’enorme movimento di uomini e donne che fanno politica e fanno della politica il motivo, la ragione della propria vita con sacrificio e determinazione, il cui fine è senza alcun dubbio quello di occuparsi della Polis e migliorarne la vita.

Altro che antipolitica.

La finiscano questi politici di nascondersi dietro una parola. Una parola impropria, inesatta, usata come uno scudo alle loro personali responsabilità.

Il fantasma che si aggira in Europa e nel Mondo si chiama, “anti”, questi, attuali, “politici”.

P.S. Tutto quel che precede avrebbe potuto essere sintetizzato in: le parole hanno il senso che vogliamo e sappiamo dar loro.

E allora, potere delle parole e del significato che gli attribuiamo, ecco un aneddoto:

Mia mamma ha 80 anni. Quando era molto giovane, forse 60 anni fa più o meno, dovendo incontrare il geometra Ciabatta in un ufficio pubblico, si recò nell’edificio, raggiunse la stanza, busso, aprì e disse: “Buongiorno, potrei parlare con il Geometra (breve pausa) Pantofola?”

Non se l’era sentita di offenderlo in pubblico e sul luogo di lavoro!

Attori che scrivono libri. Capitolo 3° (sarebbe il 4°, ma il primo non l’ho numerato).

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo.

E’ un libro in versi? sciolti? sghembi? Strani. E’ un libro bellissimo scritto in una lingua personale, un italiano con un’eco dialettale, forse. Molto spesso l’autore dispone il verbo alla fine delle frasi. Ciò credo, determini un ritmo sincopato, jazz, improvviso e improvvisato, ma accuratamente studiato dall’autore stesso di questa epopea del ’900.

Un’epopea che dal bisnonno procede fino al pronipote di questi giorni – da Andrea ad Alfonso ad Andrea a Fonzino – Walter narra gli eventi come se vi fosse stato presente. Ed infatti lo è stato. Almeno nell’eredità del sangue, sebbene ancora di là da venire (ho scritto questa considerazione mentre leggevo il libro e prendevo appunti, arrivato alla fine ne ho trovato conferma nello stesso autore con una di quelle sue frasi complete ed esaustive che fanno di questo libro un libro speciale).

Non sono un critico e meno che mai letterario, sono solo un lettore e quindi noto anche con piacere quelle occasioni in cui l’autore trasforma un sostantivo in aggettivo, sorprendendomi con una invenzione che aggiunge piacere al piacere della lettura, come per esempio: …si apprestava a scalare un monte con la sua bici, tra sguardi cecchini e il fuoco dei mortai. Moltissime sono le frasi che meriterebbero di esser trascritte, ma appunto, lui ci ha scritto un libro.

Questo libro narra la storia di un secolo, narrata all’autore stesso da un amico del nonno, attraversando tutti gli eventi più rilevanti, dal ritorno del bisnonno da Marsiglia al paese in Italia, la Prima Guerra Mondiale, Caporetto, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza, l’attentato a Togliatti, le intromissioni della Chiesa nella politica italiana, la DC, il terremoto dell’Irpinia e ancora e ancora, ma tutto da un punto di vista straordinariamente originale, il privato di un bravissimo artigiano di paese. Il Ciabattino.

L’autore Walter Da Pozzo è uno splendido attore, diplomato all’accademia Silvio D’Amico, allievo stimato del grande Andrea Camilleri. E il Maestro introduce il libro con una lettera che commuove per delicatezza e affetto, anche lì dove suggerisce una metrica. Che maestro, così umile davanti all’allievo.

Devo essere sincero: che invidia!

Ma l’invidia umana troppo umana non diminuisce di nulla il piacere di questa narrazione fatta per capitoli brevi, chiusi, esaustivi che si cumulano e spalancano, dal particolare, il quadro di un secolo.

Che personalità in questo attore scrittore.

I quattro attori/scrittori (Claudio Bigagli, Luca Di Fulvio, Fabio Bussotti, Walter Da Pozzo) dei quali finora ho scritto, hanno nell’anima una voce propria inestinguibile, irrinunciabile cui non basta il palcoscenico, una voce che preme ed emerge che parla di loro attraverso i loro personaggi, sulla scena e sulla pagina. Hanno insomma una voce personale fortissima che porta anche fuori dal Teatro un loro accordo armonico e personale. Un canto a cappella.

Così mi è parso il romanzo di Walter Da Pozzo, un canto a cappella anche un po’ rap, dedicato ai suoi avi, a questa terra e anche a noi.

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo, Graus editore, pag. 186, € 10,00

Attori che scrivono libri. Capitolo 2°

Da “L’Aleph” di Borges: “Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?”

E ancora: “Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse.”

Fabio Bussotti è un attore di provatissima esperienza professionale in Teatro come in Cinema. In questa occasione letteraria sembra aver messo l’occhio sulla “piccola sfera cangiante”. Sembra che lì possa aver scoperto i meccanismi della storia che ci racconta. Un giallo nelle mani del suo commissario Flavio Bertone che indagando sulla scomparsa di una misteriosa busta, non si sa contenete che cosa, ci porta dall’Esquilino di Roma a Buenos Aires, sfiorando Madrid. Risvegliando nel lettore l’angoscia per i delitti commessi dalla dittatura argentina, ma blandendoci con intrighi d’amore e letterari. Un intrigo ed un rebus che si risolvono nell’intrigo stesso e nel rebus. In una girandola di identità.

Qualche giorno fa durante una bella trasmissione radiofonica del pomeriggio di RAI 3, il dantista Vittorio Sermonti tra le tante cose importanti che diceva ha anche sottolineato come i brevi racconti di Borges fossero in realtà dei veri romanzi di magari solo 18 pagine. Diceva anche che oggi, avendo i romanzi una sponda cinematografica, durano in media un’ora e mezza come un film. Poi l’ingorgo s’è sciolto, il parcheggio si è palesato improvviso e non ho più potuto ascoltare altro, con rammarico sono dovuto scendere dalla radio/macchina.

Questo di Fabio Bussotti invece è, a mio avviso, un romanzo in piena regola, non un romanzo giallo. Non vorrei che la doppia definizione di romanzo e di giallo ne mutilasse l’ampiezza. Fa piacere che Liliana Cavani dica che potrebbe essere un bel film, certo potrebbe esserlo, ma questo romanzo ha la durata che gli compete, che gli necessita, senza sudditanze all’altro nobile media. E un romanzo che si divora, scritto con la classe di chi ha molto studiato i fatti, l’arte della scrittura e le opere di Borges. Ma non è un romanzo erudito, semmai è colto ed anche molto divertente, avvincente. Non una passeggiatina, ma una corsa condotta con estrema leggerezza. Un romanzo che assorbe il lettore.

La formazione teatrale del suo autore si legge in filigrana per piccoli segni, ma qui è narratore nella pienezza delle sue capacità.

Amo pensare che senza la minima intenzione di comporre un saggio, ma appunto solo un bellissimo romanzo, Bussotti abbia con semplicità, ma molto bene interpretato i temi universali cari a Borges, in particolare la personalità ed il suo sdoppiamento.

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti è edito da Perdisapop.

Introduzione tardiva

23 Ottobre 2012

Da pochi giorni ospite, gratissimo e riconoscente a Tiscali, del canale tematico “Spettacoli&Cultura” di SocialNews e da altrettanti pochi giorni avendo avviato la sperimentazione di questo mio blog personale, mi accorgo che avrei da tempo dovuto introdurre le mie intenzioni. Certo dovrebbero emergere dalla scrittura, ma quando si scrive di Teatro, di Cinema e spero di trovare presto il coraggio per scrivere anche dei Libri che hanno cambiato e cambiano la mia vita, il pensiero va subito alla “critica”.

Ecco, i miei piccoli articoli, non sono e non vogliono essere critiche, ma occasioni di stupore davanti a quelle opere o a quegli artisti dei quali penso: beh, io non sono capace di far come loro. Non importa che siano scrittori, attori, musicisti. L’importante è che mi stupiscano.

Sì, desidero fissare quell’istante che precede la Sindrome di Stendhal, quando si rischia di perdere la coscienza di sé, sentendosi minuscoli ed inutili davanti alle grandi opere.

Naturalmente ciò non capita sempre a Teatro né al Cinema ed ancor meno con i libri, eppure in ogni espressione artistica credo si possa percepire, anche se non sempre individuare, almeno lo sforzo che qualcuno (gli autori, ciascuno per sé ed a volte insieme) si è posto riguardo il problema dell’interpretazione, il tentativo di valicare con la propria opera il conosciuto e proporcelo con rinnovata bellezza.

Ciò vale sia per gli artisti coinvolti che per gli spettatori, credo. Sì, anche allo spettatore è richiesto lo sforzo interpretativo sia intellettuale che emotivo. Lo richiede lo spettacolo, sia esso teatrale, cinematografico, architettonico o naturale come una valle rigogliosa o un mare in tempesta. E’ l’anima che deve essere mossa a tempesta sempre e comunque. Se ciò non accade, forse, oso, non c’è opera d’arte.

Anche davanti ad uno spettacolo orrendo l’anima potrebbe scuotersi, ma io eviterò per quanto possibile di “parlar male”, per poter citare solo ciò che mi sorprende e certe volte mi annichilisce ricordando a me stesso i limiti delle mie possibilità.

18 Ottobre 2012

1999, credo. “E’ tardi, ma mai troppo per farti dono di quel che ho amato, di quel che mi ha formato” Tuo, F.

Questa la dedica su “Wilhelm Meister, la vocazione teatrale” di Goethe. Firmata da me. Il libro è ancora mio. Me lo devo essere dedicato. Certo, a rileggerla mi pare decisamente confusa.

Fin dagli inizi ancora bambino, quattordicenne, e sempre più crescendo e acquisendo esperienze e mezzi, mi ero anche costruito la convinzione che ci si dovesse dedicare anima e corpo al mestiere del Teatro, della recitazione. E così è stato. Per anni ho guardato a quegli attori che svolgevano un doppio lavoro, spesso nelle assicurazioni, come dei poverini la cui passione evidentemente non era abbastanza forte da spingerli a rischiare. Nemmeno all’inizio quando le cose vanno bene un po’ a tutti perché si costa poco e i giovani servono sempre per far numero.

Nei miei anni americani ho scoperto che quasi tutti gli attori professionisti, bravi e accreditati, mantenevano un secondo lavoro fin dagli anni di scuola, proprio perché coscienti delle incertezze del mercato.

Da un anno o poco più rivedo certe mie convinzioni. Oggi in Italia sono proprio quelli che hanno un secondo lavoro (che può anche essere rappresentato da una famiglia benestante alle spalle) quelli che riescono a fare il teatro. Magari solo nella città di residenza, senza sperimentare le lunghe tournée che tanto non riescono quasi più a nessuno.

Certo ci sono delle eccezioni, ci sono tanti attori che riescono a vivere di Teatro, ma sono sempre meno. Una volta si diceva: chi è bravo comunque a casa non ci resta. Non è più così.

Una volta si diceva: non puoi fare troppe cose, confondi i tuoi interlocutori. Non è più così.

La quasi totalità degli attori che conosco diversificano la propria attività, anche scrivendo, facendo regie, sperimentando nuove tecniche, ma i vincenti sono quelli che riescono anche ad essere produttori di se stessi. Imprenditori.

Sono anni che ci provo anch’io, senza mai riuscire a capire quale sia la porta d’ingresso alla produzione. Scrivere, prendere premi, finanziare il proprio spettacolo, metterlo in scena con enormi sacrifici magari in una piccola rassegna, non basta, bisogna proporlo alle distribuzioni, ai Teatri. E qui il silenzio è totale. Mille le telefonate, le lettere, le spedizioni; insulse le risposte.

Eppure qualcuno ci riesce. Ma come facciano io non riesco a capirlo.

Scomparsi i piccoli finanziamenti che concedeva l’IMAIE e che per 3 anni hanno permesso lo sviluppo esponenziale di tantissime iniziative artistiche teatrali e cinematografiche, oggi rimane una resistenza individuale o di gruppi, ma che certo non garantisce la sopravvivenza.

Alcuni Teatri chiudono, altri non riescono più a fare programmazione.

Chissà se è veramente finita?

Se lo fosse, non saprei cosa fare, ma almeno avrei chiuso in bellezza, finalmente a pochi anni dai 60 un regista, Giancarlo Zanetti, si è accorto che avrei potuto anche affrontare un personaggio comico (prima avevo fatto solo 2 o 3 commedie), un po’ tardi forse, mi rimane però il piacere di aver fatto ridere platee di 1500 spettatori con il mio ultimo spettacolo con Gianfranco Jannuzzo, “Cercasi tenore” di Ken Ludwig che spero si riprenda il prossimo inverno. Che magnifica emozione dominare quello scoppio di risa. E senza claque è ancora più bello.

Una risata mi seppellirà.

8/10/12

Vorrei le pareti bianche

16 Ottobre 2012

L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re.

Vabbè, ma a casa mia non sono io il re?

Desidererei le pareti bianche, vuote. Libere. Scambierei volentieri tutti i miei libri per la digitalizzazione di ciascuno, anche delle doppie edizioni, anche di quelli in più versioni con diverse traduzioni. Li vorrei/ ops, li desidererei uguali uguali, con la stessa grana di carta sullo sfondo bianco, li vorr/ li desidererei con le stesse copertine e le mie note a matita sui margini, vo/ desidererei poterci nascondere i foglietti ripiegati delle lettere d’amore dimenticate, le fotografie, la cartolina da Balbec (Cabourg, Normandia. Anche se invece la mia è addirittura di Saint Malo, Bretagna. Che tradimento) che conservo nell’Amleto Atto III scena I e anche le orecchiette alle pagine. Ma li vorrei digitalizzati sul mio computer, non sul lettore, sul computer. Con il lettore puoi solo leggere, con il computer puoi fare di più. Li vorrei sull’HardDisk non sulla “nuvola” che avrebbe bisogno sempre di un collegamento internet, li vorrei comunque concreti, a portata di mano, sebbene digitali.

Chi vuol fare questo scambio?

Quando mia moglie legge il giornale (io non lo faccio più, leggo le notizie in internet) il nostro cane ne afferra uno dalla pila di quelli da buttare, lo stende ai suoi piedi, ci si mette sopra e lo guarda. Quando mia moglie legge un libro (ma non quando lo leggo io, chissà perché), il nostro cane sfila dalla libreria il più prezioso, il più antico, spesso uno di poesia e se lo divora in un batter d’occhi, poi torna a cuccia e medita, malinconico.

Metteteli in alto, i libri. Ma già arrivano al soffitto e dire che qui è piuttosto alto. Tanti, troppi libri. Perché conservare i libri? per rileggerli, ma se non li ho nemmeno letti tutti. Per amore del contatto con la carta, con la storia, con il proprietario precedente? Forse, ma a che serve? Solo un piacere, fisico, mentale?

Vorrei le pareti bianche sulle quali proiettare i miei sogni, invece di vedere i sogni di illustri e meno illustri scrittori coprirsi di polvere. Vorrei avere il coraggio di buttare tutte le versioni delle mie sceneggiature, Dio quante. Se invece di scrivere e stampare tutta quella roba rimasta inutile, avessi investito tutti quei soldi in libri, oggi sarei almeno un uomo migliore. Ma avrei ancora più libri. Avrei potuto bermeli quei soldi, invece di scrivere. Comunque avrei dovuto leggere di più.

Perché non si può fare con i libri quel che si fa con i CD di musica, li infili nel computer, in un attimo li registri e te li rivendi?

Vorrei le pareti bianche.

La carta dura di più, dura 1000 2000 3000 anni, il supporto informatico forse solo 20, poi si deve cambiare. Chi se li ricorda più quei dischetti quadrati che il mio primo Mac Classic ingoiava? ci ho registrato tutti i miei lavori e nessuno può più leggerli. Sono passati appunto solo vent’anni. Tutto sprecato.

Sì, vabbè, ma io vorrei le pareti bianche.

Mi terrò i libri. Solo quelli degli altri. Bianchi i miei, come le pareti.

7/10/12

Le regole, capitolo 1°

14 Ottobre 2012

Com’è difficile rispettare le regole.

Sì, di regole desidererei scrivere spesso e tanto. Di quelle del vivere civile, di quelle del lavoro, di quelle del tempo libero, di quelle di grammatica che sempre sfuggono un poco, di quelle umane, di quelle fisiche, di quelle/

Oggi: Il codice della strada.

Un omino alla guida della propria utilitaria si aggira pericolosamente per le strade d’Italia. Contromano? No, solo nel rispetto dei limiti di velocità. Beh, un po’ come andare contromano.

All’omino l’assicurazione della sua vettura ha generosamente proposto di installare, per una modesta spesa aggiuntiva sulla polizza, un rilevatore satellitare che possa controllare il suo stile di guida che, se risultasse molto buono o eccellente, potrebbe portargli uno sconto massimo annuale del 25% per tre anni. Cioè il 75% totale allo scadere dei tre anni.

Felice, l’omino, ha subito accettato.

Per il satellitare tutte le strade, divise in 3 categorie, urbana, extraurbana e autostrada, hanno dei coefficienti di rischio secondo fasce orarie. Da poco rischiosa, a estremamente rischiosa. La peggiore è l’extraurbana di notte dalle 22 alle 5. La migliore l’autostrada di mattina dalle 5 alle 13. Le strade urbane hanno un rischio medio, poco la mattina 5-13, maggiore il pomeriggio 13-22 e più alto la notte 22-5. Non è previsto un percorso privo completamente di rischio, ma la combinazione di strade nelle fasce orarie migliori permette l’ottenimento di un bonus.

Tutti, più o meno, tranne i pazzi, rispettano le regole elementari, i semafori rossi, i divieti di conversione a U in autostrada o comunque con la semplice o la doppia riga, gli attraversamenti pedonali, i sensi di marcia e/

E? che altro c’è da rispettare?

Non mettersi alla guida dopo un paio di bicchieri di vino per evitare il ritiro della patente per una regola veramente pensata “a capocchia” che ha ucciso la socialità.

L’omino ormai esce la sera, se esce, in taxi oppure in autobus e ritorna con Cenerentola prima della mezzanotte perché almeno a Roma i mezzi pubblici di trasporto dopo quell’ora sono un inferno. Inutile fare paragoni con le capitali straniere.

Ah, ecco, cosa c’è ancora da rispettare, i limiti di velocità!

In città si sa sono al massimo di 50 Km/h, sulle tangenziali raggiungono i 70.

E per esempio la Cristoforo Colombo, che strada è?

Percorrendola da Caracalla al Palazzo dello Sport dell’Eur, l’omino, non avendo potuto scorgere un solo cartello che indicasse un limite specifico, ad un semaforo, essendoglisi accostata una vettura della Municipale di Roma, lo ha chiesto ai militi passeggeri. Pare gli abbiano testualmente risposto: “Boh, 60, 80 boh.” Figuratevi come possa saperlo l’omino.

L’omino ha quasi sempre avuto una Vespa Piaggio, 50cc, 125, 150, comprata regalata prestata, e l’ha sempre guidata come si guida una vespa. Svicolando. Altrettanto ha fatto con la macchina, una utilitaria (e se non portasse sfiga, rivelerebbe che non ha mai avuto incidenti, ma non lo dice, per superstizione), beh, fino all’installazione del satellitare.

Ora viaggia nel panico.

Provateci voi a rispettare i folli limiti di velocità posti sulle nostre strade urbane! grida l’omino in uno sbotto di rabbia.

Apparentemente l’omino è l’unico ad adeguarsi ai limiti sia in città che sulla tangenziale est di Roma che frequenta spesso: 70, 50, 60, 50, 70 e poi improvvisamente 30 a 500 m da un semaforo che interrompe lo scorrimento delle macchine. Ma come si fa a frenare da 70 a 30 senza l’urgenza di un pericolo? dice l’omino, e giura di essere il solo che ci prova temendo tutte le volte di essere tamponato. Da quando va a 50 in città, lo afferra una cecagna pericolosa, oltre l’invidia per tutti quelli che lo sorpassano veloci, a 70, 90, 100 e senza pericolo se ne vanno via. Lui procede lento tra tutti gli altri che lo sorpassano a destra e a sinistra, lampeggiandogli di non rompere le scatole e togliersi di mezzo con la sua lumacaggine, oppure strombazzando.

L’omino comincia a deprimersi, ma resisterà, domandandosi se sia davvero più sicuro rispettare le regole e i limiti, ma senza riuscire a darsi una risposta.

Lui comunque insisterà imperterrito e maniacale a seguire le indicazioni sui cartelli rotondi con il numero. Magari sperando che li mettano meno a capocchia e più diffusi. Perché anche lui possa essere sicuro della velocità a cui andare.

6/10/12