Divinare humanum est

6 Giugno 2014

Divinare humanum est.

sembra un ossimoro e forse almeno un po’ lo è. Mi piacciono gli ossimori, mi riconducono al reale. Concreto. Tutto ciò che sembra qualcosa è anche il suo contrario. Esattamente il contrario di quel che credevo a scuola. Un’immagine riflessa nel suo contrario. Con la crisi straordinaria che ci attanaglia, le tasse sono aumentate, le bollette sono aumentate, il costo della vita è aumentato. Tutto il contrario di ciò che sarebbe necessario. Il consiglio d’Europa accetta per l’Italia il rinvio al 2016 per il pareggio di bilancio, ma ci chiede ulteriori sacrifici. Ulteriore austerità. Tutto il contrario di ciò di cui avremmo bisogno. Dal 2009 i nostri governanti ci dicono che la ripresa sarà l’anno successivo, il ’10, l’11, il ’12, il ’13, il ’14, il ’15 and so on (e via così). Li ascolto e capisco che non mentono, si esprimono per ossimori. Gli ossimori di un paese irrimediabilmente in crisi che spera in una impossibile ripresa aumentando il costo della vita in modo uguale e contrario alla diminuzione progressiva del lavoro e dei compensi. Renzi, con la richiesta alla Rai di pagare con 150 milioni di Euro, parte della somma a lui necessaria a restituire 80,00 € a 10.000.000 di lavoratori ha dato l’ultimo colpo di grazia all’industria della cultura come nemmeno Berlusconi aveva osato fare. Forse la Rai ridurrà gli sprechi, sicuramente ridurrà i budget per le produzioni, quindi sempre noi pagheremo questo debito. Cercare di risolvere la crisi aumentandola. Che soluzione! Riduzione quindi di una qualsiasi speranza. Di una Speranza di ripresa. La Speranza appunto.

La Speranza magari non nella Provvidenza manzoniana, ma anche solo una piccola speranza quotidiana, ci stimola, almeno me, a cercare e interpretare dei segni premonitori. Non solo in TV.

L’oroscopo non lo leggo più da un’infinità di anni. Che gliene frega alle stelle di me. Sperimento qualche piccola ridicola scaramanzia. Evito accuratamente che le posate si incrocino, non solo sulla tavola apparecchiata, ma anche nel lavandino quelle sporche. Evito che gli strumenti del trucco di Teatro, pennelli e matite, formino una croce sul tavolo del camerino, me lo suggerì un attore che diceva di essere un po’ stregone lui stesso o forse se ricordo bene, un veggente il suo compagno. Un tempo, per propiziare un debutto, indossavo per la prima di ogni spettacolo, almeno un elemento di vestiario usato alla prova generale, ma siccome la scelta cadeva inevitabilmente sulle mutande o boxer, perché magari le magliette non entravano sotto un costume settecentesco, trovando la cosa un po’ ripugnate, ho cominciato a fregarmene e cambiarmi completamente anche gli indumenti intimi, per essere in scena completamente nuovo ogni sera, per portere solo me stesso e il personaggio su quelle tavole. Le mie mutande non particolarmente sporche mi ripugnavano se indossate per due giorni, quelle di altri indossate dal primo giorno d’accademia 3 anni prima, conservavano le mitiche strisciate di piscio di quelle da bambini, e speravo che i loro proprietari e indossatori non se le sfilassero, per evitare che finissero inevitabilmente sui vestiti o costumi miei o di altri. Non so se quelle fossero di buon augurio, certo riferivano di scarsa igiene personale o di una tale difficoltà di vivere che nemmeno le mutande quei giovani attori potevano permettersi. E non era una profezia, ma una certezza.

Divinare humanum est.

Ora che l’Oracolo di Delfi è divenuto per me troppo lontano, ora che è meta di turismo industriale e di suv del mare e comunque solo di quelli che se lo possano ancora permettere, i quali quando scoprono che è lontano dalla costa, probabilmente rinunciano ad interpellare la Pythia, loro che il dono di qualcosa da sacrificare lo potrebbero concedere. Ora che le profezie non si scrivono più su foglie abbandonate al vento, ora che profeti catodici sperperano le loro parole nell’etere, ora che il volo degli uccelli dice poco a quasi tutti, ora che non pratico più la lettura dei fondi di caffè, nella quale mi ero specializzato al punto di non riuscire nemmeno a capire i libri che leggevo, perché invece di ascoltare le parole dell’autore, cercavo immagini e disegni che mi suggerissero il mio futuro, rendendomi spesso incomprensibile il libro stesso. Ora che non ho più un orizzonte marino da interpretare per capire cosa succederà del vento sulla nostra rotta di naviganti a vela, ora che le nuvole mi suggeriscono al massimo di prendere l’ombrello, ora che la carta da parati con gli schizzi di gesso non si usa più e che tante storie mi raccontava da bambino, ora che le macchie sul muro non le vedo nemmeno, per abitudine.

Ora cerco di prevedere il futuro dalla tranquillità o meno con la quale il mio cane riesce ad esprimere i suoi bisogni quotidiani.

Se rapidamente trova la sua ispirazione in un ciuffo d’erba ed esegue la sua fisiologia in pace, bene, forse sarà una giornata tranquilla, ma se come oggi, appena cominciato ad esibire la sua necessità, proprio lì arriva un grosso furgone rumoroso, dal quale scende un conducente a dire il vero anche simpatico che si scusa dichiarando certo i bisogni sono bisogni, ma tuttavia pensa anche ai propri e spalanca con gran fracasso lo sportellone di carico sul muso del mio cucciolo, capisco che la giornata sarà dura, a cominciare dalla ricerca di un altro filo d’erba sul quale lasciar defecare il mio timido animaletto. Ma se poi succede che appena trovato un altro angolo questa volta sterrato e rimessosi al lavoro intestinale, il mio cane fiuti dall’altra parte della strada, un maschio che lo odia chissà perché, allora la funzione nuovamente interrotta diventerà un vero problema, come forse la mia giornata, come forse la mia settimana. Non mi resta che sperare che la profezia sia, come dicono i profeti televisivi, a breve termine. Tanto è sempre e comunque un problema di cacca. Di stare nella cacca. Io, noi, il nostro altrimenti bellissimo Paese. L’importante è raccoglierla. Chissà che non se ne possa fare una start-up.

 Scrittori che scrivono Libri (finora mi ero occupato solo di Attori che scrivono Libri).

Come uno studente di liceo, leggendo il libro ho sottolineato una moltitudine di frasi che vorrei ricordare o che almeno farò poca fatica a ritrovare.

Dovrei citarle tutte, ma sarebbe come trascrivere il libro che invece bisogna comprare e leggere.

 ”La casa sulla roccia” se avesse un difetto sarebbe quello che purtroppo finisce, mentre invece lo si vorrebbe tenere ancora con noi dopo l’ultima pagina. E così faccio, scrivendo queste poche parole.

I miei pochissimi lettori già lo sanno, ma semmai ce ne fosse uno nuovo devo ripetere che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma appunto il piacere di rimanere a pensare al bel romanzo appena letto.

E’ un romanzo chiuso, completo, finito. L’esatto contrario di “Regate di terra” di Paolo Montevecchi di cui ho scritto la settimana scorsa che invece è aperto e mai finito, forse infinito, il cui seguito addirittura viene annunciato di volta in volta dall’ultimo codice QR. Eppure un giorno anche questo si chiuderà, immagino.

“La casa sulla roccia” è un libro completo, a suo modo circolare. Diversissimi, eppure li amo tutti e due questi libri, allo stesso modo. Quando leggo desidero trovare stile, originalità, narrazione, struttura. Quel che io non so fare. Qualsiasi cosa purché sia diversa da me, altrimenti che noia sarebbe!

Tutto del resto si chiude, finisce e il compimento di qualsiasi cosa è quanto di più soddisfacente possa esserci sia per l’autore come per il lettore. Ciò vale per esempio anche per un ponte, per il suo architetto, per chi lo attraverserà, come per tutto quel che facciamo e che siamo, compreso l’amore, compresa la vita. Così per questo libro, il compimento è esaustivo, come un ponte appunto che da oggi ci porta al 1961 e lentamente, accuratamente ritorna a noi, qui ed ora. Almeno così io l’ho interpretato. Cosa c’è di più bello di un ponte che si libra leggero sul fiume talvolta impetuoso e unisce due rive?

Come il ponte della Musica di Santiago Calatrava a Roma che guardo e ammiro ogni volta che ci capito vicino, senza mai avere il coraggio di percorrerlo, per quanto è bello, per quanto è leggero, per quanto di quel ponte ho sentito la mancanza fin dalla mia infanzia, quando ne parlavo con mio padre, con le mie prime parole, al tempo dei miei primi ragionamenti, mentre crescevo in quel quartiere allora privo del salto che unisce le rive. Nei primi anni sessanta appunto, avevo 5 anni e guardavo le due sponde del fiume dal balconcino del nostro soggiorno oppure dal Lungotevere, spostando qualche ramo della siepe d’alloro le cui foglie talvolta rubavo perché mia madre ci condisse e cucinasse i fegatini con la rete.

Con il libro di Monda ho avuto più coraggio, l’ho letto subito, l’ho divorato in privato. Tutto in privato è più facile. L’ho attraversato così come il ponte invita a fare. Guidato dal ricordo, dal monologo interiore della protagonista.

Come un ponte, il libro di Monda, mi ha permesso di percorrere non solo gli avvenimenti accuratamente riportati da lui stesso, ma quella miriade di sensazioni, sogni, speranze e necessarie conclusioni, scelte giuste e sbagliate, sperimentate fino ad oggi. La ricerca di una solidità che ancora mi manca. Appunto “una casa costruita sulla roccia e non sulla sabbia”, come il Vangelo* ci invita a fare, tutti, anche me che credente non sono, credo. Mi ha risvegliato il mio privato mondo interiore che pur diversissimo da quello di Elisabeth-Liz-Beth, è la chiave dell’identificazione con lei, necessaria al godimento di un libro la cui leggerezza è il compimento della prima lezione americana di Calvino.

E qui sta il paradosso più riuscito dell’autore, un altro atto compiuto. Il protagonista, l’io narrante è femminile, direi femmina, donna, nella sua pienezza dei sensi. Non c’è in questo presunzione, ma straordinaria abilità narrativa.

E’ un compendio del pensiero americano, della cultura americana dominante, del comportamento americano, del pragmatismo di cui sono maestri gli americani.

Conosco Antonio da almeno 35, forse 38 anni, da venti vive a New York, ma fu il primo tra le mie conoscenze ad andarci. Il suo pragmatismo lo potei constatare al mio primo tentativo di partenza per l’America, più o meno 33 anni fa, gli chiesi dei consigli e lui stampò e mi diede un suo compendio, un baedeker per vivere la città che aveva preparato per gli amici.

Da allora, ma sarebbe più giusto dire da sempre, Antonio fa e si occupa di mille cose. Oltre quelle citate nel risvolto di copertina ha anche una bella e numerosa famiglia cui non fa certo mancare ogni umana attenzione, concreta e spirituale.

Rimane un dubbio che mi sconquassa: ma come fa Antonio Monda a fare, e bene, tutto quello che fa? Le sue giornate non durano come le mie? Evidentemente conserva un segreto che spero un giorno vorrà rivelarci. Intelligenza, curiosità, organizzazione e pragmatismo, forse?

 

“La casa sulla roccia” di Antonio Monda, edizioni Mondadori, 138 preziose pagine. 17 €.

 

*Per quegli intervistatori che sbagliano il titolo del libro o non ne capiscono il riferimento, direi che non ci sarebbe nemmeno bisogno di aver letto il Vangelo, ma basterebbe informarsi un poco, prima di un’intervista, magari anche solo leggendo le note editoriali che si trovano facilmente in internet.

 

 

 

Le vite si incrociano

3 Maggio 2013

 

 

e si perdono.

Come tutte le mattine e tutte le sere e come ogni volta che posso, esco a spasso con il mio cane, Buio. Spesso, per le vie del mio quartiere devastato dall’incuria dei visitatori notturni.

I soliti Kilim di cocci rotti, encausti di vomito, una città devastata dalla vita che si crede vita e che a me appare attesa di qualcosa che non viene. Non Godot, né un cataclisma, né una soluzione, né economica né morale. Inutile attendere, ma almeno si ammazza il tempo che tanto di coltellate ne ha già avute un’infinità. Una più, una meno. Tanto che importa! Non fa una grande differenza. Ne portiamo tutti, i segni, nell’amarezza crescente delle nostre vite.

Le nostre vite che si incrociano e subito si separano.

Camminando passo passo, seguendo le evoluzioni di Buio, lasciandomi trainare da lui per le strade e gli angoli che preferisce, capita di incrociare un altra vita o altre vite. Un bambino “marine” che andando a scuola interrompe il suo percorso e torna indietro. La giovanissima cinese che si divide fra la scuola e la cassa del suo ricchissimo emporio. Alcuni reduci della battaglia notturna, né vincitori né sconfitti. Una signora con bambino. Questi ultimi li incrocio dietro l’angolo, percorriamo non più di 10 passi insieme. Sento e ascolto di proposito  quel che dicono durante il tempo della mescolanza delle nostre vite. Per l’esattezza, quel che con accento romano spinto dice la signora, forse mamma forse zia del bimbo di credo 7 anni che invece tace: “ma allora ‘o fai apposta, de mettete a legge’ quando è ora d’anna’ a dormi’ che pure rincojonito come stai manco ce capisci quello che stai a legge’.”

Guardo il bimbo che accortosi della mia presenza, sentendosi investito di un rimprovero, mi guarda con gli occhi di un cucciolo bastonato.

Gli sorrido.

Mi sorride rincuorato.

Lo guardo.

E’ piccolo piccolo, ma tiene in mano un libro, del quale senza riuscirci cerco di leggere il titolo, lo tiene come si tiene un tesoro segreto, che non cada, che non gli sia rubato o strappato, lo tiene come terremmo una pagnotta casereccia appena sfornata, sul petto a riscaldare il cuore e lo stomaco. Non mostra orgoglio per quel tesoro stretto tra le mani, ma lo tiene come il tesoro prezioso che è per lui, conscio del suo valore, alterna lo sguardo contrito alla signora, forse sua madre, allo sguardo di complicità con me.

Si fermano dal giornalaio e al bimbo si illuminano gli occhi, mi lancia un ultimo sorriso.

E le nostre strade si separano forse per sempre.

Ma perché quella signora, forse sua madre, non apprezza e loda il comportamento del giovane lettore? perché non gli chiede cosa abbia letto la notte? perché non gli chiede di raccontarglielo? farebbe bene anche a lei. Preferirebbe che si ammazzasse davanti a qualche partita di calcio televisiva o davanti a qualche video gioco?

Non sa quella madre che fortuna le è toccata in dono ad avere un figlio che legge?

Non sono riuscito a vedere il titolo di quel libro, ma era un romanzo, senza alcun dubbio, non un fumetto, non un albo d’avventure, un libro, un vero libro.

E ora vedo quel bimbo che fa finta di dormire fino a che in casa non senta più alcun rumore, poi sollevate le coperte, lo vedo trascinare sotto il lumino, riprendere il libro e aprirlo lì dove conservava il segnalibro e di nascosto leggere.

Non smettere mai cucciolo d’uomo. Buona fortuna.

Spero di fare in tempo a vederti professore o quel che preferirai, anche calciatore, ma soprattutto lettore.

da tempo devo qualche spiegazione, sempre che interessi qualcuno.

In una breve pausa della tournée, avevo scritto:

Il ritorno a Roma è bello. Rivedere la mia città adorata con la speranza che qualcosa sia migliorata e ritrovarla lercia e confusa, trasforma subito la speranza in delusione.

Tornare anche per pochi giorni mi provoca un’ansia che mi pervade nel corpo e nell’anima. Questo breve soggiorno è la prova generale di quel che sarà tra un mese al ritorno definitivo. La fine di quel tempo sospeso che è la tournée. Viaggiare, recitare, sono la normalità che mi sottrae ai doveri quotidiani, non li rallenta come quando prendo l’autobus per tornare a casa, li sospende. 

In viaggio sembra tutto possibile, incontri, ristoranti, alberghi, quasi una vita di lusso, anzi paragonata alla vita di tantissimi altri è un lusso incalcolabile. Ma l’incertezza del futuro, dopo una parentesi di sospensione, mi ripiomba nell’ansia, forse angoscia.”

Poi:

Dante non si occuperebbe di me, semmai mi metterebbe all’inferno nel girone aggiunto dei fortunati. Dei fortunati che non hanno saputo far profitto della propria fortuna, dei doni ricevuti. Sì, sono fortunato. Vengo da due mesi di tournée teatrale e ripartirò per altri 10 giorni fra una settimana. In un periodo in cui va male per tutti, in cui chi aveva risparmi gli ha dato fondo, in un periodo in cui tanti miei colleghi se ne stanno tutt’altro che spensieratamente a casa ed altri sono tornati addirittura al paese d’origine. In un periodo in cui le proposte di lavoro prevedono indecorosamente e senza alcun ritegno né vergogna, la gratuità della prestazione d’opera, come investimento personale, anche lunghissimo e duro, quando invece dovrebbe essere il contrario, proprio perché l’economia non gira, ancor più di prima si dovrebbe pretendere un compenso per la propria attività. In un periodo così disastrato politicamente economicamente moralmente, chi come me ha avuto la fortuna di lavorare in un grande spettacolo, altamente professionale, commerciale, nei più grandi Teatri italiani, con un vasto pubblico plaudente e divertitissimo, non può, non posso io, che ringraziare il produttore e il culo che si è fatto per rendere possibile questo nuovo giro d’Italia al solo scopo di far lavorare 8 attori e 4 tecnici più i trasportatori e i Teatri e, speriamo, divertire il pubblico. In questo tempo sospeso durante il quale si naviga numerose volte da est a ovest, da ovest a est, disperandosi che non si riescano ad ottimizzare i percorsi per ragioni di date stabilite da numerose altre compagnie e dai Teatri, nonostante l’informatica che potrebbe permettercelo; navigando da nord a sud e viceversa, si percorre quel mondo che i miei genitori solo in parte visitarono per il loro viaggio di nozze e dove altrimenti noi non saremmo mai approdati. Si vedono città e paesi dotati di monumenti incantevoli, capolavori della pittura e della scultura, chiese normanne, barocche, bizantine, romaniche, gotiche, musei o anche semplici strade, spesso così pulite da far disprezzare il ricordo del proprio quartiere smerdato, altre volte talmente disperanti da far rimpiangere la sozzura di questa Roma devastata dai politici e dalla cacca. In questo tempo sospeso in cui non si vede la televisione, si mangia il più delle volte negli autogrill, si litiga, si fa pace, si sperimentano le varie tecnologie possedute da ciascuno, si ripetono le domande: meglio Apple o Android? IPhone o Galaxy? dove svoltare a destra o sinistra (nel senso proprio della strada)? come si interpreta il navigatore, o le mappe, o i Tom Tom? Ma come facevamo a viaggiare 30 anni fa senza tutte queste guide GPS? Ci si fermava semplicemente a chiedere informazioni. Partiti magari da Milano e chiusa la portiera sull’accento meneghino, a volte non si resisteva e si scoppiava a ridere in faccia al mal capitato fornitore di indicazioni, per l’accento bizzarro di Livorno o al calabrese stretto di C(h)at(h)anz(h)ar(h)o aspirato come quello fiorentino, o al veneto cantalenato delle Baruffe. Si viaggiava e si benediceva il cielo, non il contrario, sì, eravamo noi a benedirlo, di averci concesso 6 mesi di tournée, diventati poi 4, ora 2. Si abitava privilegiatissimi in alberghi a 4 stelle, poi 3, poi 2 poi B&B non sempre decenti, qualcuno da un affittacamere, retrocedendo nelle ambizioni e nelle speranze, ma felici la sera in palcoscenico per 2 ore e mezza di spettacolo, più la celebre mezzora, intesa come 35 minuti prima dell’orario di manifesto, prima dei quali è obbligatorio trovarsi in Teatro e darne segno al direttore di scena, poi lo smontaggio, noi attori del semplice camerino, i tecnici dell’intera monumentale scena che deve subito ripartire per la città successiva per essere in un nuovo Teatro almeno alle 8 di mattina per cominciare il nuovo montaggio. Fatiche diverse, ma benedette, benedette in tempo di vacche grasse, ora ancor più benedette da noi pochi fortunati che ne godiamo.

In questo tempo sospeso in cui si traversa in lungo e in largo il nostro bellissimo e disastrato paese c’è chi come il produttore, l’organizzatore, il regista lavorano dall’alba all’allargamento della tournée, al recupero dei compensi che i Teatri dovrebbero già aver pagato dall’anno scorso e che invece latitano, alla costruzione di nuove occasioni e nuovi spettacoli, c’è chi intrattiene rapporti e relazioni che tornino negli anni a venire, c’è chi dorme fino a mezzogiorno, l’ultimo momento utile per lasciare l’albergo, oggi chissà perché anticipato alle 10, c’è chi appunto lava e stira i costumi perché siano pronti la sera per il nuovo spettacolo, c’è chi si porta altro lavoro da svolgere al computer per arrotondare la paga insufficiente, c’è chi prepara gli esami per l’università, c’è chi si fidanza dentro e fuori la compagnia, c’è chi prenota gli alberghi per tutti o i B&B e, pur generoso, si becca i rimproveri di tutti gli altri ai quali non va mai bene niente, ma la sera in palcoscenico, questo spettacolo sospeso nella realtà, come al binario 9 e 3/4 del maghetto, va in scena. A volte il pubblico numeroso ed entusiasta ripaga tutti delle fatiche e aggiunge gioia alla nostra fortuna di essere in scena, altre volte mi viene anche il dubbio che non capiscano la pur semplicissima trama. Fare una commedia che dovrebbe far ridere e non beccare la risata di comprensione, può avvilire l’attore (io) fino a fargli pensare che non sia più il suo lavoro. Il pubblico è diverso l’uno dall’altro, di città in città, di sera in sera, certo, ma se non ridono lì dove ce lo aspetteremmo la colpa è solo dell’attore, mia. Anche di altri magari che pur di beccare una risata esagerano il personaggio verso strade ad esso estranee, parlo di un mio partner diretto che mi lascia tutte le sere basito costringendomi ad una pausa di “vergogna” che diventa drammaturgia e che moltiplica il piacere del pubblico, ma io so che non è quello il personaggio e so che il mio collega vuole solo prendersi la soddisfazione di far ridere il pubblico con una battuta che anche detta male farebbe ridere lo stesso ed appunto, pronunciandola malissimo ed esageratamente o anche benissimo, ma come prelevata da un altro spettacolo, un altro personaggio, ottiene il suo onanistico compenso. Ma gli voglio bene lo stesso e so che la mia pausa di stupore per il lavoro del mio collega viene interpretata dal pubblico per una pausa di stupore del personaggio. Tutto torna. Il pubblico ride, talvolta applaude. E lo spettacolo va avanti.

E quando si intuisce in quinta un tecnico o un collega o addirittura il capocomico, forse anche un pompiere (per l’unica sera, lui) addetto alla sicurezza del Teatro, che ancora ride, magari un po’ meno di cento repliche fa, ma pur sempre ancora, alla mia, alla nostra scena, è gioia e piacere fisico insieme.

In questo tempo sospeso che è donato a noi attori fortunati che lo possiamo trascorrere in scena, corrisponde un tempo che ci verrà restituito. Disse un regista cui devo molto, che gli attori vivono più degli altri comuni mortali perché appunto il tempo trascorso in scena è un tempo sospeso che cumulato gli verrà restituito. Purtroppo non è vero, e poi ormai trascorriamo troppo poco tempo in scena, ma quella sospensione del tempo di scena anzi, duplica, intensifica la nostra vita che viviamo da esseri umani e da personaggi strappati alla carta, non ci toglie nulla, anzi ci arricchisce, ci esalta, ciascuno a proprio modo, esalta anche le anime e le tensioni negli scontri di scuole di recitazione diverse o diversissime, o peggio, ma magnifico, negli scontri di vuoti di memoria, tensioni interpretative, voglia di improvvisazione. In questo tempo sospeso, solo io non faccio nulla. Non gioco a Ruzzle, non ne sono capace, ma imparerò, non navigo in internet, mi poggio in macchina come un pacco, qui e là mi agito un po’, cerco di avviare qualche discorso di Teatro, ascolto quel che gli altri dicono, non siamo mai d’accordo, ma troviamo una sintesi, sempre, all’autogrill. Scarichiamo le nostre tensioni ed insoddisfazioni prendendocela con uno o l’altro dei nostri colleghi, non sempre assenti, talvolta col capocomico, tal altra con uno degli interpreti, mai con noi stessi.

In questo tempo sospeso mi capita di non far niente. Lusso, sfrenato e peccaminoso. Anche in alcune città che amo, ho passeggiato pochissimo, ho guardato i monumenti solo da fuori. Mi sono fermato a lungo solo davanti a Giorgione.

Sono stato alla finestra.

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando sono alla finestra sto lavorando?” pare si sia chiesto Jean Claude Carrière, magnifico sceneggiatore e collaboratore di Luis Buñuel.

Ma io, sto lavorando?

Io che scrivo moltissimo, che dico mi basti un tavolinetto su cui poggiare il computer, io che non vivo senza scrivere, non ho scritto che pochissimo. Perché?

E’ il tempo sospeso della scrittura, forse, specchio, copia, di quello sospeso della tournée. Senso intimo del viaggio. Stare in finestra, può essere anche una lezione.

Odio quelli che dicono che il nostro lavoro non sia un lavoro. Sì, è infinitamente più bello di qualsiasi altro, se poi lo si paragona ad altri lavori come la miniera, è chiaro, si rimane in silenzio. Ma è un lavoro. Tanto più bello tanto più rigore vi si applichi. Purtroppo non succede più come tanti anni fa che pur viaggiando ed avendo poco tempo a disposizione, pur dovendo replicare uno spettacolo la sera, il pomeriggio lo si dedicasse a provarne un altro che ci avrebbe tenuto in giro per altri 3 o 4 mesi. I Teatri chiudono, ahinoi. Ma è pur sempre nella sua sontuosa, maestosa ruvidezza, inconsistenza, mutabilità, un lavoro e un lavoro da privilegiati, sebbene di questo privilegio spesso godano persone, parenti, amici, amanti che non se lo meriterebbero (soprattutto in TV e un poco al Cinema, in Teatro è più dura far passare un raccomandato). E’ un lavoro e come tale deve essere retribuito. Ed anche di questo ringrazio la puntualità del mio produttore. So che molti altri non hanno né praticano lo stesso rispetto per i compagni di strada.

In questo tempo sospeso penso a quei miei colleghi anche più bravi di me che vedono invece sospesa la loro arte. Dubitano di sé, s’incancreniscono nel dolore, qualcuno reagisce, altri cercano altri lavori. Ma se lavoro non c’è come si può trovarne più d’uno. Alcuni ahimè, ahiloro, ahinoi, abbandonano.

Penso ad alcuni miei colleghi meritevolissimi e mi danno l’anima.

Il tempo sospeso della tournée, della scena, è il luogo della nostra vita.

Lo uso, non lo uso, non so. Lo vivo. E ringrazio.

P.S. Cito, non autorizzato e spero non me ne voglia, dal bellissimo blog “Lettere agli Amanti” di Lorenzo Gioielli, una parte del suo articolo del 23 Febbraio, dedicato a Barbara, la moglie di Giampiero Ingrassia, morta improvvisamente:

“Vorrei fargli sentire (a Giampiero) quello che ho sempre saputo e che lui ha confermato parlando della moglie in quell’occasione di stupefacente affetto che è stato il funerale di Barbara: che è un uomo con alcuni difetti e tanti pregi, in testa ai quali brilla la lieve profondità della nostra razza, la razza dei comici alla quale sono fiero di appartenere. Gente che sorride anche quanto sta cadendo tutto intorno, che rimane dritta quando non ci sarebbe altra possibilità che accasciarsi e singhiozzare. Gente che vive tutto fino in fondo e che se anche ha paura non lo dà a vedere, perché non è di buon gusto. Gente che conosce il mondo anche se dal mondo non è riconosciuta come la sua parte migliore.”

Ecco, io non sorrido più. Io ho paura. E ahimè, lo do a vedere. E questo mi mette fuori dalla razza dei comici cui volli appartenere. Mi mette dalla parte di quei comici che si disperano. Senza vergogna.

Con la speranza che tornino in scena.

P.P.S. Il mio lettore privilegiato mi suggerisce di sorridere, di indossare la maschera. Tranquillo, non me la sono mai tolta, se piango, mi dispero, temo, tremo, ho paura, avviene tutto sotto la maschera sorridente della leggerezza di scena, commedia o tragedia che sia. Ci si sfila la parrucca, ci si asciugano i capelli appiccicati, si sistema la maschera sulla sua testa di polistirolo e la si affida ad un altro viaggio.

Sì, la grandezza è nel non darlo a vedere. E se accade, lo si attribuisce al personaggio. E’ lecito.

P.P.P.S. No, in questo tempo sospeso della tournée, io non so scrivere. Io non so scrivere. Io non so scrivere in un luogo segreto, in un luogo riservato, in un castello incantato, in un eremo di montagna, in una villa hollywoodiana, questi fanno parte del tempo sognato e non necessario. Io ho bisogno del casino di casa mia, dei salti del mio cane, ho bisogno di dimenticare la caffettiera carbonizzarsi quotidianamente sul fuoco, ho bisogno di uno spazio rubato ai doveri (dio quante volte ricorre questa parola, doveri), ho bisogno del mio tavolo sul quale non c’è più spazio nemmeno per poggiar le braccia. Ho bisogno di un tempo confuso e sospeso nel quale guardare dalla finestra. Poi tornare. A scrivere. A sognare. Il tempo sospeso dell’eremo sul mare dal quale guardare al Teatro in tempesta. Il tempo sospeso dello spettacolo.

Del Teatro.

Due

28 Gennaio 2013

Mi alzo dalla scrivania sulla quale non sono seduto, mi alzo dalla sedia alla scrivania sulla quale sono seduto, sono stufo di aspettare e-mail, sempre troppe e spesso poco utili, mai utili, spesso poco interessanti, un ingombro di cui liberarsi al più presto senza nemmeno leggerle. Devo decidermi a cliccare “non voglio più ricevere ecc. ecc.”, ma anche questo non mi va, mi fa fatica. Due ecc. Perché sempre due? Sono stufo di aspettare un’occasione di interesse, magari due. Non l’ho mai fatto, non ho mai atteso nulla, o forse sì, ma solo un paio di volte, ho sempre cercato di procurarmi da solo interesse e cose da fare, lavoro, lavori, magari due. Mi alzo dalla scrivania e son già due volte, mi gingillo per la casa, fa un freddo bestia, faccio due passi, do due carezze al mio cane, preparo il pranzo per due, leggo due righe, cancello due pagine, mi risiedo, controllo la posta, due e-mail da gettare, controllo FB, due lettere F e B, due post da evitare che non vale la pena nemmeno leggere. Due pensieri di noia per due pensieri di due filosofi della domenica che invadono FB (due lettere) anche se oggi è mercoledì, filosofi della domenica come io lo sono sul mio blog, ci penso un paio di minuti e penso che ai miei due blog per andarci lo si deve scegliere, non li impongo su una schermata a caso di FB, due lettere F e B. Ci aspettano, ma ormai sono passate, due settimane di vacanze, due settimane di vacanze da che? “ci” chi? noi due, un io come sono e un altro io, quello che vorrei essere. Mi alzo due volte dalla scrivania, due passi per la stanza, due carezze al cane, il pranzo per due, apparecchio per due, due forchette e due coltelli a circondare due piatti, mi risiedo e mi rialzo, cerando un’occasione spaiata. Tutto come un binario che da solo è due, infatti si dice binari e se si dice binario se ne intendono comunque due, mi gingillo ancora due minuti e mi metto ad aspettare l’evento. Anche due eventi, perché no. La cosa più improbabile che succederà sarà che calerà la notte, ma sono solo le 10, le dieci e dieci. Di mattina, di queste due mattine, una di sole e una orrenda, la stessa, ma fredda, umida, due aggettivi. Strana giornata, sembra già vista, ha anch’essa il suo doppio. Non c’è un dispari, anche questa parola la scrivo due volte, dispari. Vorrei una vita spaiata. Come una calza. La calza della befana, così si riappaia anche la calza. Non c’è verso, un’andata e un ritorno. Tutto pari. Tranne i conti.

E sono solo. Anche l’altro me stesso, quello che ancora spera e combatte (due verbi, mannaggia ancora due) se ne è andato.

 

P.S. scritto durante le vacanze di Natale, ma oggi più adeguato.

Quell’essere primordiale

20 Gennaio 2013

Non lo so se a lui piacciano i miei baci.

Io lo torturo e glieli do. Non protesta, fa linguetta e mi aspetta.

lo bacio e ribacio.

Quell’essere primordiale del mio cane si rotola nella cacca, preferibilmente di cavallo appena fatta calda calda o meglio ancora quella umana, anche un poco vecchia, e ne va fiero, e corre a fartelo vedere pensando di essere irriconoscibile. Ed in effetti alla vista lo è, ma all’olfatto diomio che guaio. Si getta nelle pozzanghere le più melmose, ne riesce e corre felice, mascherato di fango come Rambo, solo gli occhi luminosi. Anche sui monti, deserti, dove temi magari il lupo, l’aquila, la vipera, quel che lui scova è la cacca fresca del viandante abbandonata al di là di qualche cespuglio. Ma i ruscelli freddi offrono il rimedio insieme a prati rigogliosi e alle foglie di ninfee paradisiache.

Quell’essere primordiale ha piena coscienza di sé, controlla la sua posizione nello spazio, il movimento di tutte e quattro le zampe come nemmeno io, bipede, riesco a fare pur guardando dove metto i piedi. Lui passa incolume attraverso distese di merda cittadina, senza calpestarla, modifica l’ampiezza del suo passo, pur senza guardare dove mette le zampe posteriori, le allarga o allunga il passo quel tanto che basta per non calpestare nefandezze. Come fa a riconoscere quel che anche a noi disgusta? le cacche lo capisco, dall’odore, ma gli sputi perché e come li evita? con l’olfatto distingue una colata d’acqua della grondaia o di risulta dell’aria condizionata, da una pisciata in grande stile, maschio, femmina? Beh, lo ha insegnato anche a me, sul muro di maschio, per terra di femmina. Nelle distese di cocci rotti della mattina, evita ogni scheggia. Cammina sicuro, passo dopo passo come nemmeno noi umani sappiamo fare.

Cosa porta dal suo passato, dalla sua origine?

Secondo me lui lupo non lo è mai stato, dolce com’è, eppure se incontra un altro maschio gli ringhia e se può lo abbruttisce di gargarismi riottosi, ma senza mai mordere. Gli fa delle sceneggiate di minacce, delle terribili danze di guerra, ma pur sempre solo danze. E forse è questo quel che fanno i lupi? Lui che nemmeno abbaia. Che meraviglia! Se suonano al citofono o alla porta viene a chiamarci perché apriamo, ma non abbaia. Quando dorme invece, se sogna immagino, muove le zampe in una corsa onirica ed emette degli uh uh uh, dei mini abbai. Chi glielo ha insegnato a non disturbare?

Sicuramente discende da una nobile casata di antica eleganza. Lo si vede da come si distende sulla sua cuccia, col corpo rilassato da una parte, il collo e la testa eretti, segue tutto ciò che gli avviene intorno. Oppure con la testa penzoloni medita, forse compone dei carmi, poi viene a dirceli e gli si legge negli occhi che non sa come fare, ma sa che noi comunque non li capiremmo, rinuncia e se ne torna al suo lettuccio. Si ripete quello appena composto o ne compone uno nuovo di amarezza e delusione.

Se qualcosa lo interessa, viene a vedere e segue ogni movimento, lo immagazzina, lo impara, lo sedimenta. E quando ripeto quel movimento, quell’azione, lavare i piatti, caricare la lavatrice, mi guarda e mi dice, so cosa fai, te l’ho già visto fare, se vuoi ci penso io. Solo il collare non ha ancora imparato a metterlo da solo, ma quando lo vuole, si ferma e me lo chiede; così come la strada da prendere, se lo guido dove non gli piace si ferma e non si muove più fino a che io dopo tanti tentativi non indovini quale sia la direzione che lui preferisce, ma mi lascia sempre la possibilità di convincerlo a dirigerci verso una nuova meta con un semplice “andiamo”, allora capisce che si deve fare qualcosa di diverso e senza più protestare si rimette alla guida del nostro piccolo convoglio umanocanino.

Porta un’esperienza dentro di sé che dispensa a piacere.

I primi tempi della nostra convivenza, pensavo fosse la reincarnazione di un attore o un regista, veniva alle prove e dalla platea commentava con dei mugolii solo se ero io a recitare, capivo che non lo convincevo, oppure se lavoravamo in platea, magari alla lettura del testo, lui dal centro del palcoscenico, pur rosicchiando una sua pigna ci controllava con lo sguardo malandrino di chi non ha alcuna intenzione di mollarti.

Ma perché pensare ad una reincarnazione? perché attribuire sempre una dimensione antropomorfa o antropocentrica al mondo che ci circonda? Lui discende da una moltitudine di nobili stirpi di cani, tutte incrociate tra loro, purificate da infinite contaminazioni e di ciascuna conserva l’esperienza.

E ce la restituisce con amore, baci, linguette e morsetti.

Ci risparmia però generosamente i suoi commenti al nostro modo di vivere.

Quanta saggezza nel mio piccolo mostro primordiale.

P.S. Nora Ephron ha scritto in “Il collo mi fa impazzire”: Prendete un cane, così quando tornate a casa ci sarà qualcuno contento di vedervi. (citazione da Il Venerdì di Repubblica, del 28 Dic. 2012, pag. 63, a cura di Enrico Deaglio e Andrea Jacchia).

P.P.S. Pubblico questo post prima di accingermi alla lettura di “Truciolo” di Sándor Márai, perché so già che dopo me ne vergognerei.

P.P.P.S. Ieri il veterinario ha prescritto per il mio cane le stesse medicine che prendo io. Fino a che punto può arrivare l’identificazione l’uno nell’altro dei due “migliori amici”? Possibile che la sua sensibilità gli abbia procurato lo stesso mio disagio emotivo che si è fatto per entrambi patologico? Evidentemente/

Colpevole, sono colpevole anche di questo.

Attori che scrivono libri. Capitolo 4° (sarebbe il 5°, ma il primo non l’ho numerato).

59 minuti. Più uno all’inizio ed un altro alla fine che ci indirizzano, si collegano, ci invitano per necessità alla lettura.

Una corsa da lasciare senza fiato. Eppure mi sembra di capire che una speranza alla fine ci sia. Ma non credo che conti. Dipende dall’anima con la quale si legge o quella che il libro scatena. La mia è affranta. Confortata solo dalla grande qualità della scrittura, a mio parere. La trama conta forse in ogni cosa, ma credo che conti infinitamente di più il modo in cui le cose si raccontino. Lì, è la differenza tra ciò che piace e ciò che turba, ciò che cambia i nostri sensi anche se solo per 59 minuti.

Sono venuto a sapere di questo libro con 7 anni di ritardo dalla sua uscita, pochi giorni fa per una nota appassionata dello stesso autore in memoria della qualità di donna e attrice che è stata Mariangela Melato.

L’ho cercato in libreria, presso l’editore ed in internet. Niente. L’editore che pure mi dicono essere un’ottima persona, come è tradizione degli editori non ha nemmeno risposto alla mia e-mail.

Ho scritto all’autore che me ne ha voluto regalare la copia che io avrei voluto pagare.

Un privilegio conoscere questo autore/attore/drammaturgo.

Generoso come in scena, come sulla pagina, come nella vita.

Conoscere l’autore di un libro che è piaciuto è un guaio, mi verrebbe voglia per esempio di chiedergli quanto sia autobiografico, ma poi ci penso e conosco la risposta. Certo che lo è, anche se spero che non lo sia. Lo è perché è passata per la sua mente questa storia drammatica, raccontata, meditata, sviluppata nell’arco di un’ora e tre vite. Non lo è e non vorrei che lo fosse, perché troppo dura, troppo tragica, troppo fluida, troppo dentro e fuori il mondo di un’infanzia perduta in un volo per toccare le stelle; in un altro volo per seguire il primo e ancora in uno schianto automobilistico inevitabile. Quindi il coma da cui l’autore ci parla. Non lo è, mi ostino a pensarlo, perché per fortuna conosco la moglie e credo che abbiano 2 bambini. Non gliel’ho chiesto, se hanno bambini, per non dover eventualmente rispondere ad analoga domanda. Con gran perdita di dolore e di gioie.

Ma poi che domanda è la mia? che vergogna. E’ una sorta di prurigine invereconda che vorrebbe investigare il privato di questo autore. No. Che brutta cosa mi è venuta in mente. Ma mi rinfranco sapendo di aver corso con le sue parole una corsa che lascia senza fiato, scritta in un sogno, tra giochi e pupazzi di bambini e responsabilità di adulti.

Tutto ciò che un autore scrive è autobiografico per il solo fatto che lo ha pensato. Ergo/

Non so chi scandisca il tempo, perché il flusso è continuo, forse una macchina cui il narratore è collegato. Che ansia! Ancora una volta però offre riparo alla mia anima in pericolo di lettore, la narrazione pura, perché di questo si tratta, che ci trascina via e dentro, ad un tempo, nella storia e nelle tragedie di un tempo fermo a 2 anni 3 mesi e 21 giorni. Il tempo degli adulti circonda l’altro dell’infanzia. Quante volte scrivo “tempo”. Il tempo, ancora e sempre il tempo come i 59 minuti. Il tempo. Scandito. Ritmato. Cantato. In un canto di dolore.

Un monologo feroce e delicato, delicatissimo, che si scioglie per nostra fortuna nelle due ultime parole del bellissimo libro.

Mi ostino a pensare che non ci sia autore migliore di chi è attore, non tutti magari, ma alcuni sì, di sicuro.

“Cinquantanove minuti” di Lorenzo Gioielli, Michele Di Salvo Editore, 93 pagine, € 9,50.

Il provino

14 Gennaio 2013

Durante queste settimane di vacanze natalizie, non ho scritto, o meglio non ho pubblicato, ma un po’ scritto sì, perché ho preparato un provino per un regista straniero, famosissimo e bravissimo, di cui amo l’esperienza e il temperamento così diversi dai nostri italiani che però lui conosce assai bene.

Non c’è spazio per nient’altro nella mia mente quando lavoro per o in Teatro.

La costruzione di un personaggio occupa tutta la mia mente, il mio corpo, il mio tempo, il mio respiro, i miei sogni, il mio sonno che si fa veglia.

Immagino dipenda dal metodo, non l’unico che uso, ma il principale, quello che ora mi è dentro come il respiro. Il metodo “costiano”, detto “mimesico”. L’elaborazione emotiva ma anche razionale e certamente fisica della combinazione dei quattro elementi che compongono la vita, che ne sono alle fondamenta, della vita e della vita dei personaggi, della vita della drammaturgia: Acqua Aria Terra Fuoco. Dalle loro proporzioni, presenze o assenze, vive il personaggio e la Tragedia come la Commedia. Da quell’elaborazione scaturisce fisicamente la parola così come si è costruita nei millenni dal grugnito al suo senso odierno, univoco o ambiguo che sia. Ci vorrebbero migliaia di pagine o anche poche lezioni pratiche, ma ci sono molte persone che saprebbero spiegare questo metodo meglio di me. Io quel metodo ce l’ho dentro e lo uso ed elaboro così come respiro. Anche il respiro per quanto involontario sia, lo posso modificare. Così, alchemicamente, combino quegli elementi che il mio adorato Maestro Orazio Costa Giovangigli mi fece scoprire in tutta la loro magia.

Sì, a 57 anni suonati, quasi 58, mi capita ancora di fare provini con monologo e poesia, come a 15 anni, come a 20. Mi dispiaccio un po’, ma non me ne vergogno davvero.

Il provino generico ha i suoi meriti, ma è una gran rottura di palle, il provino su parte è invece molto interessante.

Ho voluto preparare una cosa nuovissima per me. Un monologo di 12 minuti, sintesi del prologo del testo che quel regista metterà in scena, interpretando 3 personaggi diversissimi tra loro, ma che dialogano in modo serrato.

Un Ubriaco dalla mente assai vaga, un Signore cinico e spietato, direi pre-freudiano o, trattandosi di drammaturgia, potrei dire pre-schnitzleriano per il gioco onirico in cui versa la propria ferocia, e un giovane Paggio nel ruolo finto di donna bellissima. Un lavoro quindi di scrittura, riduzione, adattamento e interpretazione. In una parola, Studio.

Del monologo, come avrei dovuto prevedere, ne ho recitato solo un pezzetto, poi abbiamo lavorato su uno dei personaggi: un grandissimo piacere.

Non so che cosa potrà sortire da quest’incontro, se ci sarà o meno un contratto, ma sono felice di aver dedicato tutta la mia mente e il mio corpo in questi giorni di ferie alla preparazione di quell’incontro.

Ho piacere di sottolineare che il concorso per l’accesso a questa selezione che si svolgerà credo per 3 livelli (accesso, selezione e verifica) è stato diffuso con bando pubblico nazionale. A quanto mi risulta un’occasione rara in Italia. Io ne sono venuto a conoscenza 48 ore prima della scadenza, per colpa mia, i bandi pubblici bisogna cercarseli.

Ecco perché non ho pubblicato nulla, ma ora ricomincio con qualche altro esperimento di scrittura. Critiche e consigli mi saranno graditissimi.

Viva il Teatro.

Le parole hanno diverse qualità, credo. Ce ne sono di precise, ambigue, difficili, rare, volgari, eleganti, nobili, abusate, comuni troppo comuni. Parole. Ce ne sono di quelle che usiamo tutti senza più attribuire loro alcun significato, diventano interiezioni, esclamazioni, pause, ma anche orrori. Di per sé le parole non hanno bisogno di aggettivi per definirle. Significano quel che significano. Direi che tutto dipende da chi le dice e come le dice. Vedi Benigni e ora anche Crozza, possono dire qualsiasi cosa.

Io sono un uomo comune e posso sbagliare, ma i giornalisti, almeno loro, dovrebbero essere in grado di usarle in modo appropriato, molto appropriato, o sbaglio?

Se non lo fanno c’è della malafede? Mah!

Delle parole si può fare l’uso che si vuole, anzi esistono per questo, anche per non essere chiari, per confondere, per mutarne il senso ed il significato anche solo avvicinandole ad altre.

Creando conflitti tra queste e lasciando vincere il senso che si preferisce. Poi certo è arte dello scrittore, dell’oratore, usarle, trasformarle, modificarle, cambiarne il senso ed il significato, rispettarle e variarne la comprensione. Questa è parte dell’arte di scrivere o della dialettica. Piegare le parole alle proprie intenzioni e fini, così come il fabbro piega il ferro, l’artista piega l’immagine quale che essa sia, bidimensionale o tridimensionale o addirittura a 4 dimensioni, aggiungendo il tempo, così come fa Bill Viola.

Ma mentire, perché? Usarle in modo improprio, impreciso, miserabile, a nascondere la vera parola ed il suo senso che definirebbero quel che non si vuole dire, perché?

Dai giornalisti io mi aspetterei molta precisione. Anzi, la pretendo.

E allora perché tutti i giornalisti continuano a parlare e scrivere di “antipolitica”, quando invece si tratta con tutta evidenza di un vastissimo, mondiale, universale, movimento di opinione che si oppone ai politici, a questi politici, il cui relativo termine è “antipolitici”? Questi politici che hanno lasciato mano libera ai finanzieri, questi politici che invece di affrontare e  risolvere i problemi del paese, i problemi dei cittadini, speculano e risolvono solo i problemi personali, individuali.

Quando sentiremo i giornalisti correggersi e scusarsi e ricominciare a chiamare le cose con il proprio nome? A definire ciò che sta accadendo nel mondo con il proprio titolo: “antipolitici”?

Ma qualcuno davvero vede da qualche parte un fenomeno definibile come “antipolitica”? Con tutti gli studenti e professori in piazza, con tutti gli operai che protestano, con tutti i cittadini di tutto il mondo che occupano piazze, case, teatri? Tutti contro questa finanza e questi politici? Per favore, siate seri. E precisi.

Beh, forse io stesso vedo qualche miserabile aspetto di antipolitica. Sì, vedo tanti politici lavorare alacremente per distruggere la politica, ma a questi deprecabili movimenti vedo anche opporsi l’enorme movimento di uomini e donne che fanno politica e fanno della politica il motivo, la ragione della propria vita con sacrificio e determinazione, il cui fine è senza alcun dubbio quello di occuparsi della Polis e migliorarne la vita.

Altro che antipolitica.

La finiscano questi politici di nascondersi dietro una parola. Una parola impropria, inesatta, usata come uno scudo alle loro personali responsabilità.

Il fantasma che si aggira in Europa e nel Mondo si chiama, “anti”, questi, attuali, “politici”.

P.S. Tutto quel che precede avrebbe potuto essere sintetizzato in: le parole hanno il senso che vogliamo e sappiamo dar loro.

E allora, potere delle parole e del significato che gli attribuiamo, ecco un aneddoto:

Mia mamma ha 80 anni. Quando era molto giovane, forse 60 anni fa più o meno, dovendo incontrare il geometra Ciabatta in un ufficio pubblico, si recò nell’edificio, raggiunse la stanza, busso, aprì e disse: “Buongiorno, potrei parlare con il Geometra (breve pausa) Pantofola?”

Non se l’era sentita di offenderlo in pubblico e sul luogo di lavoro!

Attori che scrivono libri. Capitolo 3° (sarebbe il 4°, ma il primo non l’ho numerato).

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo.

E’ un libro in versi? sciolti? sghembi? Strani. E’ un libro bellissimo scritto in una lingua personale, un italiano con un’eco dialettale, forse. Molto spesso l’autore dispone il verbo alla fine delle frasi. Ciò credo, determini un ritmo sincopato, jazz, improvviso e improvvisato, ma accuratamente studiato dall’autore stesso di questa epopea del ’900.

Un’epopea che dal bisnonno procede fino al pronipote di questi giorni – da Andrea ad Alfonso ad Andrea a Fonzino – Walter narra gli eventi come se vi fosse stato presente. Ed infatti lo è stato. Almeno nell’eredità del sangue, sebbene ancora di là da venire (ho scritto questa considerazione mentre leggevo il libro e prendevo appunti, arrivato alla fine ne ho trovato conferma nello stesso autore con una di quelle sue frasi complete ed esaustive che fanno di questo libro un libro speciale).

Non sono un critico e meno che mai letterario, sono solo un lettore e quindi noto anche con piacere quelle occasioni in cui l’autore trasforma un sostantivo in aggettivo, sorprendendomi con una invenzione che aggiunge piacere al piacere della lettura, come per esempio: …si apprestava a scalare un monte con la sua bici, tra sguardi cecchini e il fuoco dei mortai. Moltissime sono le frasi che meriterebbero di esser trascritte, ma appunto, lui ci ha scritto un libro.

Questo libro narra la storia di un secolo, narrata all’autore stesso da un amico del nonno, attraversando tutti gli eventi più rilevanti, dal ritorno del bisnonno da Marsiglia al paese in Italia, la Prima Guerra Mondiale, Caporetto, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza, l’attentato a Togliatti, le intromissioni della Chiesa nella politica italiana, la DC, il terremoto dell’Irpinia e ancora e ancora, ma tutto da un punto di vista straordinariamente originale, il privato di un bravissimo artigiano di paese. Il Ciabattino.

L’autore Walter Da Pozzo è uno splendido attore, diplomato all’accademia Silvio D’Amico, allievo stimato del grande Andrea Camilleri. E il Maestro introduce il libro con una lettera che commuove per delicatezza e affetto, anche lì dove suggerisce una metrica. Che maestro, così umile davanti all’allievo.

Devo essere sincero: che invidia!

Ma l’invidia umana troppo umana non diminuisce di nulla il piacere di questa narrazione fatta per capitoli brevi, chiusi, esaustivi che si cumulano e spalancano, dal particolare, il quadro di un secolo.

Che personalità in questo attore scrittore.

I quattro attori/scrittori (Claudio Bigagli, Luca Di Fulvio, Fabio Bussotti, Walter Da Pozzo) dei quali finora ho scritto, hanno nell’anima una voce propria inestinguibile, irrinunciabile cui non basta il palcoscenico, una voce che preme ed emerge che parla di loro attraverso i loro personaggi, sulla scena e sulla pagina. Hanno insomma una voce personale fortissima che porta anche fuori dal Teatro un loro accordo armonico e personale. Un canto a cappella.

Così mi è parso il romanzo di Walter Da Pozzo, un canto a cappella anche un po’ rap, dedicato ai suoi avi, a questa terra e anche a noi.

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo, Graus editore, pag. 186, € 10,00