Un coltello nella schiena

22 Febbraio 2015

Un coltello nella schiena di Gassman. Era una foto profetica che annunciava un cambiamento. Ronconi avrebbe ucciso il mattatore.

Oh diomio, quanto mi hanno preso per il culo Sergio Castellitto e Ennio Coltorti, seduti al bar di Santa Maria in Trastevere, quando io di ritorno da un periodo di prove dell’Uccellino azzurro a Gubbio, a casa di Ronconi, nel raccontare quelle giornate mi ostinavo a chiamarlo Luca. Con feroce sarcasmo l’uno, con una risata diretta l’altro. E io che mi giustificavo affermando che ce lo aveva detto lui di dargli del tu, di chiamarlo per nome.

Raccontai come il suo iracondo pastore maremmano di allora, rispose al mio entusiasmo di essere arrivato a casa di Ronconi, aggredendomi appena provai a metter piede all’interno, salvato in extremis da Franco Branciaroli che lo afferrò al volo. Certamente il pastore aveva intuito che uno più cane di lui avrebbe potuto insidiargli l’affetto del proprietario.

Luca Ronconi, arruolatomi per diversi ruoli tra i quali un Pioppo, mi mandò a guardare quegli alberi nella sua tenuta, ma io non sapevo neanche quali fossero i pioppi e quindi mi aggirai in lungo e largo facendo solo attenzione che non si avvicinasse il pastore famelico e iracondo. Nulla imparai degli alberi, ma tanto di un altro modo di leggere i testi che non fosse quello stantio. Imparai, insomma ebbi l’illusione che avrei imparato, ma non fu così. Io mica lo capivo perché si dovessero fare quegli accenti e quelle cesure così inconsuete che avevano fatto grande Marisa Fabbri nelle sue Baccanti. E infatti non era per niente obbligatorio. Mi aiutarono tutti, Mauro Avogadro e Giancarlo Prati in particolare, e la stessa Fabbri, ma si intuiva che quest’ultima non riponeva speranze in me. Fatto sta che grandissimi attori li usano come preferiscono e altrettanto grandi attori li rifiutano, tutti accolti dall’immensa generosità e creatività del grande regista.

Io che affronto i ruoli dando uguale peso alla razionalità e alla comprensione fisica attraverso il corpo, 100% a ciascuna strada, mica lo capivo cosa significasse che la Felicità di star bene in salute, fosse una felicità sporca, meschina, piccola, volgare. Mi ci sono voluti 40 anni e tantissime sconfitte per capire, forse, il guaio di illudersi di godere di una salute fisica, non accompagnata da altrettanta comprensione intellettuale. Perverso! dovevo apparirgli perverso evidentemente, ma io che ancora non mi conoscevo così, io che ancora oggi credo di essere una persona abbastanza pulita, se non del tutto, abbastanza ingenua, se non del tutto, abbastanza stùpida, se non del tutto, abbastanza stupìta, del tutto, come avrei dovuto fare a capire che lui mi vedeva profeticamente nella mia perversione e ambiguità che si sarebbero svelate anche ai miei occhi troppe decine d’anni dopo?

A Lui, Luca Ronconi, devo una gioia infinita, quella di aver creduto almeno per un poco di far parte, di essere entrato, di aver avuto accesso a quel mondo che credevo sarebbe stato la mia vita. A lui devo la gioia di aver visto quel Teatro da dentro. A lui devo l’amicizia irrinunciabile e insuperata con alcuni attori meravigliosi, con una comunità di artisti tanto semplici quanto grandi. A lui devo la gioia di spettacoli fiume come fu Ignorabimus di Arno Holz, visto nella versione di 12 ore e la gioia per tutti quei “Romanzi Sceneggiati” che ha portato mirabilmente in scena. A lui devo il calore di quegli abbracci che mi ha regalato le poche volte che ci siamo incontrati nel tempo seguente e mai concluso. A lui devo l’aver creduto nel Teatro e aver apprezzato le diversità, le grandezze, i fallimenti.

A lui devo/

A Manrico Gammarota

14 Febbraio 2015

La malattia lunga o improvvisa mi addolora, mi sorprende, mi annichilisce soprattutto se incurabile e accompagnata da dolore, decadimento della carne, perdita di dignità, ma il suicidio, che pure è malattia talvolta improvvisa tal’altra lungamente meditata, mi sgomenta. Nell’uno e nell’altro caso ci vuole un coraggio infinito. Dell’una facciamo finta di saperne le ragioni, lo stile di vita, la genetica, la sfortuna. Del secondo anche in presenza di notizie, biglietti, addii, le ragioni non le sapremo mai. Io ancor meno di altri perché non ero intimo di Manrico Gammarota e nemmeno amico e nemmeno conoscente. Lo conoscevo di fama come persona squisita e ottimo attore.

E poi servirebbe conoscerne le ragioni quando ormai tutto è stato?

Inarritu rispondendo in una intervista sul suo ultimo film (vivilcinema n. 1, 2015, pag. 08) dice: “Che sia potere politico, mediatico, economico, il problema è sempre lo stesso: l’esasperazione dell’Ego che può portare alla disperazione, alla distruzione. E non riguarda solo gli attori, come recentemente Philip Seymour Hoffman e Robin William, ma anche banchieri, politici, giornalisti e altri ancora: il suicidio, purtroppo, è un’opzione.” Inarritu parla del suo film e io non posso permettermi di contraddirlo sullo specifico, ma non credo, mi permetto di non credere che per Manrico e per altri, ricordo Gigi Pistilli, Giampiero Bianchi, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, si sia trattato di esasperazione dell’Ego, ma forse di una più comune fatica di vivere che li accomuna alla disperazione di tanti, di ogni mestiere e disoccupazione. Desidererei sperare che non debba seguirne una lunga inarrestabile serie. Viviamo un tempo di cambiamento, di rivoluzione di regole e condizioni non necessariamente migliorativi. Un tempo di preguerra. Constato la difficoltà di vivere di tantissimi e questa difficoltà trasformarsi in malattia di vivere. Non un muro da sfondare, non una quarta parete da varcare, ma una barriera non altrimenti affrontabile se non con un gesto estremo. Desidero pensare che almeno per un attimo, quel tempo dilatatatissimo che la letteratura narra possa seguire il gesto e precedere la fine; una volta compiuto il suo gesto, prima che se ne realizzassero le conseguenze, Manrico, abbia potuto godere di una serenità nuova per traghettarsi di sua volontà con il gesto ormai compiuto e ormai irreversibile. Una serenità che spero lo accompagni per sempre. Se c’è un sempre.

Francesco Apolloni gli ha dedicato alcuni magnifici versi di Amleto, a me sembra che anche questi celeberrimi gli siano dovuti:

”                                                        Morire, dormire

Nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine

Al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

Di cui è erede la carne: è una conclusione

Da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo.

Quali sogni potranno assalirci in questo sonno di morte

Quando ci saremo scrollati di dosso questa spoglia mortale

Deve farci esitare. E’ questo lo scrupolo

Che dà alla sventura una vita così lunga”

 

Manrico non ha avuto scrupolo.

P.S. perdonami se mi sono permesso di scriverti.

Attori che scrivono libri, 6° (sarebbe il 7°, ma il primo non l’ho numerato).

Amo la Memoria degli attori. Le loro Memorie.

Il primo, per me, fu Carlo Goldoni. Le sue Memorie, un libro straordinario. Sì, Goldoni era anche attore e avvocato, non solo il grande drammaturgo che conosciamo o dovremmo conoscere, se alle medie e al liceo non ce lo avessero fatto odiare. Per fortuna ho avuto modo di vedere suoi testi messi in scena da Giorgio Strehler, da Luca Ronconi, da Ugo Gregoretti (con Proietti appunto) e io stesso desidererei metterne in scena uno, non dico quale, con una compagnia di vecchi attori, cioè miei coetanei, ma questa è un’altra storia. A Goldoni dobbiamo anche l’invenzione del diritto d’autore, del resto come già detto era anche avvocato, oggi esteso anche alla nostra immagine rivenduta nei programmi televisivi, un diritto che se ci arrivasse puntuale permetterebbe a chi, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente lavora meno o non più, di stare un po’ meno male. Ma anche questa è un’altra storia.

Goldoni andava da Chioggia a Venezia con un barcone a vela latina, navigava con i suoi bauli e le carte di credito, sì, esistevano anche allora, ma non c’erano i bancomat e per scontarle ci volevano anche settimane di attesa per essere ricevuti dal direttore di banca locale. Scriveva con pennino e calamaio, al freddo, per Teatri freddi, eppure ci fu un anno in cui scrisse ben 16 commedie, tra le quali alcuni capolavori. Finì la sua vita in Francia. Le sue monumentali Memorie le scrisse in francese, infatti. Fuga di cervelli allora come oggi.

Sono costretto a ripetere, sebbene i miei pochissimi lettori già lo sappiano, semmai ce ne fosse uno nuovo, che io non sono un giornalista, non sono un critico, meno che mai letterario e questa non è una recensione, ma solo il piacere di rimanere a pensare al bel libro appena letto e alle sue conseguenze.

Proietti ha navigato e naviga ogni esperienza di Teatro con le vele piene di vento. E qui ce lo racconta, il Teatro.

Così come Carlo Goldoni, Antonin Artaud e tanti altri con le loro opere disegnano il rigore di una vita dedicata al Teatro, anche Proietti con queste sue Memorie dà una lezione di rigore, raccontando con entusiasmo il mare da lui percorso, dalle prime esperienze come musicista e cantante, al Teatro universitario, dalle compagnie di giro al one man show, la televisione, il cinema e il doppiaggio, fino alle più recenti, attraverso ogni genere di spettacolo. Quello su cui le generazioni successive si sono formate, hanno magari sfiorato e ora è completamente cambiato.

Il mondo dei musicisti di night club e di locali da ballo nel quale Proietti ha cominciato ad esibirsi, non lo conosco che pochissimo, direi più che altro dai suoi racconti entusiasmanti e divertenti.

Quello del Teatro lo conosco decisamente meglio, ma mai abbastanza.

La mia frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica coincise con l’apertura della sua mitica scuola al Teatro Brancaccio. Così che tutti noi allievi di recitazione dell’una e dell’altra scuola, noi un po’ più seriosi, loro divertentissimi, ci incontravamo e passavamo le sere e le notti insieme, proprio con quasi tutti coloro i quali lui cita nel suo bel libro. Certo parlavamo di quel che studiavamo, confrontavamo metodi ed esperienze, ma soprattutto facevamo un sacco di cagnara, sfogavamo in strada, magari davanti a quei buonissimi e dannosi cornetti caldi notturni che allora andavano tanto di moda, quello che ancora non ci era dato di sfogare in palcoscenico. Si andava a vedere gli uni gli spettacoli degli altri e poi si faceva baldoria, dopo esserci congratulati per le belle cose cui avevamo assistito (non sempre, sigh!), discutendo del bene e del male, della messa in scena e della recitazione, lodando e criticando, parlando e straparlando di recitazione, scene, costumi, regia, luci, cose di cui capivamo abbastanza poco, ma che cominciavamo a conoscere, affermando verità crollabilissime e bugie perfette, indossando quella che chiamavamo la necessaria faccia di tolla. Non si esitava ad andare da una città all’altra in una specie di tournée preparatoria al futuro cui aspiravamo, per vedere un amico già diventato attore che lavorava magari proprio con lui, per conoscerlo, per farsi vedere. Fu così per esempio per il Bugiardo di Goldoni con la regia di Ugo Gregoretti e Gigi Proietti protagonista che andai a vedere a Genova. In questo modo studiando e imparando la vita del Teatro e dello Spettacolo, dentro e fuori il palcoscenico.

Nel suo racconto di una vita di spettacolo, non una biografia, ma “quattro chiacchiere sul passato”, non c’è un milligrammo di autocommiserazione, di insistenza sulle difficoltà, ma solo quell’entusiasmo per la sua Arte che vediamo sgorgare come una sorgente fresca in ogni sua interpretazione, ma anche semplicemente la mattina quando arriva sul set sfoggiando un sorriso e una battuta che alleggerisce il lavoro e rallegra.

Le fasi della sua esperienza sono talmente tante che è difficile citarle tutte, dal CUT con Giancarlo Cobelli al gruppo 101 con Antonio Calenda, da Roberto Lerici a Ugo Gregoretti, passando per i più grandi registi che tutti abbiamo amato e amiamo come Scola e Fellini, Altman. Ma anche Sergio Citti, mai abbastanza lodato, un genio del cinema che aveva ricevuto l’arte dalle mani di Pasolini e ce l’ha restituita in una cinematografia personalissima, con capolavori indimenticabili, come Casotto che Proietti cita, rievocando l’irresistibile scena dei piedi “zozzi” per le scarpe che stingevano. Proietti, concludendo il suo libro, dice che vorrebbe ancora fare uno spettacolo intitolato “Cartoni animati”, incentrato sui barboni. Colgo io la coincidenza, quello fu anche il titolo di un film di Citti che purtroppo nessuno o pochissimi videro. Ne chiesi notizia a Ninetto Davoli quando anni fa ebbi il piacere di lavorare con lui, mi disse che evidentemente non era venuto bene o non ne era stato soddisfatto lo stesso Sergio Citti. Auguro a Proietti miglior fortuna.

Proietti rievoca la mirabile stagione del Teatro Tenda di Molfese. Anni indimenticabili, entravamo gratis con la tessera dell’Accademia o invitati da amici. Lì ho visto grandi attori, Proietti appunto, Vittorio Gassman all’asta, Eduardo De Filippo, Jango Edwards, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il famoso Masaniello di Armando Pugliese con Mariano Rigillo e Lina Sastri. Il Teatro insomma.

I miei personali ricordi poco hanno a che fare con le intensissime avventure teatrali di Gigi Proietti, ma lui me li ha evocati con le sue Memorie. L’unicità della sua storia artistica diventa universale quando ce la racconta e ci fa sognare almeno una piccola identificazione con lui. Difficilissimo riassumere il suo libro, composto di mille e mille citazioni, occasioni, avventure teatrali. Ne cito una per tutte, tra le più recenti, l’avventura del Globe Theatre, costruito dalla famiglia Toti da un’idea, dal desiderio di Proietti che ci fosse magari anche un piccolo palcoscenico all’aperto, a Villa Borghese, per fare spettacoli estivi e che è diventato quel magnifico Teatro, luogo di riferimento a vocazione strettamente shakespeariana, sempre esaurito in ogni ordine di posti.  Il libro è da leggere per intero, con la voracità che lui ha messo e mette nella sua Arte, per provare a saziarsene ben sapendo che è impossibile. Il Teatro dal vivo, ma anche raccontato, specie se da lui, è cosa che più ne mangi, più ne respiri e più ne mangeresti e respireresti, comunque vi si assista, sia in scena (preferibilmente), sia in platea, specialmente davanti a quella carica vitale che lui mette in ogni suo “gesto” artistico, sia esso una canzone, uno spettacolo, un aneddoto, una barzelletta, una storia. Guardate e ascoltatene una, http://www.youtube.com/watch?v=qYY4HERByd8, “Il cavaliere bianco e il cavaliere nero”.

Incontrai una prima volta Gigi Proietti appena diplomato all’Accademia. Per guadagnare, ma soprattutto per stare in Teatro, quell’estate lavoravo come aiuto coreografo di Lydia Biondi per le Nuvole di Aristofane che stava mettendo in scena il grande Tino Buazzelli. Proietti mi ricevette in un piccolo studio al Teatro Brancaccio. Cercava un giovane attore, non so come o chi gli avesse fatto il mio nome. In quell’occasione, ahimè, dissi una di quelle mie scemenze poco meditate e che non ripeto, perché ancora me ne vergogno e non so come possa allora essermi venuta in mente, ma ricordo la sua espressione esterrefatta, così che tutto finì lì.

Ho avuto per fortuna l’occasione di rincontrarlo proprio qualche mese fa per un ruolo in una serie televisiva, per la regia di Luca Manfredi, di cui lui è protagonista. Già la scorsa estate al provino su parte, quando Pino Pellegrino, il casting, mi disse che si trattava di una serie con lui, impallidii per il timore di lavorarci, il timore del confronto. Feci in modo di non pensarci, il provino andò bene e mi scritturarono. E, desidero dirlo, in un cast completamente composto da Attori di provata esperienza teatrale, cosa rara e bellissima. Ho letto il copione ed ho ricominciato a tremare. Finalmente un personaggio diverso dai miei “cattivi” che pure amo molto, per una volta un personaggio sfortunato, incompreso e offeso, però in una delle scene con Proietti c’era una mia battuta che avrebbe potuto trasformare la situazione da tragica in comica. Mi sono detto, e se gli autori non mi autorizzassero a cambiarla? e se Proietti non volesse cambiarla e se ne approfittasse con la sua celeberrima ironia, io e il mio personaggio che fine faremmo? Non avevo fatto i conti con il suo genio e la sua delicatezza, quella delicatezza che hanno solo coloro che testimoniano rispetto assoluto per il mestiere e la condizione dell’attore con il quale si trovano a lavorare. Lui certo non aveva bisogno di quella battuta per prendersi la scena, l’abbiamo leggermente variata e abbiamo lavorato benissimo insieme. Un’ulteriore lezione di sensibilità per l’arte della recitazione e per i colleghi, di cui gli sono grato.

Insomma, caro Gigi (mi hai autorizzato tu a darti del “tu”, semplicemente girandoti a guardare chi altro ci fosse intorno, ogni volta che io rivolgendomi a te dicevo “lei” e tu “ma chi è ‘sta lei?”), del tuo libro ho detto ben poco, ma me lo sono proprio gustato.

Grazie Gigi, per la tua Memoria, ricordi tutto, proprio tutto e grazie per la tua Arte.

 

“Tutto sommato – qualcosa mi ricordo” di Gigi Proietti, Rizzoli editore, 241 pagine di insuperabile memoria, € 19,50 ottimamente spesi.

da tempo devo qualche spiegazione, sempre che interessi qualcuno.

In una breve pausa della tournée, avevo scritto:

Il ritorno a Roma è bello. Rivedere la mia città adorata con la speranza che qualcosa sia migliorata e ritrovarla lercia e confusa, trasforma subito la speranza in delusione.

Tornare anche per pochi giorni mi provoca un’ansia che mi pervade nel corpo e nell’anima. Questo breve soggiorno è la prova generale di quel che sarà tra un mese al ritorno definitivo. La fine di quel tempo sospeso che è la tournée. Viaggiare, recitare, sono la normalità che mi sottrae ai doveri quotidiani, non li rallenta come quando prendo l’autobus per tornare a casa, li sospende. 

In viaggio sembra tutto possibile, incontri, ristoranti, alberghi, quasi una vita di lusso, anzi paragonata alla vita di tantissimi altri è un lusso incalcolabile. Ma l’incertezza del futuro, dopo una parentesi di sospensione, mi ripiomba nell’ansia, forse angoscia.”

Poi:

Dante non si occuperebbe di me, semmai mi metterebbe all’inferno nel girone aggiunto dei fortunati. Dei fortunati che non hanno saputo far profitto della propria fortuna, dei doni ricevuti. Sì, sono fortunato. Vengo da due mesi di tournée teatrale e ripartirò per altri 10 giorni fra una settimana. In un periodo in cui va male per tutti, in cui chi aveva risparmi gli ha dato fondo, in un periodo in cui tanti miei colleghi se ne stanno tutt’altro che spensieratamente a casa ed altri sono tornati addirittura al paese d’origine. In un periodo in cui le proposte di lavoro prevedono indecorosamente e senza alcun ritegno né vergogna, la gratuità della prestazione d’opera, come investimento personale, anche lunghissimo e duro, quando invece dovrebbe essere il contrario, proprio perché l’economia non gira, ancor più di prima si dovrebbe pretendere un compenso per la propria attività. In un periodo così disastrato politicamente economicamente moralmente, chi come me ha avuto la fortuna di lavorare in un grande spettacolo, altamente professionale, commerciale, nei più grandi Teatri italiani, con un vasto pubblico plaudente e divertitissimo, non può, non posso io, che ringraziare il produttore e il culo che si è fatto per rendere possibile questo nuovo giro d’Italia al solo scopo di far lavorare 8 attori e 4 tecnici più i trasportatori e i Teatri e, speriamo, divertire il pubblico. In questo tempo sospeso durante il quale si naviga numerose volte da est a ovest, da ovest a est, disperandosi che non si riescano ad ottimizzare i percorsi per ragioni di date stabilite da numerose altre compagnie e dai Teatri, nonostante l’informatica che potrebbe permettercelo; navigando da nord a sud e viceversa, si percorre quel mondo che i miei genitori solo in parte visitarono per il loro viaggio di nozze e dove altrimenti noi non saremmo mai approdati. Si vedono città e paesi dotati di monumenti incantevoli, capolavori della pittura e della scultura, chiese normanne, barocche, bizantine, romaniche, gotiche, musei o anche semplici strade, spesso così pulite da far disprezzare il ricordo del proprio quartiere smerdato, altre volte talmente disperanti da far rimpiangere la sozzura di questa Roma devastata dai politici e dalla cacca. In questo tempo sospeso in cui non si vede la televisione, si mangia il più delle volte negli autogrill, si litiga, si fa pace, si sperimentano le varie tecnologie possedute da ciascuno, si ripetono le domande: meglio Apple o Android? IPhone o Galaxy? dove svoltare a destra o sinistra (nel senso proprio della strada)? come si interpreta il navigatore, o le mappe, o i Tom Tom? Ma come facevamo a viaggiare 30 anni fa senza tutte queste guide GPS? Ci si fermava semplicemente a chiedere informazioni. Partiti magari da Milano e chiusa la portiera sull’accento meneghino, a volte non si resisteva e si scoppiava a ridere in faccia al mal capitato fornitore di indicazioni, per l’accento bizzarro di Livorno o al calabrese stretto di C(h)at(h)anz(h)ar(h)o aspirato come quello fiorentino, o al veneto cantalenato delle Baruffe. Si viaggiava e si benediceva il cielo, non il contrario, sì, eravamo noi a benedirlo, di averci concesso 6 mesi di tournée, diventati poi 4, ora 2. Si abitava privilegiatissimi in alberghi a 4 stelle, poi 3, poi 2 poi B&B non sempre decenti, qualcuno da un affittacamere, retrocedendo nelle ambizioni e nelle speranze, ma felici la sera in palcoscenico per 2 ore e mezza di spettacolo, più la celebre mezzora, intesa come 35 minuti prima dell’orario di manifesto, prima dei quali è obbligatorio trovarsi in Teatro e darne segno al direttore di scena, poi lo smontaggio, noi attori del semplice camerino, i tecnici dell’intera monumentale scena che deve subito ripartire per la città successiva per essere in un nuovo Teatro almeno alle 8 di mattina per cominciare il nuovo montaggio. Fatiche diverse, ma benedette, benedette in tempo di vacche grasse, ora ancor più benedette da noi pochi fortunati che ne godiamo.

In questo tempo sospeso in cui si traversa in lungo e in largo il nostro bellissimo e disastrato paese c’è chi come il produttore, l’organizzatore, il regista lavorano dall’alba all’allargamento della tournée, al recupero dei compensi che i Teatri dovrebbero già aver pagato dall’anno scorso e che invece latitano, alla costruzione di nuove occasioni e nuovi spettacoli, c’è chi intrattiene rapporti e relazioni che tornino negli anni a venire, c’è chi dorme fino a mezzogiorno, l’ultimo momento utile per lasciare l’albergo, oggi chissà perché anticipato alle 10, c’è chi appunto lava e stira i costumi perché siano pronti la sera per il nuovo spettacolo, c’è chi si porta altro lavoro da svolgere al computer per arrotondare la paga insufficiente, c’è chi prepara gli esami per l’università, c’è chi si fidanza dentro e fuori la compagnia, c’è chi prenota gli alberghi per tutti o i B&B e, pur generoso, si becca i rimproveri di tutti gli altri ai quali non va mai bene niente, ma la sera in palcoscenico, questo spettacolo sospeso nella realtà, come al binario 9 e 3/4 del maghetto, va in scena. A volte il pubblico numeroso ed entusiasta ripaga tutti delle fatiche e aggiunge gioia alla nostra fortuna di essere in scena, altre volte mi viene anche il dubbio che non capiscano la pur semplicissima trama. Fare una commedia che dovrebbe far ridere e non beccare la risata di comprensione, può avvilire l’attore (io) fino a fargli pensare che non sia più il suo lavoro. Il pubblico è diverso l’uno dall’altro, di città in città, di sera in sera, certo, ma se non ridono lì dove ce lo aspetteremmo la colpa è solo dell’attore, mia. Anche di altri magari che pur di beccare una risata esagerano il personaggio verso strade ad esso estranee, parlo di un mio partner diretto che mi lascia tutte le sere basito costringendomi ad una pausa di “vergogna” che diventa drammaturgia e che moltiplica il piacere del pubblico, ma io so che non è quello il personaggio e so che il mio collega vuole solo prendersi la soddisfazione di far ridere il pubblico con una battuta che anche detta male farebbe ridere lo stesso ed appunto, pronunciandola malissimo ed esageratamente o anche benissimo, ma come prelevata da un altro spettacolo, un altro personaggio, ottiene il suo onanistico compenso. Ma gli voglio bene lo stesso e so che la mia pausa di stupore per il lavoro del mio collega viene interpretata dal pubblico per una pausa di stupore del personaggio. Tutto torna. Il pubblico ride, talvolta applaude. E lo spettacolo va avanti.

E quando si intuisce in quinta un tecnico o un collega o addirittura il capocomico, forse anche un pompiere (per l’unica sera, lui) addetto alla sicurezza del Teatro, che ancora ride, magari un po’ meno di cento repliche fa, ma pur sempre ancora, alla mia, alla nostra scena, è gioia e piacere fisico insieme.

In questo tempo sospeso che è donato a noi attori fortunati che lo possiamo trascorrere in scena, corrisponde un tempo che ci verrà restituito. Disse un regista cui devo molto, che gli attori vivono più degli altri comuni mortali perché appunto il tempo trascorso in scena è un tempo sospeso che cumulato gli verrà restituito. Purtroppo non è vero, e poi ormai trascorriamo troppo poco tempo in scena, ma quella sospensione del tempo di scena anzi, duplica, intensifica la nostra vita che viviamo da esseri umani e da personaggi strappati alla carta, non ci toglie nulla, anzi ci arricchisce, ci esalta, ciascuno a proprio modo, esalta anche le anime e le tensioni negli scontri di scuole di recitazione diverse o diversissime, o peggio, ma magnifico, negli scontri di vuoti di memoria, tensioni interpretative, voglia di improvvisazione. In questo tempo sospeso, solo io non faccio nulla. Non gioco a Ruzzle, non ne sono capace, ma imparerò, non navigo in internet, mi poggio in macchina come un pacco, qui e là mi agito un po’, cerco di avviare qualche discorso di Teatro, ascolto quel che gli altri dicono, non siamo mai d’accordo, ma troviamo una sintesi, sempre, all’autogrill. Scarichiamo le nostre tensioni ed insoddisfazioni prendendocela con uno o l’altro dei nostri colleghi, non sempre assenti, talvolta col capocomico, tal altra con uno degli interpreti, mai con noi stessi.

In questo tempo sospeso mi capita di non far niente. Lusso, sfrenato e peccaminoso. Anche in alcune città che amo, ho passeggiato pochissimo, ho guardato i monumenti solo da fuori. Mi sono fermato a lungo solo davanti a Giorgione.

Sono stato alla finestra.

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando sono alla finestra sto lavorando?” pare si sia chiesto Jean Claude Carrière, magnifico sceneggiatore e collaboratore di Luis Buñuel.

Ma io, sto lavorando?

Io che scrivo moltissimo, che dico mi basti un tavolinetto su cui poggiare il computer, io che non vivo senza scrivere, non ho scritto che pochissimo. Perché?

E’ il tempo sospeso della scrittura, forse, specchio, copia, di quello sospeso della tournée. Senso intimo del viaggio. Stare in finestra, può essere anche una lezione.

Odio quelli che dicono che il nostro lavoro non sia un lavoro. Sì, è infinitamente più bello di qualsiasi altro, se poi lo si paragona ad altri lavori come la miniera, è chiaro, si rimane in silenzio. Ma è un lavoro. Tanto più bello tanto più rigore vi si applichi. Purtroppo non succede più come tanti anni fa che pur viaggiando ed avendo poco tempo a disposizione, pur dovendo replicare uno spettacolo la sera, il pomeriggio lo si dedicasse a provarne un altro che ci avrebbe tenuto in giro per altri 3 o 4 mesi. I Teatri chiudono, ahinoi. Ma è pur sempre nella sua sontuosa, maestosa ruvidezza, inconsistenza, mutabilità, un lavoro e un lavoro da privilegiati, sebbene di questo privilegio spesso godano persone, parenti, amici, amanti che non se lo meriterebbero (soprattutto in TV e un poco al Cinema, in Teatro è più dura far passare un raccomandato). E’ un lavoro e come tale deve essere retribuito. Ed anche di questo ringrazio la puntualità del mio produttore. So che molti altri non hanno né praticano lo stesso rispetto per i compagni di strada.

In questo tempo sospeso penso a quei miei colleghi anche più bravi di me che vedono invece sospesa la loro arte. Dubitano di sé, s’incancreniscono nel dolore, qualcuno reagisce, altri cercano altri lavori. Ma se lavoro non c’è come si può trovarne più d’uno. Alcuni ahimè, ahiloro, ahinoi, abbandonano.

Penso ad alcuni miei colleghi meritevolissimi e mi danno l’anima.

Il tempo sospeso della tournée, della scena, è il luogo della nostra vita.

Lo uso, non lo uso, non so. Lo vivo. E ringrazio.

P.S. Cito, non autorizzato e spero non me ne voglia, dal bellissimo blog “Lettere agli Amanti” di Lorenzo Gioielli, una parte del suo articolo del 23 Febbraio, dedicato a Barbara, la moglie di Giampiero Ingrassia, morta improvvisamente:

“Vorrei fargli sentire (a Giampiero) quello che ho sempre saputo e che lui ha confermato parlando della moglie in quell’occasione di stupefacente affetto che è stato il funerale di Barbara: che è un uomo con alcuni difetti e tanti pregi, in testa ai quali brilla la lieve profondità della nostra razza, la razza dei comici alla quale sono fiero di appartenere. Gente che sorride anche quanto sta cadendo tutto intorno, che rimane dritta quando non ci sarebbe altra possibilità che accasciarsi e singhiozzare. Gente che vive tutto fino in fondo e che se anche ha paura non lo dà a vedere, perché non è di buon gusto. Gente che conosce il mondo anche se dal mondo non è riconosciuta come la sua parte migliore.”

Ecco, io non sorrido più. Io ho paura. E ahimè, lo do a vedere. E questo mi mette fuori dalla razza dei comici cui volli appartenere. Mi mette dalla parte di quei comici che si disperano. Senza vergogna.

Con la speranza che tornino in scena.

P.P.S. Il mio lettore privilegiato mi suggerisce di sorridere, di indossare la maschera. Tranquillo, non me la sono mai tolta, se piango, mi dispero, temo, tremo, ho paura, avviene tutto sotto la maschera sorridente della leggerezza di scena, commedia o tragedia che sia. Ci si sfila la parrucca, ci si asciugano i capelli appiccicati, si sistema la maschera sulla sua testa di polistirolo e la si affida ad un altro viaggio.

Sì, la grandezza è nel non darlo a vedere. E se accade, lo si attribuisce al personaggio. E’ lecito.

P.P.P.S. No, in questo tempo sospeso della tournée, io non so scrivere. Io non so scrivere. Io non so scrivere in un luogo segreto, in un luogo riservato, in un castello incantato, in un eremo di montagna, in una villa hollywoodiana, questi fanno parte del tempo sognato e non necessario. Io ho bisogno del casino di casa mia, dei salti del mio cane, ho bisogno di dimenticare la caffettiera carbonizzarsi quotidianamente sul fuoco, ho bisogno di uno spazio rubato ai doveri (dio quante volte ricorre questa parola, doveri), ho bisogno del mio tavolo sul quale non c’è più spazio nemmeno per poggiar le braccia. Ho bisogno di un tempo confuso e sospeso nel quale guardare dalla finestra. Poi tornare. A scrivere. A sognare. Il tempo sospeso dell’eremo sul mare dal quale guardare al Teatro in tempesta. Il tempo sospeso dello spettacolo.

Del Teatro.

Due

28 Gennaio 2013

Mi alzo dalla scrivania sulla quale non sono seduto, mi alzo dalla sedia alla scrivania sulla quale sono seduto, sono stufo di aspettare e-mail, sempre troppe e spesso poco utili, mai utili, spesso poco interessanti, un ingombro di cui liberarsi al più presto senza nemmeno leggerle. Devo decidermi a cliccare “non voglio più ricevere ecc. ecc.”, ma anche questo non mi va, mi fa fatica. Due ecc. Perché sempre due? Sono stufo di aspettare un’occasione di interesse, magari due. Non l’ho mai fatto, non ho mai atteso nulla, o forse sì, ma solo un paio di volte, ho sempre cercato di procurarmi da solo interesse e cose da fare, lavoro, lavori, magari due. Mi alzo dalla scrivania e son già due volte, mi gingillo per la casa, fa un freddo bestia, faccio due passi, do due carezze al mio cane, preparo il pranzo per due, leggo due righe, cancello due pagine, mi risiedo, controllo la posta, due e-mail da gettare, controllo FB, due lettere F e B, due post da evitare che non vale la pena nemmeno leggere. Due pensieri di noia per due pensieri di due filosofi della domenica che invadono FB (due lettere) anche se oggi è mercoledì, filosofi della domenica come io lo sono sul mio blog, ci penso un paio di minuti e penso che ai miei due blog per andarci lo si deve scegliere, non li impongo su una schermata a caso di FB, due lettere F e B. Ci aspettano, ma ormai sono passate, due settimane di vacanze, due settimane di vacanze da che? “ci” chi? noi due, un io come sono e un altro io, quello che vorrei essere. Mi alzo due volte dalla scrivania, due passi per la stanza, due carezze al cane, il pranzo per due, apparecchio per due, due forchette e due coltelli a circondare due piatti, mi risiedo e mi rialzo, cerando un’occasione spaiata. Tutto come un binario che da solo è due, infatti si dice binari e se si dice binario se ne intendono comunque due, mi gingillo ancora due minuti e mi metto ad aspettare l’evento. Anche due eventi, perché no. La cosa più improbabile che succederà sarà che calerà la notte, ma sono solo le 10, le dieci e dieci. Di mattina, di queste due mattine, una di sole e una orrenda, la stessa, ma fredda, umida, due aggettivi. Strana giornata, sembra già vista, ha anch’essa il suo doppio. Non c’è un dispari, anche questa parola la scrivo due volte, dispari. Vorrei una vita spaiata. Come una calza. La calza della befana, così si riappaia anche la calza. Non c’è verso, un’andata e un ritorno. Tutto pari. Tranne i conti.

E sono solo. Anche l’altro me stesso, quello che ancora spera e combatte (due verbi, mannaggia ancora due) se ne è andato.

 

P.S. scritto durante le vacanze di Natale, ma oggi più adeguato.

Attori che scrivono libri. Capitolo 4° (sarebbe il 5°, ma il primo non l’ho numerato).

59 minuti. Più uno all’inizio ed un altro alla fine che ci indirizzano, si collegano, ci invitano per necessità alla lettura.

Una corsa da lasciare senza fiato. Eppure mi sembra di capire che una speranza alla fine ci sia. Ma non credo che conti. Dipende dall’anima con la quale si legge o quella che il libro scatena. La mia è affranta. Confortata solo dalla grande qualità della scrittura, a mio parere. La trama conta forse in ogni cosa, ma credo che conti infinitamente di più il modo in cui le cose si raccontino. Lì, è la differenza tra ciò che piace e ciò che turba, ciò che cambia i nostri sensi anche se solo per 59 minuti.

Sono venuto a sapere di questo libro con 7 anni di ritardo dalla sua uscita, pochi giorni fa per una nota appassionata dello stesso autore in memoria della qualità di donna e attrice che è stata Mariangela Melato.

L’ho cercato in libreria, presso l’editore ed in internet. Niente. L’editore che pure mi dicono essere un’ottima persona, come è tradizione degli editori non ha nemmeno risposto alla mia e-mail.

Ho scritto all’autore che me ne ha voluto regalare la copia che io avrei voluto pagare.

Un privilegio conoscere questo autore/attore/drammaturgo.

Generoso come in scena, come sulla pagina, come nella vita.

Conoscere l’autore di un libro che è piaciuto è un guaio, mi verrebbe voglia per esempio di chiedergli quanto sia autobiografico, ma poi ci penso e conosco la risposta. Certo che lo è, anche se spero che non lo sia. Lo è perché è passata per la sua mente questa storia drammatica, raccontata, meditata, sviluppata nell’arco di un’ora e tre vite. Non lo è e non vorrei che lo fosse, perché troppo dura, troppo tragica, troppo fluida, troppo dentro e fuori il mondo di un’infanzia perduta in un volo per toccare le stelle; in un altro volo per seguire il primo e ancora in uno schianto automobilistico inevitabile. Quindi il coma da cui l’autore ci parla. Non lo è, mi ostino a pensarlo, perché per fortuna conosco la moglie e credo che abbiano 2 bambini. Non gliel’ho chiesto, se hanno bambini, per non dover eventualmente rispondere ad analoga domanda. Con gran perdita di dolore e di gioie.

Ma poi che domanda è la mia? che vergogna. E’ una sorta di prurigine invereconda che vorrebbe investigare il privato di questo autore. No. Che brutta cosa mi è venuta in mente. Ma mi rinfranco sapendo di aver corso con le sue parole una corsa che lascia senza fiato, scritta in un sogno, tra giochi e pupazzi di bambini e responsabilità di adulti.

Tutto ciò che un autore scrive è autobiografico per il solo fatto che lo ha pensato. Ergo/

Non so chi scandisca il tempo, perché il flusso è continuo, forse una macchina cui il narratore è collegato. Che ansia! Ancora una volta però offre riparo alla mia anima in pericolo di lettore, la narrazione pura, perché di questo si tratta, che ci trascina via e dentro, ad un tempo, nella storia e nelle tragedie di un tempo fermo a 2 anni 3 mesi e 21 giorni. Il tempo degli adulti circonda l’altro dell’infanzia. Quante volte scrivo “tempo”. Il tempo, ancora e sempre il tempo come i 59 minuti. Il tempo. Scandito. Ritmato. Cantato. In un canto di dolore.

Un monologo feroce e delicato, delicatissimo, che si scioglie per nostra fortuna nelle due ultime parole del bellissimo libro.

Mi ostino a pensare che non ci sia autore migliore di chi è attore, non tutti magari, ma alcuni sì, di sicuro.

“Cinquantanove minuti” di Lorenzo Gioielli, Michele Di Salvo Editore, 93 pagine, € 9,50.

Il provino

14 Gennaio 2013

Durante queste settimane di vacanze natalizie, non ho scritto, o meglio non ho pubblicato, ma un po’ scritto sì, perché ho preparato un provino per un regista straniero, famosissimo e bravissimo, di cui amo l’esperienza e il temperamento così diversi dai nostri italiani che però lui conosce assai bene.

Non c’è spazio per nient’altro nella mia mente quando lavoro per o in Teatro.

La costruzione di un personaggio occupa tutta la mia mente, il mio corpo, il mio tempo, il mio respiro, i miei sogni, il mio sonno che si fa veglia.

Immagino dipenda dal metodo, non l’unico che uso, ma il principale, quello che ora mi è dentro come il respiro. Il metodo “costiano”, detto “mimesico”. L’elaborazione emotiva ma anche razionale e certamente fisica della combinazione dei quattro elementi che compongono la vita, che ne sono alle fondamenta, della vita e della vita dei personaggi, della vita della drammaturgia: Acqua Aria Terra Fuoco. Dalle loro proporzioni, presenze o assenze, vive il personaggio e la Tragedia come la Commedia. Da quell’elaborazione scaturisce fisicamente la parola così come si è costruita nei millenni dal grugnito al suo senso odierno, univoco o ambiguo che sia. Ci vorrebbero migliaia di pagine o anche poche lezioni pratiche, ma ci sono molte persone che saprebbero spiegare questo metodo meglio di me. Io quel metodo ce l’ho dentro e lo uso ed elaboro così come respiro. Anche il respiro per quanto involontario sia, lo posso modificare. Così, alchemicamente, combino quegli elementi che il mio adorato Maestro Orazio Costa Giovangigli mi fece scoprire in tutta la loro magia.

Sì, a 57 anni suonati, quasi 58, mi capita ancora di fare provini con monologo e poesia, come a 15 anni, come a 20. Mi dispiaccio un po’, ma non me ne vergogno davvero.

Il provino generico ha i suoi meriti, ma è una gran rottura di palle, il provino su parte è invece molto interessante.

Ho voluto preparare una cosa nuovissima per me. Un monologo di 12 minuti, sintesi del prologo del testo che quel regista metterà in scena, interpretando 3 personaggi diversissimi tra loro, ma che dialogano in modo serrato.

Un Ubriaco dalla mente assai vaga, un Signore cinico e spietato, direi pre-freudiano o, trattandosi di drammaturgia, potrei dire pre-schnitzleriano per il gioco onirico in cui versa la propria ferocia, e un giovane Paggio nel ruolo finto di donna bellissima. Un lavoro quindi di scrittura, riduzione, adattamento e interpretazione. In una parola, Studio.

Del monologo, come avrei dovuto prevedere, ne ho recitato solo un pezzetto, poi abbiamo lavorato su uno dei personaggi: un grandissimo piacere.

Non so che cosa potrà sortire da quest’incontro, se ci sarà o meno un contratto, ma sono felice di aver dedicato tutta la mia mente e il mio corpo in questi giorni di ferie alla preparazione di quell’incontro.

Ho piacere di sottolineare che il concorso per l’accesso a questa selezione che si svolgerà credo per 3 livelli (accesso, selezione e verifica) è stato diffuso con bando pubblico nazionale. A quanto mi risulta un’occasione rara in Italia. Io ne sono venuto a conoscenza 48 ore prima della scadenza, per colpa mia, i bandi pubblici bisogna cercarseli.

Ecco perché non ho pubblicato nulla, ma ora ricomincio con qualche altro esperimento di scrittura. Critiche e consigli mi saranno graditissimi.

Viva il Teatro.

456. Spettacolo teatrale

18 Dicembre 2012

Testo e regia di Mattia Torre, con Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino e Michele Nani.

Scene Francesco Ghisu, luci Luca Barbati, aiuto regia Francesca Rocca, costumi Mimma Montorselli, assistente ai movimenti scenici Alberto Bellandi.

456 è uno spettacolo da non perdere.

Primo motivo fra i tanti, la lingua.

Dico lingua e non linguaggio, perché il Teatro ha una sua lingua sempre nuova, per la parte vocale sicuramente presa in prestito dall’italiano (o da quella locale), ma arricchita di tutti gli elementi che fanno del Teatro il Teatro.

Qui, in questo pregevole spettacolo anche la lingua è inventata, mutuata da alcuni dialetti meridionali e arricchita ulteriormente da tante invenzioni che fanno godere l’anima quando si scopre che le si capiscono, le si interpretano, non suonano strane, né sbagliate, sono le parole necessarie a quel piccolo popolo formato da 4 personaggi, nel quale vediamo tanti vizi e poche virtù dell’intero nostro popolo, quello cui apparteniamo.

Sul palcoscenico magistralmente disegnato dallo scenografo, tra interni ed esterni all’isola domestica lì poggiata, disegnati in modo pregevolissimo dall’autore delle luci; 4 personaggi, interpretati da attori semplicemente meravigliosi, si odiano e si capiscono, si confessano e si mentono, cercando di affermare ciascuno la propria fissazione, in una ridda di angosce l’una dominante sull’altra, in un percorso che tende alla speranza di un “fine vita mai” (non posso rivelare di più) da conservare e assicurare prima di ogni altra cosa al bene della famiglia. Un percorso scandito dal perseverare di riti familiari e familisti, aggressivi e umilianti, ma vincenti di volta in volta gli uni sugli altri. Stemperati solo dall’odio, comune a tutti i personaggi, rivolto all’uccellino dell’orologio a cucù.

Come nelle migliori commedie di fattura raffinatissima, si ride dei mali che appaiono e si rivelano in palcoscenico, sperando che non siano anche i nostri.

Come nelle migliori commedie ridiamo delle tragedie altrui.

Così, la maledizione della malattia istituzionale del Teatro, la catarsi, si verifica ancora una volta a nostra insaputa, lavandoci l’anima e facendoci sentire un poco migliori di quelli.

Resta il dubbio se quei mali non siano invece anche i nostri.

Quando un regista riesce a raggiungere un tale livello con i suoi collaboratori è un regista bravissimo. Mi sarebbe piaciuto assistere al processo di costruzione di quei personaggi, chissà che non ne esista un making of? Abbiamo però lo spettacolo da vedere nel suo rinnovarsi sera per sera.

Dall’11 Dicembre al 6 gennaio al Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma.

Tracce di pensiero

13 Dicembre 2012

Sarà stata la 3° elementare? La prima no di sicuro, la 2° mi sembra un po’ presto, la 4° e la 5° troppo in ritardo. Quel giorno però le maestre ricevevano i genitori. Era una giornata un po’ così, piovigginava, avevo le galosce di plastica nera alte fino al ginocchio che mi inorgoglivano moltissimo, ma mamma appena entrati nell’enorme edificio scolastico, la Guido Alessi, mi obbligò a toglierle facendomi avvilire, le scarpettine di Monte Belluna con il carroarmato sotto di cui posseggo ancora un modello della mia attuale misura, non reggevano il paragone con quegli stivali da cavallerizzo, da domatore di leoni. Ma tant’è, fui costretto a cambiare le scarpe, sennò ti ammali.

Mentre le mamme parlavano con le maestre, una giovane supplente doveva intrattenere la classe, ché i bambini non si facessero male.

Costei pensò bene di raccontarci un giallo fantascientifico.

Io storsi il naso, ne sono sicuro, i gialli non mi piacevano, li leggeva mia madre quando voleva star sola, quindi mi davano una corrispondente sensazione di solitudine e abbandono, poi la grafica di quei libri mi era insopportabile, stampati su due colonne per pagina come la Bibbia, così che arrivato in fondo dovevi ricominciare da capo la stessa pagina, una sensazione di infinito, una tortura, il libro non si consumava mai, o almeno con il doppio del tempo, pensavo, di un libro normale. La fantascienza poi la detestavo, non la capivo, non capivo quelle invenzioni di volare nello spazio, i marziani con le antenne, no, non era roba per me che alla Standa avevo rifiutato un berretto che sosteneva un pirulino sul colmo, piangendo e gridando che mai mai mi sarei messo quel cappello da lunatico.

La maestra supplente cominciò la narrazione, io sempre con il naso storto:

“Un astronauta in volo nello spazio siderale con la sua navicella è stato assalito dai marziani, i quali non parlano, ma sanno leggere nel pensiero. Vogliono rapirlo ed impossessarsi della navicella. Come fare a sfuggire? Uno dei marziani è già a bordo e vuole il comando dell’astronave.” Voi come fareste bambini? Gli do un calcio! Boh! Vado con lui! gli cedo il comando, tanto non la sa guidare! No, bambini, “Il terrestre sa far di meglio, sa che non può tradire le sue intenzioni perché il marziano gliele legge nel pensiero, ma una solo per volta, però. Allora decide di pensare due cose insieme, una di consegnare la navicella spaziale e l’altra di cacciarlo fuori e partire veloce verso la terra.” Eh, ma come fa? gridiamo tutti. “L’astronauta esegue la sua difesa, pensa fermamente di arrendersi in modo che il marziano ci creda e abbassi le difese, ma nello stesso tempo accelera rapidamente, butta fuori il nemico spaziale e scappa. Missione compiuta.” Si può, sì, provate. Ci provo. Penso allo stesso tempo di starmene lì ad ascoltarla e di andarmene. Infatti raggiungo mia madre fuori in corridoio senza che nessuno mi fermi. E’ mia madre però a rimandarmi in classe. Ma ora so che funziona anche se la supplente non può leggermi nel pensiero, forse. Ma mia madre sicuramente sì.

Effettivamente ho sempre pensato che mia madre fosse capace di intuire tutto di me, tranne forse le cose che riuscivo a nasconderle, chissà magari usando proprio il pensiero multiplo. Oppure faceva finta di non averle capite? 

Da allora mi esercito al pensiero doppio, triplo, multiplo insomma, non si sa mai.

Sono infiniti gli esempi sul lavoro dell’attore per i quali si racconta come si possa recitare un monologo impegnativo con efficacia e pensare a dove andare a mangiare la sera, o alla collega in quinta che ci guarda e allora si recita per lei o le si fa l’occhiolino, si pensa allo stesso tempo se la paga arriverà puntuale, se domani si proverà di pomeriggio prima dello spettacolo e quanti chilometri dovremo fare per raggiungere un’altra città, si pensa come ogni sera cambiando teatro, il palcoscenico e gli spazi siano diversi, si pensa a tutto quel che si vuole, in un esercizio di divisione della mente per piste o tracce che procedono parallele, facendo bene attenzione che in primo piano e dominante sia sempre la principale, quella dello spettacolo che si sta facendo. Pur tuttavia, talvolta accade che una pista scivoli nell’altra e allora ci si perde, il meno che possa accadere è di prendere la celebre papera, il peggio che non si sappia più a che punto dello spettacolo si sia o addirittura dove ci si trovi. E allora sono guai.

Ovviamente sarebbe bene che l’attore stesse dentro a ciò che deve fare con la massima concentrazione o rilassamento. Sì, i due termini solo apparentemente opposti, risultano poi dare lo stesso risultato, una totale attenzione a quel che succede in scena per tenere sveglissima e pronta una grande reattività. La differenza dipende dagli stili personali e dalle scuole di recitazione che si prediligono. Il Teatro è uno spettacolo dal vivo ed ogni replica è insieme uguale alla precedente e diversissima. Succede anche che qualcuno sia eccessivamente concentrato tanto da rimanere rigido ed insensibile e qualcun altro così rilassato da essere altrove e ciò scatena liti senza fine, dichiarazioni di metodo, anche insulti talvolta, purtroppo.

Come minimo però, in palcoscenico si portano tre piste contemporaneamente, la nostra propria vita messa in secondo piano e di supporto alla vita del personaggio che diventa la prima pista, il rapporto di sponda con lo spettatore che nell’insieme del pubblico, in un tutt’uno, respira con noi. Ed ancora insieme necessariamente la coscienza dello spazio, la relazione con gli altri personaggi ed i conflitti, le azioni sia fisiche che drammaturgiche da compiere, la memoria delle battute così completa da diventare necessaria ed inevitabile. Ma si porta anche la disponibilità fisica e mentale ad una possibile variazione di testo o azione, in un altrettanto bellissimo gioco di improvvisazione a tema che non esuli da ciò che si sta facendo, al quale è meraviglioso se accade che il collega in scena risponda accettando la sfida. Insomma, come nella vita e come nella fantascienza il nostro pensiero è infinitamente più complesso di quel che siamo disposti ad accettare e riconoscere normalmente.

Un mondo di hypocrites/ipocriti, attori insomma.

Possibile, mi domando ancora che sia stata proprio quell’occasione in terza elementare a determinare la mia vita futura?

Quell’esercizio di 50 anni fa, come il battito d’ali di farfalla dall’altra parte del mondo che scatena un uragano da questa.

Lo stimolo, un pensiero che si fa mille e più pensieri.

Attori che scrivono libri. Capitolo 3° (sarebbe il 4°, ma il primo non l’ho numerato).

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo.

E’ un libro in versi? sciolti? sghembi? Strani. E’ un libro bellissimo scritto in una lingua personale, un italiano con un’eco dialettale, forse. Molto spesso l’autore dispone il verbo alla fine delle frasi. Ciò credo, determini un ritmo sincopato, jazz, improvviso e improvvisato, ma accuratamente studiato dall’autore stesso di questa epopea del ’900.

Un’epopea che dal bisnonno procede fino al pronipote di questi giorni – da Andrea ad Alfonso ad Andrea a Fonzino – Walter narra gli eventi come se vi fosse stato presente. Ed infatti lo è stato. Almeno nell’eredità del sangue, sebbene ancora di là da venire (ho scritto questa considerazione mentre leggevo il libro e prendevo appunti, arrivato alla fine ne ho trovato conferma nello stesso autore con una di quelle sue frasi complete ed esaustive che fanno di questo libro un libro speciale).

Non sono un critico e meno che mai letterario, sono solo un lettore e quindi noto anche con piacere quelle occasioni in cui l’autore trasforma un sostantivo in aggettivo, sorprendendomi con una invenzione che aggiunge piacere al piacere della lettura, come per esempio: …si apprestava a scalare un monte con la sua bici, tra sguardi cecchini e il fuoco dei mortai. Moltissime sono le frasi che meriterebbero di esser trascritte, ma appunto, lui ci ha scritto un libro.

Questo libro narra la storia di un secolo, narrata all’autore stesso da un amico del nonno, attraversando tutti gli eventi più rilevanti, dal ritorno del bisnonno da Marsiglia al paese in Italia, la Prima Guerra Mondiale, Caporetto, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza, l’attentato a Togliatti, le intromissioni della Chiesa nella politica italiana, la DC, il terremoto dell’Irpinia e ancora e ancora, ma tutto da un punto di vista straordinariamente originale, il privato di un bravissimo artigiano di paese. Il Ciabattino.

L’autore Walter Da Pozzo è uno splendido attore, diplomato all’accademia Silvio D’Amico, allievo stimato del grande Andrea Camilleri. E il Maestro introduce il libro con una lettera che commuove per delicatezza e affetto, anche lì dove suggerisce una metrica. Che maestro, così umile davanti all’allievo.

Devo essere sincero: che invidia!

Ma l’invidia umana troppo umana non diminuisce di nulla il piacere di questa narrazione fatta per capitoli brevi, chiusi, esaustivi che si cumulano e spalancano, dal particolare, il quadro di un secolo.

Che personalità in questo attore scrittore.

I quattro attori/scrittori (Claudio Bigagli, Luca Di Fulvio, Fabio Bussotti, Walter Da Pozzo) dei quali finora ho scritto, hanno nell’anima una voce propria inestinguibile, irrinunciabile cui non basta il palcoscenico, una voce che preme ed emerge che parla di loro attraverso i loro personaggi, sulla scena e sulla pagina. Hanno insomma una voce personale fortissima che porta anche fuori dal Teatro un loro accordo armonico e personale. Un canto a cappella.

Così mi è parso il romanzo di Walter Da Pozzo, un canto a cappella anche un po’ rap, dedicato ai suoi avi, a questa terra e anche a noi.

“Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” di Walter Da Pozzo, Graus editore, pag. 186, € 10,00